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Full text of "Brescia nel 1796, ultimo della veneta signoria"

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945.25 
P31b 


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infila 


Mons.  LUIGI  F.  FÉ  D'OSTIANI 


BRESCIA 

NEL   1796 

ULTIMO  DELLA  VENETA  SIGNORIA 


BRESCIA 

PREMIATA    STAMPERIA    F.LLI    GEROLDI 
I908X 


345,25" 
F3IU 


IN    MEMORIA 

DELLO    ZIO    AMATISSIMO 

QUESTE    PAGINE    CHE    EGLI    DETTÒ 

nell'ultimo  ANNO 

DI    SUA    VITA 

STUDIO    GENIALE    E    CONFORTO    DI    LUNGHI    DOLORI 

OFFRE    AGLI    AMICI    ED    ESTIMATORI    DI    LUI 

PAOLINA    DE    MONTHOLON    FÉ    d'o. 


547060 


Mons.  Luigi  Francesco  dei  Conti  FÉ  d'Ostiani  nacque 
in  Brescia  il  20  Ottobre  1829  dal  Conte  Giulio  e  dalla 
Contessa  Paolina  Fenaroli.  Compiti  felicemente  in  patria 
i  primi  studi  ed  i  corsi  secondari,  dove  addimostrò  quella 
diligenza,  che  parve  nata  con  lui,  e  che  è  dote  né  piccola 
né  ultima  di  tutti  i  suoi  scritti,  passò  in  Padova  allo  studio 
delle  leggi,  e  vi  conseguiva  li  laurea  nel  1852.  Se  fin 
d'  allora  volgesse  in  mente  di  abbracciare  lo  stato  eccle- 
siastico, non  é  dato  sapere  :  certo  é  però,  che  la  sua  vita, 
aliena  da  tutto  che  è  spasso  e  distrazione,  era  data  al  ri- 
tiro tanto  amico  degli  studi  e  degli  studiosi;  né  egli  co- 
nosceva miglior  diporto  e  sollievo  alle  fatiche  del  trovarsi 
con  buoni  compagni  amanti,  come  lui,  della  quiete,  dei 
libri  e  delle  antiche  carte,  le  quali  restarono  sempre  la 
sua  più  forLe  passione,  e  furono  negli  ultimi  anni,  unico 
suo  divertimento. 

Tornato  in  famiglia,  quando  tutto  parea  sorridergli,  e 
il  bell'ingegno,  gli  studi  e  il  nome  illustre  gli  promette- 
vano comodi  ed  onori  nel  mondo,  ei  si  decise  per  la  vita 
sacerdotale,  di  cui  gli  offriva  ottimo  esempio  lo  zio  pa- 
terno, Prevosto  di  S.  Nazaro.  Vestito  però,  il  2  luglio  1832, 
l'abito  di  chierico,  con  meraviglia  di  molti,  ma  non  degli 
amici,  che  ben  ne  conoscevano  i  costumi  e  la  bontà,  studiò 


2 

Teologia  nel  nostro  Seminario,  e,  dopo  tre  anni,,  tu  ordi- 
nato prete  il  14  Gennaio  1855,  anno,  che  segna  la  data 
della  sua  prima  pubblicazione,  un  racconto  storico  a  ri- 
cordo di  un  famoso  bandito  bresciano. 

Di  mente  equilibrata  ed  osservatrice,  d' indole  vivace 
ed  operosa,  se  amò  le  lettere  come  gradito  sollievo  o  cu- 
riosità dello  spirito,  egli  da  natura  si  sentiva  portato  agli 
studi  del  diritto  e  della  storia,  scienze  eminentemente  po- 
sitive. E  la  buona  ventura  non  gli  mancò,  poiché  gli  offici, 
a  cui  venne  chiamato,  mirabilmente  servirono  allo  scopo, 
che  vagheggiava. 

Usando  egli  sovente  a  Roma,  da  prima  per  ragion  di 
studio  presso  le  Congregazioni  Romane,  poi  per  causa  di 
salute,  ebbe  bellissimo  campo  d'assecondare  il  suo  amore 
alla  storia,  là  dove  nei  famosi  archivi  si  incontrano  sempre 
eruditissimi  indagatori;  e  taluni  n'ebbe  aiutatori  ed  amici, 
de'  quali  narrava  i  più  leggiadri  aneddoti  col  brio,  che 
era  proprio  del  suo  conversare.  Nò  furono  poche  le  no- 
tizie, che  egli  trasse  di  là  ad  illustrazione  della  storia  bre- 
sciana, come  ne  fan  fede  le  sue  memorie.  Non  fu  già  egli 
storico  alla  guisa  di  quei,  che  abbracciano  nelle  loro  ri- 
cerche fatti  ed  uomini,  che  hanno  azione  su  tutto  un  po- 
polo od  oltre  i  confini  della  nazione,  ed  il  racconto  de' 
quali  procede  e  s' intreccia,  per  necessità,  colla  storia  del 
loro  tempo;  egli  restrinse  il  suo  compito  alla  sua  Brescia, 
che  studiò  coll'amore  di  figlio  devoto,  togliendo  all'oblìo 
immeritato  uomini  degni  di  ricordanza,  e  correggendo  er- 
rori, in  cui  erano  caduti  alcuni  suoi  predecessori,  che  non 
ebbero,  come  lui,  la  ventura  di  por  mano  su  nuovi  do- 
cumenti, o  forse  mancarono  talora  del  giusto  criterio  di 
interpretarli.  Il  che,  se  nulla  o  poco  toglie  di  lode  ai  primi, 
certamente  torna  di  ono-e  a  Mons.  Fé,  che  non  si  fermò, 
come  si  usa  non  raro,  al  ripetere  avvenimenti  od  osser- 
vazioni senza  vagliarne  la  verità  e  la  giustezza. 


3 
Se  Mons.  Verzeri,  Vescovo  allora  di  Brescia,  permise 
volontieri  che  il  giovane  Fé  si  recasse  a  Roma  a  fine  di 
impratichirsi  nelle  Congregazioni  Romane  dell'  uso  della 
scienza  del  Diritto  canonico,  ciò  non  fu  senza  uno  scopo, 
che  egli  aveasi  di  chiamarlo  in  Curia,  come  fece  real- 
mente :  e  a  lui  furono  quindi  affidate  a  giudicarsi  molte 
vertenze  o  questioni  sorte  in  Diocesi,  principalmente  quelle, 
dove  si  richiedeva  studio  di  documenti  antichi  e  verifiche 
di  date  e  di  luoghi,  per  cui  è  necessaria  la  cognizione  della 
topografia  moderna  e  dell'  antica  e  delle  varie  mutazioni 
occorse  nel  progresso  del  tempo.  Se  a  Roma  soleva  pas- 
sare dagli  offici  delle  Congregazioni  agli  archivi,  in  Curi?., 
fattosi  archivista,  curò  il  riordinamento  dei  documenti,  e 
più  di  tutto  lesse  e  studiò,  come  poi  fece  in  altri  archivi 
pubblici  e  privati,  che  infine  conobbe  forse  meglio  di  ogni 
altro,  e  ne  attinse  informazioni  molteplici  a  rischiarare  la 
storia  bresciana,  meritando  1'  affetto  e  la  stima  de'  suoi 
concittadini,  e  la  nomina  di  Socio  dell'Ateneo  di  Brescia,  e 
di  membro  della  R.  Deputazione  di  Storia  Patria  di  Torino. 
Né  qui  si  fermò  la  sua  operosità.  Alla  morte  di  Mons. 
Bianchini  di  v.  in.,  egli  venne  chiamato  a  succedergli  nella 
Dignità  di  canonico  Teologo,  e,  dopo  pochissimi  anni  fu 
innalzato  alla  Prepositurale  insigne  dei  SS.  Nazaro  e  Celso, 
dove,  a  ragione,  la  memoria  dell'illustre  famiglia  Fé  d'O- 
stiani  é  avuta  in  grande  amore  e  venerazione  per  larghi 
benefici  e  per  esempi  di  mirabili  virtù. 

Il  novello  Prevosto  non  mancò  alle  speranze,  che  si  erano 
riposte  in  lui.  Ben  voluto  a  Roma,  dove  era  conosciutis- 
simo  a'  Cardinali  e  ad  officiali  di  Curia,  accetto  a  Pio  IX, 
che,  apprezzandone  il  merito,  lo  creò  Cameriere  Secreto 
ad  honorem,  indi  Prelato  Domestico,  egli  si  valse  di  tale 
stima  a  prò  della  sua  chiesa;  e,  preparata  una  dotta  memoria 
s.illa  Collegiata  di  S.  Nazaro,  soppressa  per  decreto  Napoleo- 
nico del  1810,  la  spedì,  d'accordo  con  S.  Ecc.  Mons.  Verzeri, 


4 

a  Roma  chiedendo,  che  fosse  restituito  dall'autorità  suprema 
quello,  che  un  potere  incompetente  avea  soppresso.  E  la 
domanda  largamente  documentata  ottenne  lo  scopo  prefisso 
di  risuscitare  nella  sua  chiesa  l'antica  Collegiata  dei  cano- 
nici coi  distintivi  propri  del  loro  grado,  la  quale  rimarrà 
memoria  imperitura  dello  zelo  di  lui  nel  volere  onorata 
la  sua  Prepositurale. 

A  cagione  della  sua  mal  ferma  salute  non  potè  sempre 
adoperarsi  nel  ministero  parrocchiale,  come  usava  da  prin- 
cipio, e  avrebbe  pur  tanto  desiderato  :  anzi  dovette  negli 
ultimi  anni,  quasi  al  tutto,  interrompere  la  predicazione, 
che  era  e  resterà  beli'  esempio  di  dicitura  facile  e  suc- 
cosa, da  lui  preparata  colla  diligenza  propria  di  tutte 
l'opere  sue,  e  ne  sono  testimoni  quanti  l'ebbero  ad  udire 
e  gli  scritti  pastorali,  che  di  lui  ci  rimangono.  Ma  nella 
impossibilità  di  operare  personalmente  in  parrocchia,  non 
mancava  però  di  governarla  e  dirigerla,  e  dal  suo  studiolo, 
bene  informato  da  ottimi  cooperatori  di  quanto  occorresse, 
dava  avvisi  e  consigli  improntati  sempre  a  somma  pru- 
denza e  carità,  come  gli  suggeriva  il  buon  criterio  e  la 
lunga  esperienza.  E  pari  fu  la  larghezza  del  cuore  e  della 
mano  di  lui,  pronta  al  soccorso  nelle  strettezze  e  nelle 
necessità,  non  mai  fastidito,  quando  carità  lo  richiedesse, 
del  dovere  interrompere  i  suoi  studi  e  le  sue  letture,  le 
quali,  negli  ultimi  anni  furono,  colla  conversazione  di 
qualche  buon  amico,  1'  unico  conforto  di  sua  vita.  E  la 
morte  lo  colse  tranquillo  e  sereno  a  dì  3  Febbraio  1907, 
mentre  appunto  stava  dando  Y  ultima  mano  alla  Storia, 
che  vede  la  luce  in  questo  volume. 

G.  G. 


Ì^^>K^>1^^&^5K^>K~X->K^->K~X-5K-W~>K-X~>& 


Pubblicazioni  di  Mons.  Fé  d'Ostiani 


4- 
5 

6, 

7 
8 

9 
io 

ii 

12, 

13 

14 
r5 


—  Giorgio  Vicario  —  Frammento  di  racconti  storici  —  Trieste  — 
Lloyd,  1855  —  pag.  16,  in-8. 

—  Il  Comune  e  la  Parrocchia  di  Prodezze  —  Brescia  —  Tip.  Pio 
Istituto  Pavoni,   1859,  >n_8. 

—  Il  P.  Francesco    Sanson  e  la  Chiesa  di    S.  Francesco  in  Bre- 
scia —  Ivi,   1867,  pag,   18,  in-8  gr. 

—  Altobello  Averoldi  Vescovo  di    Pola  e  la  Chiesa  dei  SS.  Na- 
zaro  e  Celso  in  Brescia  —  Ivi,   1868,  pag.   16,  :n-8. 

—  Bartolomeo  Averoldi    ultimo  Abate  di  Leno  ed  Arcivescovo  di 
Spoleto  —  Ivi,  1869,  pag.   11,  in-8. 

—  Brevi  cenni  della  vita  e  degli    scritti  di  alcuni  Sacerdoti  Bre- 
sciani —  Ivi,   1868-69,  pag.  18  in  annuario  diocesano. 

—  Brevi  notizie  storiche    sui  Canonici    teologi  di  Brescia  —  Ivi, 
1870  —  annuario  dioc. 

—  Brevi    cenni    sui    Penitenzieri    maggiori    della  Città  e  Diocesi 
bresciana  —  Ivi,   1871  —  annuario  dioc. 

—  Sermone  inedito  di  Albertano  Giudice    di    Brescia  —  Brescia, 
Pio  Istituto  Pavoni,    1874,  pag".  70,  in-8. 

—  Il  Vescovo  Domenico  Bollani  —  Brescia,  Pio  Istituto  Pavoni, 
1875,  pag.  VII-2o6,  in-8  con  ritratto. 

—  Il  S.  P.  Pio  VII    in  Venezia  —  Lettere    inedite  del  Co:  Fer- 
rante Avogadro,  illustrate  —  Brescia,  Tip.  Bersi,  1877,  in-8. 

—  I  proverbi  o  modi  di  dire  storici  bresciani  —  Ivi,  1878,  pag.  15 
in- 16. 

—  Della  supposta  scoperta  di  una  pergamena  intorno  ad  Arnaldo 
da  Brescia  —  Ivi,   1882,  in-8. 

—  Della  fabbricazione  delle    armi    bianche    in    Brescia  —  da  ur) 
codice  della  Queriniana  —  Ivi,   1882,  in-8. 

—  Muzio  Calini  Arcivescovo  di    Zara,  ed  i  Bresciani  al  Concilio 
di  Trento,  con  due  appendici  —  In  Archivio  Veneto,   1882,  in-8. 


/ 


i6.  —  Il  Comune  t  l'Abbazia  di  Rodengo  —  Memoria  storica  illu- 
strata con  disegni  del  Prof.  E.  Madoni  —  Brescia,  Tip.  Vescovile, 
1886,  pag.  141,  in-8. 

17.  —  Il  Santuario  e  la  Chiesa  delle  Grazie  in  Brescia,  1886. 

18.  —  Delle  illustri  famiglie  Bresciane  recentemente  estinte  —  Brescia, 
Tip.  Queriniana,   1890,  pag.  79,  in-16. 

19.  —  I  conti  rurali  bresciani  nel  medio-evo  —  In  Archivio  S.c°  Lom- 
bardo, 1890. 

20.  —  La  Chiesa  e  la  Confraternita  bresciana  in  Roma  —  In  Cit- 
tadino di  Brescia   1890. 

21.  —  Diario  di  Brescia  (io  Maggio  1796  —  2^  Maggio  1797  — 
In  Archivio  Veneto,    1892. 

22  —  La  Pieve  di  Bornato  e  i  suoi  Arcipreti  —  Brescia,  Tip.  Sa- 
voldi,  1892,   in-8. 

23.  —  Di  un  Codice  Laudario  Bresciano-Vaticano,  trascritto  e  anno- 
tato —  Brescia,  Tip.  Queriniana,   1895,  pag.  VHI-64,  in-4. 

24.  —  Descrizione  dell'antica  Pieve  di  Bedizzole  Brescia,  manoscritto 
aggiunto  alle  Memorie  di  Bedizzole  di  D.  G.  Gregorini  —  Bre- 
scia,  1898,  in-12. 

25.  —  Indice  cronologico  dei  Vicari  vescovili  e  Capitolari  in  Brescia 
—  Tip.  Queriniana,   1900,  pag.   72,  in-4. 

26  —  Elenco  storico  dei  viventi  patrizi  Bresciani  e  loro  ascendenze 
fino  al    1796  —  Brescia,  Tip.  Centrale,  1902,  pag.  VIII-97,  in-8. 

27.  —  Storia,  tradizione  ed  arte  nelle  vie  di  Brescia  —  Tip.  Queri- 
niana, 1895- 1904,    —  Fascicoli  io,  in-16  di  complessive  pag.  538. 

28.  —  Commemorazione  del  Co:  F.  Bettoni-Cazzago  —  in  Miscel- 
lanea di  Storia  italiana,   1901. 

29.  —  Fé  d'  Ostiani  e  Bettoni  -  Cazzago  —  Prefazione  e  Regesto 
cronologico  al  Liber  Polheris  civitatis  Brixiae  (Mo/ium.  Histotiae 
Fatriae,  voi.  XIX). 

30  —  Studi  genealogici  sulla  Famiglia  Martinengo,  manoscritto  i- 
nedito 

Oltre  a  questi    pubblicò    più    altri    brevi  scritti  che  non  credo  qui 
dovere  enumerare  perchè  non  sono  di  argomento  storico. 


Stemma  di  Bandiera 


Stemma  di  Terraferma 


PREFAZIONE 


Trinui  del  secolo  XV 111  gli  storici,  tranne  poche  eccezioni, 
narrarono  i  fatti  più  palesi  della  vita  sociale  senza  cercarne 
le  cause  intime  ed  accennare  alle  fonti  da  essi  interrogate,  e 
per  mancanza  di  critica  non  sapeano  discernere  il  vero  dal 
falso,  ritenendo  per  ignoranza  o  locale  pregiudizio  Y  uno  e 
r  altro  fondati  sulla  verità,  fendono  di  ciò  testimonianza 
anche  i  primi  nostri  bresciani,  il  ^Calve^i,  il  Caprioli,  il 
{Maggi,  il  'Fiossi,  cogli  altri  pochi  cronisti  profani  ed  agiografi. 

Fattisi  poi  gli  storici  più  osservatori,  eruditi  e  guardinghi, 
cominciò  la  critica  ad  insegnar  loro  che  ogni  narrazione  dovea 
corrispondere  ad  autentici  e  veridici  documenti  testimoni  del 
vero,  insegnò  loro  di  allearsi  colla  paleografia,  colla  archeo- 
logia e  scienze  affini,  onde  dalla  storia  uscisse  la  verità. 

La  necessità  di  ridonare  alle  antiche  e  medioevali  notizie 
la  verità  fu  sentita  dagli  storici  del  secolo  XV 111,  e  noi  ve- 
demmo allora  anche  nella  città  nostra  i  primordi  della  critica 
negli  storici  lavori  del  Card.  Qiierini,  del  Luchi,  dell'  Astesati, 
del  Gagliardi,  del  Mazzucchelli,  dello  Zamboni  e  del  Doneda, 


segnaci  del  Muratori.  Senonchè  alla  veridicità  della  storia 
mancava  ancora  un  necessario  elemento  cioè  lo  studio  intimo 
della  società  presso  cui  si  svolsero  i  fatti  che  si  voleano  nar- 
rare, lo  studio  della  condizione  e  dell'  idee  delle  famiglie  e 
degli  individui,  delle  tradizioni  e  degli  stessi  pregiudizi,  bene 
guardandosi  però  dall'  affibbiare  alle  passate  generazioni  le 
idee  ed  i  giudici  del  tempo  dello  storico,  come  pur  fece  qualche 
volte  l'Odorici  nelle  sue  erudite  Storie  Bresciane. 

Tale  studio  molto  giova  alla  verità  storica.  ^Anche  le 
piccole  notizie,  che  per  se  stesse  hanno  poca  importanza,  pos- 
sono portare  spesso  spiegazione  sulle  vere  cause  inattese  di- 
grandi avvenimenti,  e,  mercè  di  questi  tenui  lavori,  molli 
giudizi  erronei  di  scrittori  nostrani  ed  esteri  furono  corretti. 

cSLel  secolo  XIX  fino  a  noi,  li  storici  critici  ed  ipercri- 
tici, si  fecero  conoscere  anche  in  Italia  nostra  con  poderosi  e 
magistrali  lavori,  e  felicemente  abbondano  anche  gli  scrittori 
di  monografìe  e  le  piccole  e  preziose  notizie  di  tali  lavori 
recano  la  loro  pietra  alle  storie  generali  quando  sieuo  dalla 
critica  vagliate:  nella  classe  delle  monografie  pongo  il  se- 
guente mio  lavoro. 

Con  tutta  la  possibile  imparzialità  descriverò  prima  Brescia 
nel  suo  materiale,  poi  narrerò  delle  magistrature  governative 
e  comunali,  della  società  e  coltura  intellettuale,  del  popolo  e 
dei  patrizi  e  del  loro  genio  armigero  abusato  dai  feudatari, 
dai  bravi  e  dagli  spadaccini,  dirò  della  politica  veneziana  e 
del  clero,  dei  francesi  e  delle  loro  violenze,  nonché  delle  bat- 
taglie da  essi  sostenute  e  vinte  qui  e  nei  nostri  dintorni.  Pro- 
curerò di  tenermi  al  vero  con  quella  libertà  che  mi  sai  ebbe 
stata  difficile  usare  durante  la  vita  di  coloro  che  con  buoni 


1 1 
o  tristi  consigli  o  coll'opera  si  trovarono  immischiati  in  que' 
bresciani  ribollimenti  a  divallerò  dei  secoli  XTIÌÌ  e  XIX. 
lira  mio  pensiero  di  continuare  la  storica  narrazione  fino  alla 
proclamazione  di  'Bonaparle  a  re  d'Italia,  ma  circostante, 
non  dipendenti  dalia  mia  volontà,  mi  costringono  a  limitare 
la  storia  all'ultimo  anno  del  regime  della  Repubblica  Veneta 
in  Brescia  (i/cj6)  non  ostante  che  quella  Repubblica  (sebbene 
in  apparenza)  governasse  fino  al  22  Marzo  1797.  Siccome 
poi  gli  So  giorni  che  corsero  dal  3  /  Dicembre  al  20  Mar^o 
successivo  si  manifestarono  quasi  prodromo  avanzato  della 
rivoluzione  non  abbiamo  qui  registrati  gli  avvenimenti  di 
quegli  So  giorni  per  narrarli  poi  insieme  alla  rivoluzione 
che  cacciò  per  sempre  da  noi  il  dominio  di  S.  Marco. 

L'amore  verso  la  citta  nativa  mi  fé'  scrivere,  l'indulgenza 
dei  lettori  mi  sarà  dolce  conforto. 


^X. 


ALVISE    MA XIX 


f °  Il  °  Il  °  ti        11   °  Il  °  Il  °   Il  °  Il  °  Il  °   Il  °  Il  °  Il  °  li  °     I   °   Il  °  Il  °   Il  °   Il  °  il  °   I 


BRESCIA  QUAL'  ERA  NEL  1796 


La  periferia  della  nostra  città  era  ancora  quella  segnata 
dalle  mura  inalzate  dal  nostro  Comune  nel  1242,  che  for- 
mavano la  terza  cerchia  cittadina.  La  Repubblica  Veneta 
nel  secolo  XV  e  più  nel  XVI  di  nuovi  fortalizi  munì  il 
Castello,  mettendolo  in  comunicazione  colla  sottoposta 
mura  per  mezzo  di  voltoni  e  case  matte,  come  ognuno 
avrà  potuto  osservare  nell'  atterramento  di  alcuni  spalti 
compiutosi  a  giorni   nostri. 

Durante  la  lunga  pace  di  quasi  due  secoli,  le  locali 
autorità  più  non  si  curavano  de'  nostri,  spalti  i  quali  nel 
1796  rendevano  spettacolo  di  luogo  non  appartenente  al 
Governo,  ma  piuttosto  al  primo  occupante.  Ed  infatti  ve- 
deansi  alberi  piantati  da  privati  sugli  spalti  e  nelle  fosse, 
vedeansi  scoscendimenti  e  materie  di  rifiuto  qua  e  là  am- 
monticchiate. Le  pioggie  poi  avendo  perduto  lo  scolo  re- 
golare aveano  reso  il  terreno  disuguale  dandogli  aspetto 
dell'  onde  del  mare.  E  1'  abbandono  degli  spalti  estende- 
vasi  anche  alle  vie  di    circonvallazione  interna  ed  esterna 


ri 

ingombre  di   sassi,  di   sterpi,  con  pantano  ed  in  vaii  luoghi 

impaludate. 

Le  cinque  porte  della  città,  colle  relative  stazioni  dei 
Vigilanti,  erano  state  erette  nel  secolo  XVI  dai  Veneziani, 
nascoste  al  nemico  per  mezzo  di  rivellini  e  lunette  mu- 
nite di   ponti  levatoi  ed  aperte  fuor  della  linea  delle  mura. 


PORTA    DI    S.  NAZARO  (1796 

La  sola  porta  di  S.  Nazaro  era  stata  dal  Governo  quasi 
del  tutto  restaurati  dopo  il  terribile  scoppio  della  torre 
polveriera  presso  quella  porta  esistente  (1769). 

Il  Castello  quando  il  3  Agosto  1796  fu  occupato  dai 
Francesi,  mostrava  per  le  macerie  e  per  P  abbandono  di 
alcuni  baluardi  e  della  edilizia  che  almeno  da  un  secolo 
non  si  era  pensato  a  riparazioni. 


i5 

Il  Castellano  era  sempre  un  nobile  veneziano  e  la  scarsa 
guarnigione  era  composta  di  vecchi  veterani  e  non  pochi 
giovani   bombardieri. 

Il  resto  della  milizia  Veneta  sotto  il  comando  del  Go- 
vernatore dell'  armi  era  acquartierato  in  città  dietro  la 
chiesa  di  S.  Giuseppe  ora  demaniale  (N.  io)  nella  caserma 
de'  bombardieri  (ora  Istituto  Poverelle)  Via  S.  Nazaro 
N.  17,  nell'allora  nuovo  quartiere  detto  Quartierone  ter- 
minato dai  francesi  ed  odiernamente  restaurato,  ed  in  una 
caserma  alquanto  angusta  in  parrocchia  di  S.  Alessandro 
che  lasciò  il  nome  di  Quartiere  a  quel  vicolo. 

La  racchetta  di  S.  Faustino  non  ancora  distrutta,  per 
trascuranza  e  già  poco  servibile,  si  univa  al  Castello,  con 
un  viottolo  o  casamatta,  presso  la  strada  di  soccorso. 

Questa  rocchetta  era  stata  eretta  dai  veneziani  nel  rior- 
dinamento delle  mura,  usata  poi  per  magazzeno  dai  fran- 
cesi, fu  demolita  dagli  austriaci.  Prima  che  i  veneti  ridu- 
cessero all'attuale  stato  le  mura  il  fiume  Garza  attraversava 
la  città,  ma  dopo  il  compimento  degli,  spalti  si  fece  girare 
il  fiume  intorno  alle  mura,  introducendo  invece  nel  letto 
di  questo  il  fiume  Bova  derivante  dal  Mella,  e  ciò  non 
ostante  i  bresciani  continuarono  a  chiamar  Garza  anche  il 
Bova  la  di  cui  origine  è  ben  diversa  Al  Bova  si  unì  allora 
il  fiume  Celato  e  da  queste  acque  si  estrassero  i  due  canali 
più  antichi  chiamati  Dragone  a  destra  e  Dragone  a  sinistra, 
uno  de'  quali  scorreva  lungo  le  mura  della  seconda  cinta 
ed  usciva  come  oggi  fuori  di  porta  S.  Nazaro;  poco  lungi 
esce  pure  il  Dragone  a  sinistra,  continuando  poi  il  Bova 
fino  a  S.  Gaetano  sotto  il  nome  di  Molin  del  Brolo.  Que- 


le 

ste  acque  animavano  in  città  alcuni  opifici  industriali,  come 
i  molini  di  S.  Lorenzo,  di  S.  Alessandro,  dei  Cappuccini, 
di  S.  Gaetano,  le  concerie  di  pellami  in  Rua  Confettura, 
le  mole  degli  arrotini  come  in  via  S.  Giuseppe  e  S.  Agata^ 
le  ruote  dei  filatoi  come  a  S.  Chiara,  in  via  Contradone, 
a  S.  Francesco,  e  vicino  alle  porte  di  S.  Nazaro. 

Tutte  queste  acque  correvano  in  molti  luoghi  scoperte: 
dalle  Pile  a  S.  Faustino,  da  qui  lungo  il  Mercato  della 
legna  fino  al  Municipio,  indi  a  S.  Afra  ove  le  carrozze 
passavano  a  guazzo  (del  Gitalo  chiamavasi  anche  la  via, 
e  la  scopertura  conlinuava  sino  agli  spalti   di   S.  Gaetano. 

Le  vie  cominciarono  a  selciarsi  nel  1530  per  le  esorta- 
zioni del  Podestà  Pietro  Pesaro  (1)  e  compita  l'opera,  veniva 
bensì  dal  Comune  mantenuta,  ma  in  tal  modo  che  ora 
certo  si  deplorerebbe.  Grossi  ciottoli  rivestivano  le  vie 
alle  quali  si  era  finto  nel  centro  un  abbassamento  pel 
decorso  dell'  acqua  piovana  che  si  alzava  continuamente 
nella  via  durante  la  pioggia  fino  a  che  avesse  trovato 
qualche  buco  per  raggiungere  il  fiume;  in  alcune  vie  en- 
trava anche  nelle  case  i  di  cui  proprietari  aveano  stabilite 
delle  chiaviche,  che  venivano  in  tempo  di  pioggia  poste 
alle  porte  onde  salvarsi  dalla  inondazione. 

Per  facilitare  poi  ai  viandanti  il  passaggio  da  una  al- 
:'altra  parte  della  via  erano  impiantate  a  traverso  certe  pietre 
sulle  quali  si  passava  in  tempo  di  pioggia,  e  quante  volte 
noi  fanciulli  uscendo  dalle  scuole  delle  Grazie  abbiamo 
saltato  da  una    in  altra  di   quelle    pietre,   delirio  dei  coc- 


(1)  Nassino  -  Registro  di  notìzie  bresciane.  Mss.  Queriniano  C.  I.  15. 


chìcri  clic  doveano  schivarle  specialmente  di  notte,  mentre 
le  gronde  assai  sporgenti  delle  case  versavano  loro  addosso 
e  sulle  vetture  la  pioggia.  La  maggior  parte  de'  marcia- 
piedi erano  selciati  con  qualche  pezzo  di  pietra,  ma  ge- 
neralmente con  mattoni  in  costa  e  non  era  raro  di  passar 
dinnanzi  a  qualche  casa  la  cui  scala  interna  continuava  e- 
sternamente  occupando  in  tutto  o  in  parte  il  marciapiede 
e  rari  non  erano  gli  ingressi  alle  cantine  dai  marciapiedi 
coperti  da  pesanti  antoni  orizzontali. 

Ancora  peggiori  erano  le  vie  fuor  di  città  per  cui  si 
usava  dalla  maggior  parte  la  cavalcatura,  ed  ogni  mattina, 
il  mercoledì  ed  il  sabato  specialmente,  veniva  in  città  una 
turba  di  asinelli  portanti  ceste  di  commestibili  in  piazza, 
scaricate  le  quali,  le  bestie  tenevansi  nel  vicolo  a  cui  il 
nostro  popolo  conservò  il  nome  degli  Asini,  e  quasi  ogni 
gijrno  altre  carovane  di  quelle  pazienti  bestie  entravano 
dalle  porte  cittadine  carichi  di  sacchetti  di  sabbia  minuta 
pei  muratori.  Queste  nostre  strade  non  venivano  sgom- 
brate dalla  neve  che  nell'inverno  le  copriva,  solo  i  frontisti 
dai  loro  marciapiedi  la  gettavano  nel  mezzo,  ed  allora 
comparivano  le  slitte,  alcune  delle  quali  artistiche  dei  pa- 
trizi, che  con  veloci  cavalli  correvano  sulla  neve  entro  e 
fuori  della  città;  di  queste  slitte  ancora  giovinetto  ne  vidi 
in  rimesse  di  alcuni  palazzi. 

I  nomi  delle  vie  non  erano  scritti  sugli  angoli,  non 
numerate  le  case,  solo  i  palazzi  aveano  cornicioni  ai  tetti 
e,  se  anche  ora  si  lamentano  abitazioni  insalubri,  pensate 
quante  e  quali  ve  n'  erano  allora. 

Cinque  vie  avevano  il  nome  di  corso,  cioè:  quello   dei 


I* 

Cappellai,  dei  Mercanti,  dei  Barberi,  dei  Paroloni,  del  Gam- 
bero, ed  era  chiamato  Corsetto  la  via  di  S.  Agata,  ma  il 
vero  Corso  era  da  Porta  Bruciata  a  Porta  S.  Giovanni 
(sul  percorso  dell" antica  Via  Emilia  romana  che  attraver- 
sava Brescia  uscendo  a  porta  S.  Andrea  al  Rovarotto, 
scomparsa  nel  secolo  XV;  e  quel  Corso  portava  i  diversi 
nomi  di  Corso  Orefici,  Corso  Mercanzie,  Corso  della  Pal- 
lata formando  il  gran  Corso,  sul  quale  comparivano  nel- 
l'Agosto le  eleganti  carrozze  e  giungevano  fino  in  Campo 
Fiera  che  in  quel  mese  era  per  due  terzi  come  un  porto 
franco  di  mercanzie  esposte  in  tanti  casotti  di  legno  sim- 
metricamente stabiliti,  essendo  l'altro  terzo  destinato  ai 
giuochi  ed  alla  fiera  di  bestiami  pei  quali  oltre  i  portici 
che,  in  parte  rifatti,  ancor  si  vedono,  ve  ne  erano  altri 
di  legno  (i). 

L'illuminazione  notturna  della  città  consisteva  in  qual- 
che lumicino  dinanzi  a  divota  immagine  dipinta  sul  muro. 
Il  buio  propizio  al  ladro  e  all'assassino,  veniva  pel  patrizio 
e  pel  ricco  borghese  rotto  dalla  lanterna  che  il  lacchè  o 
il  buio  armato  gli  portava  innanzi  e  pel  popolano  dal  lan- 
ternino portato  da  lui   stesso  o  dal  cane  ammaestrato. 

Strettissime  alcune  vie,  a  stento  davano  il  passo  alle 
carrozze  allora  molto  larghe  ed  alte.  La  via  Dolzani  p.  e. 
era  quasi  otturata  dall'  antica  Torre  Teofila  aderente  al 
palazzo  Martinengo,  i  quattro  angoli  del  Cantone  degli 
Stoppini  quasi  toccavansi  talché  appena  vi  si  passava. 
Quattro  quinti   dell'  attuale  Mercato  Grani  erano  occupati 


(i)  Averoldi  -  Le  scielte  pitture  di  Brescia.  Tip.  Rizzardi. 


19 
dalla  cinta  dell'orto  dei  monaci  cassinesi.  Il  mere  no  grani 
era  ancora  ai  portici  del  Granarolo,  ai  cui  fondachi  trassero 
nella  penuria  del  1765  gli  800  triumplini  armati  per  voler 
pane  e  farina  ed  al  rappresentante  veneto  che  voleva  cal- 
marli risposero:  «  Voi  Eccelenza  che  consumate  tanta  farina 
per  imbiancare  i  vostri  capelli  e  la  vostra  parrucca,  datene 
anche  a  noi  che  abbiamo  fame  ». 

Dove  sta  ora  il  monumento  dedicato  da  Re  Vittorio 
Emanuele  II  alle  vittime  del  1849  (1),  su  alto  piede- 
stallo ergevasi  una  colonna  sormontata  dal  leone  alato, 
artistica  scoltura  del  nostro  Medici,  gettata  a  terra  e  ri- 
dotta in  pezzi  dai  giacobini  nel  1797;  la  colonna  fu  levata 
nel   1822. 

Nel  1765  era  stata  trasportata  in  piazza  del  Lino,  ora 
detta  Nuova  o  dell'Erbe,  la  vendita  dei  commestibili,  con 
tutti  i  casotti  che  ingombravano  la  bella  piazza  dei  Co- 
mune, lasciando  però  sotto  la  Loggia  i  venditori  di  vesti 
fatte  e  della  tela,  licenziati  poi  anch'essi  dopo  il  1848. 
Eranvi  allora  in  piazza  vecchia,  centro  del  movimento  cit- 
tadino, i  due  rinomati  caffè  del  Bergamasco,  quello  dei 
Grigioni  ed  il  pasticciere  Mostaccino,  forse  l'unico  in  città, 
essendo  quest'arte  quasi  privativa  delle  monache. 

Gli  uffici  dell'  Illustrissima  Città  (  municipio  )  erano 
come  tutt'ora  nel  palazzo  della  Loggia,  tranne  che  in  luogo 
delle  tre  attuali  sale,  era  una  sola  grande  sala  ad  occidente 
tutta  dipinta  dai  nostri  pittori  Marone  e  Bona  destili  ita  alle 
adunanze  del  Consiglio  Generale.  Nell'edificio  accanto  alla 


(1)  Opera  del  bresciano  scultore  Giambattista  Lombardi. 


20 

Loggia  avea  sede  il  Collegio  dei  Giudici  e  sulla  porta 
d'ingresso  alla  sala  maggiore  leggeasi  la  seguente  lapidaria 
iscrizione: 

HIC    LOCUS    ODIT,    AMAT,    PUNIT,    CONSERVATA    HONORAT, 
NEQJJITIAM,    PACEM,    CRIMINA,   JURA,    BONOS    (i). 

A  mezzodi  della  piazza  il  severo  edificio  dei  due 
monti  di  Pietà,  nella  cui  parte  occidentale  stavano  le 
prigioni  per  gli  uomini  condannati.  Le  carceri  delle  donne 
erano  nella  torre  della  Palada,  quella  de'  processagli  in 
Broletto,  le  politiche  in  Castello. 

Ed  in  Broletto  stavano  gli  offici  governativi.  Xel  pian- 
terreno il  corpo  di  guardia  militare  alla  porta  occidentale 
chiusa  da  cancelli,  alla  parte  orientale  gli  sbirri  (guardie 
di  polizia).  Stavano  pure  in  pianterreno  la  Camera  Ducale 
o  Tesoreria  del  Principe,  i  notai  al  Malefico  (Cancelliere 
Criminale)  le  prigioni  e  le  poste,  e  sotto  i  portici  nei 
giorni  non  feriali  eravi  notevole  movimento  di  cittadini 
che  chiacchieravano  e  strillavano. 

Seduti  a  qualche  banco  stavano  certi  scrittori  che  per 
proprio  conto  e  senza  mandato  officiale  servivano  i  popo- 
lani analfabeti  o  poco  intelligenti  nello  stendere  suppliche 
o  ragioni  curiali,  come  tanti  azzecca  garbugli  detti  dai  bre- 
sciani mangiacarte,  altri  poi  erano  sollecitatori  di  palazzo, 
causidici,  clienti  ed  uscieri  che  fra  loro  discorrevano  prima 
che  si  aprissero  le  udienze  (2). 


(1)  Gambara  -    Ragiona  menti  di  Storia  Patita  -  Voi.  1.  pag.  128. 

(2)  Notizie  avute  dall' Avv.  Paolo  Cassa  che  nel  1796  era  inter- 
veniente presso  i  tribunali  della  città. 


21 

La  parte  del  Broletto  a  monte  era  riservata  ad  abita- 
zione del  Capitano  e  agli  uffici  del  Governatore  dell'armi, 
del  Collaterale  e  dei  Direttori  delle  Finanze  (Fisco)  i  quali 
però  tenevano  anche  delle  case  di  loro  abitazione  allora 
di  proprietà  governativa  N.   3   e  5   in  piazza  del  Duomo. 

La  parte  a  mezzodì  spettava  al  Podestà  in  unione  agli 
uffici  degli  assessori  o  giudici  del  Maleficio  (Tribunale 
Criminale)  e  dei  giudici  della  Ragione  (Tribunale  Civile). 
A  tutti  questi  uffici  si  ascendeva  per  lo  scalone  ora  detto 
del  tribunale  o  per  la  chiocciola  della  torre,  perchè  la  scala 
della  attuale  Prefettura,  fu  eretta  più  tardi  occupando 
una  parte  dell'  ora  distrutta  chiesa  di  S.  Agostino  di  cui 
rimase  la  bella  facciata  del  secolo  XIV  nel  vicolo  omonimo. 

Le  dette  principali  abitazioni  del  Broletto  erano  deco- 
rate di  affreschi,  di  quadri,  di  statue  (1),  ma  la  rivoluzione 
del  susseguente  anno,  molti  rovinò  e  distrusse  e  non  ri- 
masero che  alcuni  vólti  dipinti  dal  Sancirmi  e  dal  Gandini 
ed  una  sala  del  Capitaniato  dipinta  da  Lattanzio  Gambara, 
ed  in  quei  travolgimenti  andò  perduto  il  quadro  rappre- 
sentante Brigida  Avo^adro  sulle  mura  a  difesa  di  Brescia 
contro  P  esercito  dei  Visconti  sotto  il  quale  vi  era  la  se- 
guente inscrizione  : 

Brayda  Avogadra  —  Patriam  Insubri  hoste  petitam  — 

cum  matronis  concivibus  ceterarumque  eceminarum 

manu  viriliter  defend1t  mcdxxxiix  (2). 


(1)  Chizzola  (vere  Carboni)  Le  pitture  e  scolture  di    'Brescia    nel 
1760  per  Rossini. 

(2)  Brognoli  -  Memorie   spettanti  all'  assedio   di   Brescia    143S  - 
Brescia,  Berlendis  1780. 


22 

La  nuova  Cattedrale  fondata  sull'  antica  di  S.  Pietro 
de  Dom  nel  1604  non  era  ancora  finita  nel  1796;  la 
maggior  parte  era  scoperta,  le  Capelle  non  ancora  com- 
pletate e  monca  della  cupola. 

Di  faccia  al  Duomo  vecchio,  l'isola,  che  ha  per  confine 
i  portici  e  le  due  vie  prospettanti  la  Cattedrale,  era  oc- 
cupata dall'arsenale  militare  (il  ove  fino  al  cadere  del 
secolo  XVII  eravi  fonderia  di  cannoni,  ma  nel  1796  usa- 
vasi  solamente  per  deposito  di  armi  bianche  e  da  fuoco 
mentre  quelle  dell'artiglieria  venivano  somministrate  dalle 
due  fabbriche  e  fonderie  del  Bailo  in  Sarezzo  e  del  Torri 
a  Castro  sul  Sebino. 

In  città  diverse  case  e  varie  vie  aveano  ancora  aspetto 
medioevale;  alcune  furono  in  qucll' anno  riattate,  parecchie 
si  lasciarono  come  erano,  p.  e.,  la  Rua  Confettora  ed  al- 
cune vie  presso  il  Carmine  ed  in  Cittadella  vecchia  furono 
più  tardi  trasformate. 

La  Dogana  era  sul  Corso  della  Pallata  nella  casa  an- 
cora segnata  col  N.  io,  la  dispensa  del  sale  sul  Corso  de' 
Parolotti,  e  del  Sale  chiamossi  il  vicolo  retrostante.  Nella 
casa  N.  7  in  via  Cavalletto  era  l'ufficio  dei  Deputai  al  Ter- 
ritorio (Provincia)  che  lasciò  il  nome  alla  via  di  mezzodì. 

In  fatto  d' arte  non  era  Brescia  in  penuria,  oltre  i 
dipinti  ad  olio  ed  a  fresco  ed    i    monumenti    in    scoltura 


(1)  Questo  arsenale  dopo  aver  servito  anche  di  caserma  ai  sol- 
dati francesi  nel  1797,  fu  dal  Demanio  venduto  al  signor  Tolotti  che, 
rifabbricatolo  con  disegno  dell'  architetto  Berenzi,  alla  sua  morte  lo 
lasciò  all'unica  figlia  sposa  del  francese  Faucanié  Ora  la  vasta  casa 
è  divisa  fra  più  proprietari. 


23 

nelle  Chiese,  pregiate  collezioni  artistiche  e  numismatiche 
conservavansi  presso  nobili  famiglie  da  costituirne  nn  vere; 
museo.  Le  gallerie  dei  Nobili  Averoldi,  Avogadro,  Fena- 
roli,  Brognoli,  Mazzucchelli,  Barbisoni,  Gaifami3  Marti- 
nengo,  attestano  quanto  fossero  i  nostri  maggiori  amanti 
dell'arte.  Non  parlo  degli  argenti  e  delle  artistiche  orefi- 
cerie appartenenti  a  Chiese  ed  a  privati  converse  di  poi 
dalla  ingordigia   francese  in  tanto  rubato  denaro. 

Tale  era  lo  stato  materiale  di  Brescia  nel  1796,  e  noi, 
a  torto  paragonando  il  vivere  de'  nostri  avi  di  più  di  un 
secolo  fa  col  nostro  presente,  e  tanti  disagi  e  sconci  d'allora 
coi  comodi  nostri  e  coi  nostri  desideri,  lontani  dal  sentirsi 
soddisfatti,  chiameremmo  gli  avi  quasi  inerti  o  retogradi? 
Viventi  in  un'epoca  di  vertiginosa  operosità  non  possiamo 
essere  giudici  spassionati  di  quelli  che  si  mostrarono  so- 
vente più  operosi  e  progressisti  del  Veneto   Governo. 

E  ne  sia  prova  la  tenacità  con  cui  il  cittadino  Con- 
siglio instò  per  dieci  anni  presso  il  Governo  di  S.  Marco 
affinchè  riformasse  i  regi  stradali  ridotti  in  sì  deplorevole 
stato,  che  sovente  lo  stesso  corriere  di  S.  Marco  era  co- 
stretto anche  in  pianura  tirar  innanzi  coi  buoi,  e  la  città 
avrebbe  pensato  alla  riforma  delle  vie  territoriali.  I  voti 
dei  bresciani  furono  finalmente  esauditi;  ma  l'importante 
riforma  cominciò  solo  nel  1790.  Giambattista  Albrici  con 
pieni  poteri  del  Governo  ordinò  che  alla  regia  strada 
dall'  Oglio  al  Mincio  si  restituisse  1'  originale  larghezza 
di  24  braccia  bresciane  (12  metri)  avendo  da  tempo  i 
frontisti  occupato  terreno  alla  regia  via  appartenente;  e,  ze- 
latore   fermo    nella   sua   missione,  non  badò  a  lagni  ed  a 


24 

proteste  e  felicemente  compì   la  grande  riforma  di  quella 
strada  maestra. 

Il  Consiglio   cittadino    nel   1793,  dietro  l'esempio  del 


GIROLAMO    FENAROLI 

(da  ritratto  presso  il  Conte  Federico  Bottoni) 

veneto  rappresentante,  commise    ai    patrizi  Girolamo  Fe- 
naroli  e  Cesare  Bargnani  (1)  la  riforma  della  strada  dalla 


(i)  Girolamo  Fenaroli  del  Co:  Bartolomeo  (1 760-1802)  fu  mem- 
bro del  Governo  provvisorio  (1797),  deportato  poi  a  Cattaro  dagli 
austro-russi,  membro  dell'Istituto  di  Scienze  a  Bologna,  matematico 
e  giureconsulto. 


25 

Mandolozza  ad  Iseo,  ciò  che  essi  fecero  con  tanta  attività 
e  prontezza  che  stante  la  pubblica  soddisfazione  il  Consiglio 
ordinò  che  fosse  posto  alla  Mandolozza  un  monumento  a 


CESARE    BARGNANT 

(da    ritratto    presso     la']  Contessa    Donati    in    Adro) 

ricordo   dell'  opera  ed  a  lode  dei  direttori    come    leggeasi 
sul  basamento  portante  una  piramide  (i). 

Co:  Cesare  Bargnani  figlio  del  nob.  Gaetano  (1757-1825)  segre- 
tario del  Ministro  Prina  durante  il  Regno  Italico,  ben  a  Metto  a  Na- 
poleone che  lo  nominò  conte  e  gran  Groce  della   Corona  di  Ferro. 

(1)  Quel    monumento    tu    durante    la    rivoluzione  (1797)  disfatto 


26 

E  quegli  esempi  ebbero  valenti  imitatori. 

11  celebre  matematico  prof.  Coccoli  ed  il  giovine  inge- 
gnere o  geometra  (come  allora  diceasij  Antonio  Sabatti  (i) 
apparecchiarono  per  conto  del  Comune  vari  progetti  per 
agevolare  con  nuove  strade  1'  ascesa  nelle  valli  Trompia 
e  Sabbia  e  tu  gloria  del  Governo  provvisorio  (1797)  vi- 
verne incominciata  l' esecuzione,  seguita  poi  sotto  la  Ile- 
pubblica  Cisalpina  e  sotto  gli  altri  governi  fino  a  noi,  ond'è 
che  la  nostra  divenne  una  delle  provincie  in  Italia  più 
ricche  di  buone  vie. 

Secondo  poi  il  Nuovo  Giornale  di  Brescia  stampato 
dal  Bendiscioli  per  l'anno  1796  la  popolazione  della  città 
era  di  abitanti  44915  e  della  Provincia,  allora  detta  Ter- 
ritorio, era  di   341.059. 


ed  una  parte  di  esso  fu  dai  demagoghi  Iscani  portato  al  loro  paese 
e  vi  conficcarono  sopra  1'  albero  della  libertà  e  poi  spezzato  alla  ve- 
nuta degli  austro-russi  in  Iseo  (1799). 

(1)  Coccoli  Domenico  di  Brescia  celebre  matematico,  professore 
accademico  in  Brescia,  indi  Ispettore  generale  delle  strade  ed  acque 
nel  regno  Italico  (1747-1812). 

Antonio  Sabatti  ingegnere,  discepolo  del  Coccoli  (1758-1843). 
Ebbe  pubbliche  missioni,  fu  vice  prefetto  e  nominato  cavaliere  e  barone. 


LE  AUTORITÀ  VENETE  E  CITTADINE 


La  giurisdizione  amministrativa  nel  XVIII  secolo 
presso  di  noi  differiva  siffattamente  dalle  attuali  nella  cir- 
coscrizione territoriale,  nella  competenza,  nella  forma  e 
perfino  nei  nomi,  che  malegevole  ritorna  il  dover  dare  di 
esse  un'  adeguata  idea. 

Che  se  vuoisi  in  qualche  modo  intendere  l'organizza- 
zione allora  vigente  è  necessario  portarsi  col  pensiero  agli 
antichi  e  gloriosi  reggimenti  dei  Comuni,  in  cui  le  città  so- 
vrastavano bensì  ai  Comuni  rurali,  ma  solo  tanto  quanto  era 
spediente  per  mantenerli  in  federazione,  e  quindi  a  quei 
comuni  rimaneva  una  certa  autorità  sovrana,  discutevano 
e  facevano  da  se  stessi  le  proprie  leggi  (statuti),  giudica- 
vano da  se  le  controversie  civili,  almeno  in  prima  istanza, 
ed  amministravano  anche  una  parte  della  giustizia  puni- 
tiva. E  come,  secondo  gli  antichi  loro  statuti,  le  città  stesse 
erano  tenute  ad  assumere  un  Podestà  forestiero  ad  ammi- 
nistrare specialmente  la  giustizia,  così  la  città  spediva  suoi 
rappresentanti  presso  le  unioni  più  o  meno  numerose  di 
comuni   rurali,  e  quei  delegati    dovevano    giudicare  nelle 


28 

cause  di  loro  pertinenza  a  seconda  dei  diversi  statuti  cit- 
tadini o  comunali  che  fossero. 

La  Repubblica  Veneta,  riserbandosi  gli  atti  di  politica 
e  di  alta  amministrazione,  accettò  e  mantenne  la  condi- 
zione posta  dai  Bresciani  nelP  atto  di  loro  dedizione,  di 
conservare  e  rispettare  tutti  gli  statuti,  e  quindi  anche 
quella  organizzazione  che,  con  poche  riforme,  era  ancora 
più  o  meno  in  vigore  nel  1796  prima  che  ci  venisse  quella 
violenta  bufera,  la  quale  doveva  schiantare  tutte  le  antiche 
istituzioni  de'  padri  nostri,  e  tutto  innovare  con  concetti  più 
chiari  e  leggi  più  uniformi,  ma  certo  meno  libere,  sebbene 
nate  sotto  il  grido  della  libertà. 

Fino  al  1797  adunque  i  Comuni  rurali  erano  governati 
da  Consoli  eletti  popolarmente  in  comizi  di  tutti  i  capi 
famiglia  (1).  I  Consoli  rappresentavano  la  comunità,  ve- 
gliavano alla  esecuzione  degli  statuti,  erano  amministratori 
e  di  solito  tenaci  conservatori  delle  proprietà  comunali 
allora  assai  ricche  e,  oggi   si   può  dire  sfumate. 

I  Comuni  che  più  degli  altri  conservarono  i  propri 
statuti  nel  pieno  loro  vigore  furono  i  settentrionali,  cioè 
quelli  di  Valcamonica,  di  Yaltrompia,  di  Yalsabbia  e  della 
Riviera  Benacense  e  noi  stimiamo  sia  ciò  avvenuto  in  forza 
della  federazione  che  tenevali  fra  loro  uniti,  per  mezzo 
di  sindaci  generali,  difensori  dei  loro  diritti,  dai  Comuni 
stessi  a  questo  scopo  eletti  (2). 

(1)  I  Comizi  nelle  loro  antiche  forme  radunansi  ancora  in  quei 
Comuni  quando  trattisi  di   nominare  il  Parroco  di  elezione    popolare. 

(2)  Il  sindacato  e  Consiglio  di  Yaltrompia  si  radunava  nel  1796 
in  Tavernole  e  quello  di  Yalsabbia  in  Xozza.  Il  sindacato  di  Yalca- 
monica  risiedeva  in  Breno  e  quello  della  Riviera  in  Salò. 


29 

I  comuni  rurali  invece  della  pianura  ben  pochi  ave- 
vano conservato  in  vigore  i  propri  statuti  e  nelle  24  Quadre 
in  cui  era  divisa  quella  parte  del  nostro  territorio,  quasi 
tutti,  per  molta  inerzia  e  poco  interesse,  avevano  perduta 
quella  autonomia  che  con  gelosa  cura  avevano  conservata 
gli  abitanti  dei  monti.  Oltre  poi  i  Comuni  compresi  nelle 
quadre,  vi  erano  15  ville  nelle  chiusure  o  suburbi  di  Brescia 
che  dipendevano  dalla  città,  però  con  propri  ordinamenti, 
sette  o  otto  paesi  erano  privilegiati  e  si  reggevano  da  se; 
sei  erano  le  comunità  feudali,  e  su  quelle  nulla  potea  la 
città,  ma  tutto  i  feudatari;  ed  i  luoghi  forti  avevano  spe- 
ciali statuti  e  sovente  erano  soggetti  a  poteri  straordinari 
di  capi   militari  spediti  in  luogo  dal  veneto  senato  (1). 

Con  tutto  ciò  la  città  conservava  però  un'  alta  giuri- 
sdizione sul  territorio  così  montano,  come  della  pianura 
e  spediva  i  suoi  luogotenenti,  i  quali,  come  vedremo,  as- 
sumevano titolo  di  Capitano,  di  Podestà  o  di  Vicario  a 
seconda  delle  facoltà  di  cui  erano  investiti  e  de'  luoghi  in 
cui  erano  inviati. 

Salvi  dunque  i  molteplici  statuti  cittadini  e  rurali,  i 
privilegi  ed  i  diritti  feudali,  1'  alta  autorità  stava  raccolta 
nelle  mani  dei  rappresentanti  della  Repubblica. 

Fin  da  quando  Venezia,  invocata  da  padri  nostri,  preso 
possesso  nel  secolo  XV  venne  a  reggerci,  usò  sempre  se- 
condo la  sua  costituzione  spedir  qui  due  principali  reggitori 
che  chiamavansi,  l'uno  Podestà  o  Pretore,  l'altro  Capitano 
o  Prefetto  e  queste  due  cariche  ricordavano  i  Podestà  ed 
i  Capitani  di  popolo  del  medio  evo. 


(1)  V.  1'  Elenco  delle  Quadre  e  dei  Comuni  App.  I"  in  line. 


3o 

Il  Podestà  teneva  il  primo  posto  col  mandato  di  ve- 
gliare sulla  pubblica  sicurezza,  sul  buon  costume,  sul  culto, 
sulle  corporazioni  regolari  e  laicali,  sulle  scuole,  sulle  arti, 
sul  commercio,  sulla  pubblica  sanità,  sull'annona,  sulle 
acque  e  strade,  ed  aveva  inoltre  la  giurisdizione  e  com- 
petenza   sulle    cause  civili  e  criminali. 

Il  Podestà  teneva  udienza  ogni  dì  non  feriato,  riceveva 
le  petizioni  ed  i  ricorsi,  decidendo  in  materia  civile  i 
processi  compilati  dal  giudice  o  assessore  alla  Ragione  ; 
l'appello  era  portato  a  Venezia  dinnanzi  agli  Uditori  od 
alla   Quarantia  o  Consiglio  dei  XL  al  Civile. 

Il  Vicario  Pretorio  ne  taceva  le  veci.  Ogni  causa  cri- 
minale andava  prima  in  mano  del  giudice  od  assessore  al 
maleficio  a  cui  spettava  1'  istruttoria,  come  or  si  direbbe, 
e  la  relazione  per  le  cause  che  venivano  avanti  al  Podestà 
per  revisione  di  appello.  Dal  detto  giudice  le  cause  pas- 
savano al  Podestà,  il  quale,  unito  agli  assessori  e  qualche 
volta  al  Capitano  ed  a  due  giudici  di  collegio,  dava  la  sen- 
tenza. Intorno  ai  delitti  politici  il  Podestà  non  poteva  che 
denunciare  ed  istruire  per  mandato  i  processi,  essendo  il 
giudizio  di  sola  competenza  del  Consiglio  dei  Dieci  in 
Venezia  (i). 

Spettava  al  Capitano  vagliare  e  giudicare  sulle  gra- 
vezze pubbliche  dirette  ed  indirette,  sulle  questioni  doga- 
nali e  fiscali,  ed    era    si  può  dire  il  governatore    militare 


(i)  Romanin  -  Storia  T)oc.  di  Venezia.  Ivi  Muratori  eh.  1859, 
Tom.  8  p.  395.  -  Bettoni  Co.  Franc.  -  La  Xobiltà  Buse,  nel  «  Brixia  » 
pag.  98.  -  Cappelletti  -  Relazione  Storica  della  Magistratura  Veneta, 
Venezia,  1873  Tip.  Grimaldi,  pag.  81. 


3' 
di  Brescia  e  del  territorio  ad  eccezione  di  luoghi  forti. 
Nel  suo  duplice  ufficio  civile  e  militare  aveva  un  duplice 
consiglio;  il  finanziario,  composto  di  lui  e  dei  due  camer- 
lenghi, ed  il  militare,  in  cui  col  Capitano  avevano  voto 
il  governatore   dell'armi  ed  il  Castellano  di  Brescia  (i). 

Durante  i  primi  lustri  del  secolo  XVIII  la  Repubblica 
sia  per  difficoltà  nel  trovare  due  patrizi  che  volessero  as- 
sumere di  venire  nelle  città  di  provincia  in  un  ufficio  bensì 
onorevole,  ma  dispendiosissimo,  perchè  poco  retribuito, 
sia  per  recidere  ogni  occasione  di  attriti  che  sovente  na- 
scevano fra  i  due  rappresentanti,  decretò  di  concentrare 
nelle  mani  di  uno  solo  le  due  cariche;  ed  inflitti  nel  1726 
essendo  stato  chiamato  ad  altra  missione  Pietro  Grimani 
Podestà  di  Brescia,  fu  ingiunto  a  Federico  Tiepolo  Ca- 
pitano di  reggere  i  due  uffici  col  titolo  di  Capitano  Vice- 
Podestà  e  da  quell'anno  fino  alla  caduta  della  Repubblica 
fu  sempre  uno  solo  il  rappresentante  veneto  in  Brescia 
collo   stesso  titolo  di  capitano-vice-podestà. 

Non  vi  fu  clic  un'unica  eccezione  nel  1748  nel  quale 
anno  vennero  qui  spediti  Alni  or  Pisani  Podestà  e  Leonardo 
Dolfin  Capitano  (2). 

Secondo  la  costituzione  veneta  i  rappresentanti  gover- 
nativi non  dovevano  rimanere  in  carica  che  un  anno  ma 
nel  fatto  vi  stavano  ora  14,  ora  16  mesi  ed  anche  più,  ra- 
gione per  cui  noi  troviamo  alcune  volte  in  uno  stesso 
anno  quattro  o  due  rappresentanti,  invece  di  due  o  di  uno. 


(1)  Bettoni  -  i   e.  -  'Diario  Bresciano  per  l'anno   ijoi  -   Brescia 
per  Bendiscioli. 

(2)  Vedi  Peroni  Serie  dei  Rettori  di  Brescia.  Ivi  per  Nicolò  Bettoni  s.  1. 


32 

Nel  179S  terminava  il  suo  reggimento  presso  di  noi 
il  Senatore  Antonio  Savorgnan  ed  il  governo  della  Ile- 
pubblica  gli  dava  a  successore  Luigi  od  Alvise  Mocenigp 
che  fu  l'ultimo  dei  .rappresentanti  veneti  in  Brescia.  Figlio 
di  Gio.  Alvise  e  di  Bianca  Morosini  nato  in  Venezia  nel 
1721  entrò  nel  gran  Consiglio  della  Repubblica  nel  1742. 
Sostenute  in  patria  varie  magistrature  e  l'alta  carica  di  Con- 
sigliere Ducale  venne  spedito  a  reggere  Vicenza  1 78 1) 
indi  Podestà  a   Verona     1785  -86  . 

Ritornato  in  Venezia  rientrò  nel  Consiglio  de1  Pregadi 
e  tu  eletto  Provveditore  sopra  i  feudi,  allorché  il  Senato 
volle  che  assumesse  il  reggimento  di  Brescia  mentre  la 
bufera  politici  e  militare  addensavasi  sul  capo  alla  Re- 
pubblica (1). 

Il  MocenigOj  cosi  scrive  un  suo  contemporaneo,  alla 
parola  ed  al  tratto  era  signore  e  cortese  e  sebbene  di  età 
piuttosto  avanzata,  pure  aveva  vita  vigorosa.  Dama  colta 
era  la  moglie  sua  Chiara  Marcello  che  però  per  poco 
tempo  rimase  in   Brescia. 

La  sua  Corte,  che  con  tal  nome  chiamavasi  il  com- 
plesso degli  ufficiali  della  duplice  rappresentanza,  constava 
delle  seguenti   persone. 

Podestarili  0  cariche  'Pretorie: 

Carlo  Autonio  Piccoli,  Vicariò  Pretorio. 

Spiridione  Cazaiti,  Giudice  al  Maleficio      | 

Benedetto  Sarchielli,  Giudice  alla  Ragione    | 

Filippo  Novi,  Cancelliere  Pretorio. 


(1)  Litta  -  Le  Famiglie  Italiane  -  Fam.  Mocenigo. 


33 
Capitaniato  o  cariche   Prefettizie  : 

Zuanne   Barbaro,  Nob.  Ven.  Camerlengo   l. 

Piero   Soranzo,  Nob.   Ven.   Camerlengo  II. 

Antonio  Zanini,  Cancelliere  Prefettizio. 

Giuseppe   Torre,  Vice  Collaterale  sergente. 

Conte  Antonio  Stratico,  sergente  maggiore,  sostituito 
poi  dal  Colonello  Gio.  Antonio  Soffietti,  gover.  dell'armi. 

Antonio  Pisani,  Nob.   Ven.   Castellano. 

La  Repubblica  Veneta  spediva  pure  altri  suoi  rappre- 
sentanti in  alcuni  luoghi  del  nostro  territorio,  cioè  un 
Provveditore  in  Salò  per  tutta  la  Riviera  con  mandato 
quasi  eguale  a  quello  del  Capitano  Vice-Podestà  di  Brescia 
eccettuato  però  il  giudizio  delle  cause  civili,  che  era  riser- 
vato al  Podestà   eletto  dal  Consiglio  Generale  di  Brescia. 

Nel  1796  era  Provveditore  in  Salò  il  Nob.  Almorò 
Condulmier  poi  Francesco  Cicogna. 

Vi  erano  Veneti  Provveditori  in  Asola  Andrea  Corner, 
in  Orzinuovi  Autonio  Badoer,  in  Lonato  Barbaro  Giu- 
seppe in  aprile  24  ed  in  Rocca  d'Anfo  dal  7  novembre 
1795  Barbarigo  da  Riva  tutti  nobili  Ven.,  i  quali  però  non 
aveano,  che  poteri  militari.  Due  castellani  stavano  uno  in 
Asola  Piero  Corner  dal  15  febbraio  1795  e  l'altro  in 
Pontevico  Vincenzo  Soranzo -Girolamo  indi  Corner  31 
marzo  1796  scelti  anche  questi  dal  Patriziato  della  do- 
minante (1). 

Fin  qui  le  autorità  venete;  ora  osserviamo  le  cittadine. 
Nella  veneta  costituzione  1'  autorità    cittadina  o  municipio 


(1)  "IsLhovo  giornale  di  'Brescia  per  V  anno   7796  -  il  Sole  foglietto 
curioso  e  istorico  -   Bendiscioli  p.  8^- 


34 

era  molto  maggiore  di  quella  degli  altri  comuni  del  ter- 
ritorio ed  anche  della  odierna  municipale,,  come  chiara- 
mente ci  verrà  manifesto  dall'  esame  che  facciamo  delle 
varie  istituzioni   cittadine. 

L'  autorità  maggiore  risiedeva  nel  Consiglio  Generale 
il  quale  fino  alla  prima  metà  del  secolo  XV  fu  popolare 
e  come  nelle  antiche  repubbliche,  constava  di  un  rappre- 
sentante in  vita  per  ogni  famiglia  estimata  e  domiciliata 
in  città. 

In  seno  poi  di  quel  consiglio  popolare  stava  un  con- 
siglio speciale  detto  anche  di  Credenza  composto  di  72 
cittadini  con  limitate  facoltà  legislative  e  piene  esecutive 
insieme  ai  Consoli  e  Podestà,  il  quale,  per  le  esigenze 
giuridiche  di  quei  tempi,  dovea  sempre  essere  un  forastiere 
alla  città  (3). 

La  Repubblica  Veneta  venuta  in  possesso  della  nostra 
città  e  territorio  preparò  colla  sua  influenza  gli  animi  ed 
ottenne  che  il  Consiglio  Generale  pigliasse  forma  del  Con- 
siglio o  Senato  della  dominante  e  difatti  in  un  consiglio 
generale  popolare  del  1475  venne  determinata  con  speciale 
statuto  che  da  quell'anno  in  avanti  non  avessero  voti  in 
Consiglio,  se  non  quelli  appartenenti  ad  antiche  e  beneme- 
rite famiglie  cittadine,  che  aveano  sostenuti  incarichi  citta- 
dini e  sostenuti  i  pesi  o  che  avessero  prestata  1'  opera  loro 
nel  valoroso  assedio  della  città  nel  1438,  tempore  dine 
obsidionis)  riserbandosi  il  Consiglio  di  a^^re^are  al  consiglio 
stesso  altre  famiglie  quando  si  verificassero  in  esse  le  con- 


(1)  V.  Statuto  di  lì  restili,  De  Potestate. 


35 
dizioni  determinate  dal  riformato  statuto.  Il  perche  ogni 
due  anni  nel  gennaio  si  riformava  il  Consiglio  Generale, 
cioè  si  eliminavano  dall'albo  dei  consiglieri  i  morti,  i  de- 
caduti per  qualcune  delle  condizioni  di  esclusione,  si  in- 
scrivevano i  nomi  de'  discendenti  che  erano  arrivati  all'età 
legale  ed  i  nomi  di  quei  cittadini  ammessi  per  la  prima 
volta  fra  i  patrizi.,  indi  si  pubblicava  la  %tjormatio  Con- 
stili general is,  che  era  un  foglio  stampato  volante,  su  cui 
secondo  l'ordine  alfabetico  si  registrava  colla  massima  pre- 
cisione il  cognome,  il  nome  ed  i  titoli  (Dottore,  Cavaliere, 
Conte,  Marchese)  di  ognuno  de'  consiglieri  e  quel  foglio 
era  considerato  un  documento  pien  provante  il  patriziato, 
la  nobiltà  ed  i  titoli  (i). 

Oltre  il  consiglio  generale  eravi  un'  altro  consiglio 
detto  speciale  in  cui  avevano  voto  12  consiglieri  che  si 
cangiavano  ogni  due  mesi  in  modo  che  in  fine  d' anno 
72  erano  i  consiglieri  che  avevano  fatto  parte  del  con- 
siglio speciale  insieme  ai  7  consiglieri  formanti  la  con- 
sulta, dimodoché  il  consiglio  speciale  era  composto  di 
19  membri.  Le  deliberazioni  del  Consiglio  Generale  e  dello 
speciale  erano  nulle  se  non  interveniva  il  Podestà  Veneto, 
il  quale  però  non  aveva  voto.  Le  deliberazioni  del  Con- 
siglio Generale  erano  definitive,  quelle  invece  del  Consiglio 
speciale  non  avevano  valore  se  non  erano  approvate  dal 
Consiglio  Generale. 

Un  terzo  consiglio  era  chiamato  la  Consulta  o  Banca. 

Ogni  due  anni,  e  precisamente  in  gennaio,  quando  si 


(1)  Cagnola  Agostino  -  Orazione  ai  Nob.  Consiglieri  di  Brescia. 
S.  F.    1775. 


36 

rivedeva.,  o,  come  allora  dicevasi,  si  riformava  il  Consiglio 
si  eleggevano  quattro  Abati  e  quattro  Avvocati  ;  1'  un  dopo 
l'altro  stavano  in  carica  sei  mesi  occupando  così  due  anni. 

Le  persone  che  dovevono  occupare  quei  due  uffici  si 
sceglievano  dai  Dottori  Giudici  di  Collegio  e  si  nominavano 
per  acclamazione.  I  tre  Deputati  si  eleggevano  ogni  anno 
dal  Consiglio  Generale  dopo  Natale  in  apposita  adunanza 
e  duravano  in  carica  un  anno.  I  sindaci  finalmente  si  eleg- 
gevano ogni  anno  e  stavano  in  ufficio  due  anni,  ma  ogni 
anno  doveva  uscirne  uno.  In  tutti  questi  uffici  nessuno 
titolare  poteva  essere  rieletto  alla  scadenza;  ma  fra  queste 
e  la  rielezione  dovevano  passare  almeno  due  anni. 

Per  l'anno  1796  risultarono  Abati  Gio.  Batta  Appiani 
e  Gaetano  Palazzi  ;  Avvocati,  Giuliano  Montini  e  Conte 
Rutilio  Calini;  Deputati,  Paolo  Chizzola  e  Flaminio  Ma- 
rasmi; Sindaci  Ottavio  Luzzago  e  vacante  il  2.0 

Erano  allora  in  carica  i  due  patrizii  cancellieri  nobile 
Ottavio  Patuzzi  e  nobile  Ilario  Borgondio  che  tenevano 
la  direzione  degli  uffici,  la  redazione  degli  atti  e  la  cu- 
stodia degli  archivi  ed  erano  retribuiti. 

Essi  non  avevano  voto  senonchè  nel  Consiglio  Gene- 
rale e  di  solito  erano  Notai,  o  ad  essi  pareggiati.  Come 
cancellieri  scadevano  ogni  cinque  anni.  E  per  toccare  una 
questione  araldica  accenneremo  al  fatto  che  nella  sala  del 
consiglio  stavano  dipinti  su  tavolette  di  legno  gli  stemmi 
dei  consiglieri  con  sopra  la  corona  comitale.  Non  so  se 
il  fatto  corrispondesse  a  un  diritto  riconosciuto  o  solo 
del  consiglio  preteso.  La  ragione  di  quella  corona  ci  è 
data  da  alcuni  testimoni  in  processo  di  nobiltà  del  1755. 


37 
«  Siccome,  (così  tre  di  quei  testimoni)  tutti  i  consiglieri 
a  di  questa  città  sono  feudatari  e  conti  col  diritto  di  mero 
«  e  misto  impero  e  podestà  di  spada  del  luogo  di  Asola 
«  e  suo  territorio  e  della  Riviera  Benaccnse,  con  giurisdi- 
«  zione  piena  e  civile,  e  della  tortezza  di  Lonato,  con 
«  giurisdizione  come  sopra  e  della  Valcamonica  della  for- 
ce tezza  di  Orzinuovi  e  delle  terre  di  Chiari  e  Palazzolo, 
«  oltre  undici  altri  Vicariati,,  e  conseguentemente  tutti  li 
«  Consiglieri  hanno  diritto  di  avere  le  loro  armi  colla 
«  corona  comitale  (i). 

La  città  di  Brescia  e  per  essa  il  Gran  Consiglio  aveva 
conservata  anche  una  notevole  parte  di  quella  autorità  che 
esercitava  sul  territorio  al  tempo  dei  Comuni  e  perciò  e- 
leggeva  e  spediva  al  governo  dei  centri  territoriali  e  delle 
quadre  e  nei  Comuni,  (eccettuati  i  privilegiati  per  feudi 
o  per  esenzioni)  persone  che  in  di  lei  nome  governavano. 
Gli  inviati  erano  sempre  scielti  dal  Consiglio  Generale  ; 
solamente  ai  Vicariati  minori  poteasi  eleggere  anche  un 
borghese,  e  tutti  gli  inviati  stavano  in  carica  come  allora 
si  costumava  dai   12  a   16   mesi  (2). 

Oltre  la  Magistratura  principale  del  Comune  altre  vi 
erano  in  Brescia  (col  nome  di  Collegio)  Magistrati,  Giu- 
dici, che  dipendevano  immediatamente  dal  Consiglio  cit- 
tadino, più  che  dalle  autorità  venete  e  ne  daremo  1'  e- 
lenco  (3). 

(1)  Processo  autografo  per  l'ammissione  all'ordine  di  Malta  di 
Giulio  Fé.  -  Ms.  presso  di  me.  -  Quelle  tavolette  furono  abbruciate 
in  Piazza  Vecchia  nella  rivoluzione  del   1797. 

(2)  Nuovo  giornale  1796.  -  Il  solo  di  Brescia. 

(3)  V.  Appendice  N.  2  in  fine. 


3§ 

Grande  influenza  esercitava  il  Collegio  de'  Giudici  il 
quale  fino  al  1560  ebbe  privilegio  di  conferire  le  lauree 
in  diritto  e  tenere  lezioni  di  diritto  romano  e  degli  statuti, 
ma  questo  privilegio  gli  fu  tolto  dal  governo  veneto  per 
favorire  l'Università  di  Padova.  Per  essere  giudici  di  Col- 
legio avuta  la  laura  doveasi  sostenere  un  rigoroso  esame 
per  essere  a  suo  tempo  proclamato  giudice,  ma  1'  eletto 
non  poteva  entrare  nel  Collegio  se  non  aveva  30  anni 
d'  età  e  se  non  era  inscritto  nel  Gran  Consiglio  Comu- 
nale. Nel  1796  fino  alla  rivoluzione  dell'anno  dopo  furono: 

Ci  indici  di  Collegio 

Nob.  Pietro  Soardi  Priore. 

»      Luigi  Arici 

,.,.    '        .     .  Consiglieri. 

»      U10.   Appiani     I 

»      Co  :  Pier  Paolo   Calmi      | 

n.  ,.  Sindaci. 

»      Pietro  Masperoni  | 

Giudici 

Nob.  Agostino  Montini. 

»  Co  :  Lodovico  Emili. 

»  Pietro  Soncini. 

»  Giuliano  Montini. 

»  Co  :  Paolo  Caprioli. 

»  Gio.  Batta  Peroni. 

)>  Alessandro  Scovolo. 

)>  Francesco  Poncarale. 

»  Paolo  Barsrnani. 


39 

Nob.  Gaetano  Palazzi. 

»  Achille   Barbera. 

»  Ottavio  Maggi. 

»  Co  :  Ippolito  Calini. 

»  Pietro  Cazzago. 

»  Bartolomeo  Arici. 

»  Pompeo  Maggi. 

)>  Alessandro  Luzzago  Cancelliere. 

Da  questo  Collegio  scieglievansi  come  dicemmo  le 
persone  che  dovevano  coprire  le  principali  cariche  citta- 
dine, e  durante  il  tempo  che  occupavano  tali  cariche  non 
poteano  giudicare  fino  alla  scadenza  di  queir  ufficio.  E  qui 
affinchè  meglio  si  comprenda  quale  fosse  la  competenza  dei 
diversi  tribunali  (i)  devo  ricordare  in  prima  che  fino  a 
tutto  il  secolo  XVIII  non  conoscevasi  la  codificazione  civile 
e  penale  ;  le  prescrizioni  intorno  ai  diritti  e  doveri  dei 
cittadini  erano  esposte  o  negli  statuti  o  in  molteplici  leggi 
venete,  pubblicate  in  diversi  tempi  con  differenti  obbiet- 
tivi, e  molte  volte  l'ima  contraddiceva  all'altra,  perchè  non 
sempre  pubblicandosi  una  nuova  legge  dichiaravasi  abro- 
gata la  preesistente,  per  cui  lo  studio  e  la  trattazione  delle 
cause  civili  era  malagevole  e  penoso. 

Se  poi  in  una  data  causa  i  principali  fondamenti  legali 
sui  quali  si  appoggiava  l'attore,  dipendevano  dagli  statuti 
cittadini,  anche  incidentalmente,  la  causa  era    di    compe- 


(i)  V.  appendice  2*  in  fine  l'elenco   dei  Vicariati  ed  il  nome  dei 
Vicari  nel    1796. 


4o 

tenza  dei  giudici    di    Collegio,  se    dipendevano    invece  da 

leggi  venete,  la  competenza  spettava  al  Podestà. 

Senonchè  questa  regola  lasciava  aperto  1'  adito  a  pro- 
lungare in  definitivamente  le  liti,  imperocché  in  qualunque 
pun^o  si  trovasse  la  causa  una  delle  parti  potea  far  insor- 
gere la  questione  dell'incompetenza  sostenendo  essere  prin- 
cipale la  prescrizione  degli  statuti  se  la  causa  stava  din- 
nanzi al  Podestà,  o  delle  leggi  venete  se  stava  presso 
i   giudici  cittadini. 

La  decisione  di  competenza  era  data  dal  Tribunale 
avanti  a  cui  si  era  portata  la  petizione,  ma  vi  era  1'  ap- 
pello, o  al  Podestà  contro  la  sentenza  dei  giudici  di  Col- 
legio o  agli  avvogadori  o  alla  quarantia  in  Venezia  contro 
quella  del  Podestà.  Gli  avvogadori  poi  potevano  o  giudi- 
care della  competenza  e  rimettere  le  parti  al  giudice  di- 
chiarato competente,  o  giudicare  del  merito,  ma  la  torma 
di  quel  giudizio  non  impediva  alla  parte  soccombente  di 
riprendere  la  lite. 

E  finalmente  potevano  sentenziare  col  non  transetti 
colla  quale  dichiarazione  non  definivano,  non  rimettevano, 
ma  fermavano  per  tempo  indefinito  V  effetto  dell'  ultima 
sentenza  ed  allora  doveasi  ritare  tutto  il  processo  o  discus- 
sione dinnanzi  ad  essi  per  ottenere  il  transeat,  o  ricorrere 
al  Senato  come  ultimo  appello. 

Meno  intricata  ed  un  po'  più  precisa  era  la  giurisdi- 
zione così  detta  onoraria  che  stava  presso  i  giudici  o  con- 
soli de'  quartieri. 

Il  giudizio  d'  appello  era  di  spettanza  del  Collegio  di 
giudici  cittadini. 


4i 
Il  Corniani  attcsta  che  nel  Collegio  dei  Giudici  si  stu- 
diavano molto  e  bene  le  cause,  ma  se  la  giustizia  non 
riusciva  molte  volte  a  trionfare  era  cagione  l' arruffata 
procedura  che  apriva  tante  vie  per  distogliere  le  cause 
dai  giudici  naturali.,  moltiplicare  gli  appelli  a  Venezia  e  più 
di  tutto  ottenere  colà  sospensioni  coi  non  transeat,  ed  i 
facili  passaggi  da  un  tribunale  all'  altro  (i). 


C.  GIO.  BATTA  CORNIANI 

legisperito,   letterato,  economista  (1743-1813) 

Non  si  creda  però  che  tutti  questi   inconvenienti   av- 
venissero per  colpa  del  governo  veneto,  essi  erano  conse- 


(i)  Rapporto  al  Ministro  di  Giustizia  in  Milano  1802  presso  Parche 
gen.  gov. 


42 

guenza  della  condizione  dei  tempi  ed  erano  comuni  a  tutti 
ì  governi;  nessuno  ancora  pensava  in  Europa  ai  Codici 
di  procedura  civile,  ed  anche  sotto  quei  governi  che  van- 
tavansi  allora  progressisti,  come  la  Toscana,  Napoli  e 
Milano,  si  tentò  togliere  gli  abusi  ed  abbreviare  i  processi, 
ma  la  procedura  rimase  ancora  arruffata  perchè  la  riforma 
consegnata  a  tante  notificazioni  poggiava  sopra  base  sba- 
gliata. Forse,  dice  lo  Sclopis,  la  più  razionale  delle  pro- 
cedure civili  era  allora  quella  di  Roma,  ove  avvocati  e 
giudici  usavano  ogni  possibile  cura  per  non  allontanarsi 
dal  Diritto  Romano,  ed  il  celeberrimo  Tribunale  della  Rota 
nelle  sue  saggie  ed  uniformi  decisioni  tracciava  sovente  le 
regole  di  una  razionale  procedura. 

Le  cause  civili  erano  presso  di  noi  trattate  in  scritto 
o  colle  arringhe,  e  Brescia  aveva  esperti  e  rinomati  legi- 
speriti, che  divideansi  in  due  classi  cioè  gli  Intervenienti 
che  nei  Tribunali  potevano  vergare,  ma  non  parlare,  e  gli 
Avvocati  a  cui  era  demandata  la  difesa  orale  delle  cause. 

Il  giovane  avvocato  per  emergere  dovea  recarsi  a  far 
pratica  in  Venezia,  per  imparare  se  non  altro  la  singolare 
mimica,  considerata  allora  indispensabile  ad  ottenere  ef- 
fetto ;  conciossiachè  il  bravo  avvocato  se  montava  la  bi- 
goncia dovea  nel  bello  dell'arringa  in  straordinario  modo 
gesticolare,  battere  sul  parapetto,  sfiatarsi  e  sudare,  e  se 
arringava  in  piedi  nello  emiciclo  dei  giudici  poteva,  secondo 
che  pareagli  spediente,  muoversi,  camminare,  imitare  mo- 
vimenti altrui,  strillare,  piangere  ed  escire  con  improvvise 
citazioni  di  pa^si  e  di  libri  che  nulla  aveano  che  a  fare 
colla  causa,  ma  tirar  innanzi. 


43 

Era  libero  1'  arringare  in  Ialino.,  in  italiano  od  in  vol- 
gare, cioè  in  quel  misto  di  italiano  e  di  dialetto  che  allora 
diceasi  lingua  veneto-italiana. 

Mi  sta  sott'  occhio  l' arringa  di  un  celebre  avvocato 
d'allora  (i)  che  difendeva  un  ricco  padre  contro  le  pretese 
d' un  figlio  prodigo.  Riferisco  1'  ultima  parte  della  sua 
orazione  che,  Dio  sa,,  da  quali  gesti  sarà  stata  accompa- 
gnata. 

«  Da  tutto  ciò  dunque  che  finora  so  vignù  dicendo, 
sarete  ancor  voi  convinti  che  il  genitor  la  xe  una  persona 
intacabile,  no  la  xe  crudel,  ma  benevola,  no  la  xe  avara, 
ma  generosa,  e  che  quel  bardassa  di  figliolo  ne  ha  fatte 
di  tutte,  F  ha  ferio  nel  mezzo  del  cor  F  uomo  più  buono 
de  ste  tera,  lo  dilaniò  nel  suo  onor,  F  ha  magna,  F  ha 
bevuo,  F  ha  stravizia,  F  ha  consuma,  F  avria  dato  fondo 
al  tesor  de  Creso  se  fosse  stato  in  suo  poter  e  poi  ebbe 
il  vergognoso  coraggio  de  accusare  suo  padre  in  modo 
indegno.  Oh  !  se  ste  figlio  ingrato,  che  non  conosco  de 
vista,  fosse  tramezzo  a  ste  zente  che  ci  sta  dintorno  mi 
vorria  dirghe:  quell'uomo,  che  vi  ha  dato  sangue  e  vita,  è 
buono  e  tenero  come  il  padre  evangelico.  Vigni  qua  in- 
ginocchiatevi qua  in  mezzo  e  battendovi  il  petto  dite  col 
cuore  :  Ne  reminiscaris  delieta  juventutis  mee,  e  vostro 
padre  con  tanto  d'  anima  ve  concederà  venia,  perdono  e 
bezzi  ». 

Caduta  la  Repubblica  Veneta  i  vecchi  avvocati  conti- 
nuarono ad  usare  la  stessa  forma  delle  arringhe,  la  quale 


(i)  Cirelli.  -  Arringa  iris,  favoritami  dal  fu  egregio  avv.  Paolo 
Cassa  già  interveniente  sotto  il  governo  veneto. 


44 

però  considerata  torse  troppo  comica  dai  Ministri  della 
Repubblica  italiana  venne  proscritta  e  da  altre  norme  re- 
golate, fino  a  che  Napoleone,  divenuto  Re  d' Italia,  istituì 
appositamente  presso  l' Università  di  Pavia  una  cattedra 
di  eloquenza  forense  chiamando  ad  occuparla  il  nostro  pro- 
fessore Angelo  Anelli  di  Desenzano. 


ANGELO  ANELLI  (1761-182 
(da  un  ritratto   presso    il   nipote   suo    G.   Cozzoli  di  Rovato) 

Le    cause    commerciali    poi    venivano    sentenziate    dal 
Magistrato  della  Mercanzia  formato  da   14  giudici  fra  pa- 


45 
trizi  e  borghesi,  se  non  che  la  Corporazione  del  Lanificio 
per  antico  privilegio  aveva  un  proprio  magistrato  com- 
posto di  1 5  cittadini  negozianti  e  possidenti.  Alla  Sanità 
-ed  alle  biave  presiedeva  un  altro  magistrato  composto  di 
sette  patrizi,  ma  i  suoi  decreti  o  sentenze  non  avevano 
che  un  valore  amministrativo. 

Libero, poi  era  l' ufficio  del  Notariato  e  per  esercitarlo 
non  erano  sempre  necessari  gli  studi  legali  universitarii, 
ma  doveasi  fare  la  pratica  presso  un  notaio  e  subire 
gli  esami  presso  il  Collegio  de'  Notai,  dare  serie  prove  di 
onestà  e  cauzione  materiale. 

La  Repubblica  Veneta  fu  il  governo  che,  primo  in  Eu- 
ropa, fondasse  archivii  notarili,  ordinando  con  saggi  regola- 
menti che  vi  si  conservassero  tutti  gli  atti  rogati  dai  defunti 
notai  della  città  e  del  territorio  ;  e  fu  allora  che  si  apri- 
rono gli  archivi  notarili  di  Brescia,  di  Salò  e  di  Breno 
-che  ancora   sussistono. 

Il  Collegio  dei  Notai  (i)  di  cui  faceano  parte  i  soli  notai 
cittadini,  esercitava  una  vera  giurisdizione  su  tutti  i  notai 
che  distinguevansi  in  cittadini,  territoriali  ed  episcopali  od 
ecclesiastici,  distinzione  che  conservavasi  anche  nell'archivio 
stesso,  almeno  per  le  due  prime  classi,  imperocché  gli  atti 
rogati  dai  notai  ecclesiastici  si  conservavano  anche  dopo 
la  loro  morte  presso  1*  archivio  della  Curia  Vescovile. 

Nel   1796,  40  erano  i  Notai  di  collegio. 


(1)  Il  Collegio  dei  Notai  risiedeva  nella  casa  ora  Finadri  in  Piaz- 
zetta Beccarie  comperata  poi  dai  Rusca   indi  dai  Finadri. 

Il  notariato  esercitato  per  nWti  anni,  anche  da  padre  in  figlio  era 
uno  dei  titoli  per  esser  ammesso  al   nob.  Consiglio   del   patriziato. 


46 

Il  notaio  fino  dalle  sue  origini,  ricevuta  P  autorità  di 
rogare  gli  atti,  era  considerato  il  probiviro  di  cui  era 
sacra  la  parola,  la  quale  bastava  a  far  piena  prova  della 
verità.  È  vero  che  negli  atti  e  ne'  suoi  Breviarii  (che  ora 
diconsi  protocolli  od  originali)  citava  sempre  i  testimoni 
che  erano  stati  presenti  all'erezione  dell'atto,  ma  essi  non 
si  firmavano,  la  sola  afférmazione  del  notaio  colla  sua 
firma  e  col  suo  tabellionato  valeva  per  tutto  e  per  tutti; 
e  come  era  nelP  origine  così  continuò  sotto  il  dominio 
veneto  fino  alle  nuove  norme  pubblicate  in  sul  principio 
del  secolo  scorso. 

Dal  fin  qui  detto  rendesi  manifesto  che  quasi  tutte  le 
cariche  cittadine,  poche  eccettuate,  erano  in  mano  delle  fa- 
miglie inscritte  nel  Consiglio  generale  detto  anche  dei  500 
perchè  di  solito  tale  era  il  numero  de'  Consiglieri,  seb- 
bene nel  1796  non  fossero  che  422,  e  questo  conccntra- 
mcnto  dell'  autorità  in  un  ceto  coli'  esclusione  de^li  altri 
non  fu  P  ultima  fra  le  molte  cause  buone  e  tristi  della 
rivoluzione;  e  rendesi  pure  manifesta  la  profonda  diver- 
sità che  passa  fra  l'attuale  organizzazione  amministrativa, 
municipale  e  giudiziaria  e  quella  che  funzionava  allora, 
delle  di  cui  intricate  forme  più  non  rimane  ricordanza  nella 
nostra  generazione.  Da  molti  anni  tutta  si  è  spenta  la 
generazione  di  quei  dì,  ma  da  quella  potei  tuttavia  racco- 
gliere anni  addietro  qualche  memoria,  il  resto  conobbi  per 
paziente  ricerca  sui  libri,  sulle  cronache  e  sugli  atti  e  ma- 
noscritti esistenti  nel  nostro  archivio  generale  governativo. 


SCUOLE  -  ACCADEMIE  -  UOMINI  DOTTI 


Fino  al  1774  la  c^tv^  nostra  non  ebbe  mai  vere  scuole 
pubbliche,  cioè  a  tutti  aperte  e  per  tutti  gratuite.  Condu- 
ceva bensì  dei  Maestri,  facendoli  venire  anche  da  altre 
città,  retribuiva  loro  una  pattuita  mercede  con  obbligo  di 
insegnare  gratuitamente  a  chi  non  aveva  beni  di  fortuna, 
ma  rare  volte  allestiva  case  o  stanze  per  uso  di  scuola, 
non  dettava  regolamenti  o  programmi,  lasciava  al  maestro 
libertà  di  insegnamento  e  d'orario,  ed  essa  limita  vasi  solo 
ad  una  ben  larga  sorveglianza.  Un  grave  fatto  però  avvenne 
che  indusse  la  città  ad  assumersi  pubbliche  scuole.  So- 
pressa nel  1773  la  compagnia  di  Gesù,  il  governo  veneto 
spedì  tosto  nelle  provincie  suoi  incaricati  ad  incamerarne 
i  beni  ed  a  licenziare  tutti  i  membri  di  quella  congre- 
gazione. Anche  a  Brescia  furono  da  quei  pubblici  uffi- 
ciali incamerate  le  case  coi  mobili  ed  immobili  che  i 
gesuiti  possedevano  nel  collegio  di  S.  Antonio  e  nella 
loro  casa  delle  Grazie  e  furono  in  quella  occasione  chiuse 
le  due  chiese  delle  Grazie  ed  altrove  trasportati  i  para- 
menti e  le  argenterie  di  cui  andavano  ricche. 


48 

La  chiusura  principalmente  del  santuario,  dai  bresciani 
riguardato  sempre  con  speciale  devoto  attaccamento,  com- 
mosse la  popolazione,  la  quale,  rivoltasi  ai  Priori  del  co- 
mune pregava  che  si  impegnassero  a  far  riaprire  quelle  due 
chiese  e  ad  esse  restituire  tutto  ciò  che  dalla  pietà  de'  fedeli 
era  stato  offerto  a  quegli  altari.  I  magistrati  del  comune 
spedirono  allora  a  Venezia  il  giudice  collegiato  Francesco 
Ganassoni  onde  ottenere  l'intento,  ed  il  Senato  per  aderire 
al  desiderio  dei  Bresciani  concesse  il  convento  e  le  chiese 
delle  Grazie  colle  relative  possidenze  mobili  ed  immobili 
alla  nostra  città  a  condizione  però  che  in  quella  casa  si 
continuassero  a  mantenere  il  culto  e  le  pubbliche  scuole 
fondate  dai  gesuiti  nel  1677  e  da  essi  condotte  fino  a  quei 
giorni.  (1) 

Si  accettò  il  contratto;  e  la  rappresentanza  cittadina 
manifestò  allora  l' intenzione  di  aprire  in  quel  convento 
anche  un  collegio  convitto,  ma  poi,  sia  che  a  tale  progetto 
non  tacesse  buon  viso  il  Consiglio  Generale,  sia  che  fosse 
riconosciuto  non  adatto  il  locale,  fatto  si  è  che  l'idea  del 
convitto  svanì  ;  ed  ogni  sollecitudine  fu  diretta  alla  rior- 
ganizzazione delle  scuole,  le  quali  nel  1796  da  23  anni 
erano  dirette  dalla  città  per  mezzo  di  due  delegati  scielti 
dal  Consiglio  Generale.  Nel  1796  erano  Delegati  i  Nobili 
Pietro  Soardi  e   Giovanni  Averoldi.  (2) 

Nelle  scuole  delle  Grazie  non  da  vasi  il  primo  elemen- 
tare insegnamento   delle    lettere,  ma  piuttosto  quello    che 


(1)  Storia  di  Brescia,  part.  2*,  Codice  ms.  Chiaramonti  ora  presso 
l'Abate  Deruschi,  pag.  253. 

(2)  II  nuovo  giornale  di   'Brescia,   1796. 


49 
ora  si  impartisce  nei  ginnasi  e  ne'  licei.  Un  Pretetto, 
T  erudito  Abate  Gio.  Batta  Domenico  Corbellini,  quelle 
scuole  governava,  le  quali,  seguendo  il  metodo  allora  vi- 
gente componevansi  di  otto  anni  o  classi,  la  prima  aveva 
un  insegnamento  come  or  direbbesi  preparatorio,  indi  ve- 
niva un  anno  per  l' infima  grammatica,  due  per  la  media, 
uno  per  la  suprema,  ed  un'  altro  per  la  rcttorica  od  uma- 
nità. In  due  anni  svolgevasi  l' insegnamento  scientifico, 
della  filosofìa,  della  teologia  speculativa  o  metafisica,  della 
matematica,  della  fisica,  della  geografia,  della  storia  e  del 
disegno.  Il  più  distinto  dei  maestri  di  que"  giorni  era  il 
discepolo  del  gesuita  Cavalli  il  matematico  Domenico  Coc- 
coli, che  fu  più  tardi  Ispettore  generale  delle  acque  e  strade 
del  Regno  Italico. 

È  pur  duopo  confessare  che  la  lingua  latina  era  allora 
al  confronto  de'  nostri  dì,  o  meglio  insegnata,  o  meglio 
appresa  e  forse  con  maggior  diligenza  si  attendeva  anche 
allo  studio  della  lingua  italiana,  quantunque  importazioni 
straniere  ed  arcadiche  leziosità  avessero  falsato  il  gusto 
dei  maestri. 

Non  potei  rinvenire  quanti  alunni  frequentassero  nel 
1796  le  scuole  delle  Grazie,  due  anni  prima  però  erano 
280.  Lo  stesso  insegnamento  impartivasi  anche  nel  Collegio 
Convitto  di  S.  Bartolomeo  diretto  dai  Padri  Semaschi  (ora 
Arsenale  Militare)  e  con  116  allievi;  nel  Collegio  Convitto 
di  S.  Antonio,  assunto  dopo  la  partenza  dei  Gesuiti  dal- 
l'abate Gaetano  Maceri,  con  56  scolari,  e  parte  anche  nel 


(1)  Libro  delle  scuole  atti  amminis.  e  disciplinari.  (Ms.  Curia). 


50 

Collegio  Peroni  che  stava  ancora    nella    casa   assegnatagli 

dal  fondatore  in  contrada  Bazziche  al  N.    1996.   13. 

Sotto  il  governo  veneto  l'istruzione  secondaria  come  la 
primaria  erano  libere,  la  responsabilità  era  tutta  dei  padri 
di  famiglia,  e  quindi  molti  giovinetti  erano  istruiti  nelle 
lettere  e  nelle  scienze  da  docenti  privati.  Mercè  tale  libertà 
gli  allievi  divisi  in  tante  e  svariate  scuole  erano  meglio 
tenuti  allo  studio,  e  non  essendo  allora  l'insegnamento 
quasi  enciclopedico,  come  a  dì  nostri,  era  più  facilmente  ap- 
preso e  ritenuto. 

Le  scuole  elementari,  che  allora  chiamavansi  della  Santa 
Croce,  erano  tutte  private,  così  le  maschili  come  le  fem- 
minili, ed  in  esse  non  si  imparava  che  a  leggere  l'italiano 
ed  il  latino,  il  catechismo,  a  scrivere  ad  a  far  conti.  Queste 
scuole  vivevano  sotto  la  sorveglianza  delT  autorità  eccle- 
siastica, ragione  per  la  quale  potei  rinvenire  nell'archivio 
della  Curia  Vescovile  che  nel  1795  insegnavano  in  Brescia 
gli  elementi  di  lettere  36  maestri  e  27  maestre  non  com- 
presi i  docenti  nei  monasteri  e  Pii  Istituti.  La  prima 
istruzione  dei  tìgli  maschi  dei  signori  era  data  in  casa  dal 
cappellano  o  dal  pedagogo  vivente  in  famiglia,  o  da  mae- 
stri che  venivano  alla  abitazione  dell'  allievo  e  ciò  fino 
che  il  fanciullo  raggiungeva  l' età  necessaria  per  essere 
ricevuto  in  collegio.  Che  se  l' istruzione  della  gioventù 
maschile  era,  a  seconda  dell'  esigenza  di  quei  tempi,  ab- 
bastanza larga,  l' istruzione  della  donna,  specialmente  di 
signorile  condizione,  versava  in  difetto.  Molte  bambine 
ai  io  o  12  anni  ancora  non  sapevano  ne  leggere  ne  scri- 
vere, e  si  consegnavano  poi  a  qualcuno  dei  molti  conventi 


5i 

femminili  por  ossero  educate  ed  istruite.  Senouchè  di  tutti 
i  monasteri  di  donne  allora  esistenti  in  Brescia  non  ve 
ne  era  uno  che  per  regola  tosse  chiamato  alla  educazione 
ed  istruzione  delle  fanciulle  ed  ogni  volta  che  voleasi  ri- 
ceverne alcuna,  era  mestieri  invocare  un  indulto  dalla 
Curia  Romana  (i).  Avveniva  poi  che  quelle  monache  in- 
segnavano bensì  quel  che  sapevano,  ma  non  sapevano 
molto  più  in  là  del  leggere  scrivere  e  far  conti  e  quelle 
giovinette  apprendevano  assai  poco  ed  era  fortunata  ecce- 
zione se  una  suora  meglio  dell'altre  istruita  allargava  più 
dell'usato  l'insegnamento  e  se  qualche  giovinetta  appas- 
sionata per  lo  studio  in  esso  perseverava  anche  dopo  la- 
sciato il  Collegio. 

L' istruzione  primordiale  era  data  anche  nei  villaggi  e 
nelle  borgate  del  territorio  (Provincia)  e  solitamente  la 
scielta  del  maestro  collo  scarso  salario  era  fatto  dal  Par- 
roco, dal  Comune  o  da  qualche  ente  di  beneficenza  e  quasi 
sempre  l'istruzione  era  affidata  al  curato  od  al  Cappellano, 
ma  scarso  era  il  numero  degli  alunni. 

Senonchè  nelle  maggiori  borgate  come  Chiari,  Salò, 
Desenzano,  Asola,  Breno,  Lonato  ed  Orzinuovi,  più  eruditi 
erano  i  docenti,  più  larga  l'istruzione  fino  all'insegnamento 
dei  principii  della  scienza  speculativa.  E  qui  debbo  accen- 
nare ad  un  fatto  strano.  In  Vione  piccolo  paese  appicci- 
cato sul  versante  d'una  montagna  dell'alta  Vallecamonica 
per  iniziativa  di  quei  possidenti  ed  incoraggiamento  di 
colti    professionisti    vigoreggiò    lassù  per  molti    anni    una 


(i)  Atti  dei  Monasteri  e  licenze  apostoliche.  Arch.  Curia  Vescovile. 


52 

scuola  completa  di  grammatica  e  scienze  elementari,  alla 
quale  accorrevano  dalla  Valle  altri  giovani  di  buona  vo- 
lontà e  da  questa  scuola  dicesi  che  ne  derivasse  l'amore 
allo  studio  per  ogni  giovane  che  in  numero  relativamente 
maggiore  degli  altri  della  Valle,  si  portavano  in  città  od 
alle  Università  a  completare  i   loro  studi  (i). 

Ma  ciò  che  turbava  la  serenità  dell'  istruzione,  special- 
mente primaria,  era  il  deplorevole  uso  dei  castighi  cor- 
porali ritenuti  dal  pregiudizio  necessari  per  ottenere  dagli 
allievi  studio,  ubbidienza,  morigeratezza,  e  sebbene  si  fossero 
proibiti  alcuni  gravi  castighi  qui  introdotti  sulla  fine  del 
secolo  XVII  e  saliti  all'  apogeo  della  severità  per  opera 
del  famigerato  maestro  Barbetta  2  pure  nell'almo  di  cui 
parliamo  erano  ancora  in  uso  le  sardelle,  il  cavallo,  i  pi- 
gnoli,  la    bacchetta,  gli   schialìi    e    le    tirate  d'orecchie. 

I  governi  posteriori  al  veneto  proscrissero,  anche  sotto 
comminatoria  di  pena,  i  castighi  corporali,  ma  l'istruzione 
non  fu  liberata  dalla  sferza  se  non  quando  fini  la  gene- 
razione di  quei   maestri  guasti   dall'  antico  pregiudizio. 

Un  titolo  accademico  acquistato  alla  università  era  con- 
siderato dai  patrizi  e  dai  borghesi  come  necessario  al  com- 
pimento della  loro  educazione.  L'  Università  di  Padova 
era  la  sola  riconosciuta  dallo  Stato  sulla  quale  sebbene 
si  reggesse  con  statuti  propri  il  veneto  Senato  esercitava 
un'  ingerenza  sovrana  per  mezzo  dei  Riformatori,  che  così 


(1)  Riz/a  B.  -  Illustrazioni  della  Valle  Camonica  -  Treviglio  1870 
p.  819. 

(2)  La  morte  di  Barbetta  celebre  ludimagistro  bresciano.  -  Riz- 
zardi  1740. 


chiama  Vii  usi  i  Deputati  sopra  gli  studi  superiori  e  sopra 
la  revisione  delle  stampe.  Il  governo  veneto  però  tollerava 
e  facilmente  riconosceva  i  diplomi  anche  delle  più  celebri 
università  estere  specialmente  italiane.  Per  facilitare  ai  gio- 
vani di  scarse  fortune  T  applicazione  agli  studi,  molti  be- 
nemeriti bresciani  avevano  legato  in  tutto  o  in  parte  le 
loro  sostanze  e  per  singolare  combinazione  i  fondatori  delle 
tre  maggiori  istituzioni  scolastiche  furono  tre  medici.  Gi- 
rolamo Lamberti.,  distinto  medico  bresciano  vivente  in  Pa- 
dova, aveva  con  atto  di  sua  ultima  volontà  ai  27  giugno 
1509  fondato  nella  propria  casa  il  Collegio  che  da  lui 
chiamossi  Lambertino  in  cui  in  proporzione  alle  rendite, 
la  città  di  Brescia,  chiamata  esecutrice  de'  suoi  divisamente 
dovea  mantenere  tanti  studenti  bresciani  nella  medica  fa- 
coltà. Quel  collegio  visse  autonomo  fino  al  1772  anno  in 
cui  il  governo  veneto  lo  incorporò  nel  collegio  di  S.  Marco 
allora  nascente  in  Padova,  e  la  casa  Lamberti  in  con- 
trada S.  Lucia  fu  per  decreto  dello  stesso  governo  venduta 
nel   1779. 

Nel  1796  cinque  erano  i  bresciani  che  godevano  i  posti 
Lamberti  nel  collegio  di  S.  Marco.  Conquistata  Padova 
dai  Francesi,  quel  collegio  fu  soppresso  ed  avocato  al  De- 
manio il  suo  patrimonio  insieme  al  Lambertino,  e  fu  solo 
dopo  il  1 814  che  Brescia  potè  ottenere  almeno  in  molta 
parte  la  restituzione  del  patrimonio  Lamberti  coi  redditi 
del  quale  sussidia  anche  oggidì  alcuni  eletti  giovani  stu- 
denti in    medicina  fi). 


(1)  Archivio  Comunale.  Atti  Legato  Lamberti 


54 

Un  altro  benemerito  medico  Girolamo  Fantotii  di  Salò 
volle  aiutare  i  giovani  di  scarsa  fortuna  a  percorrere  gli 
studi  primari  e  superiori  di  filosofìa,  teologia,  legge  e  me- 
dicina istituendo  con  suo  testamento  del  1587  una  Com- 
missione incaricata  ad  amministrare  il  pingue  patrimonio 


GIROLAMO   FAXTON'I  (1510-1587) 

ed  a  mantenere  quanti  più  giovani  studenti  poteansi.  Nel 
1796,  sedici  giovani  della  Riviera  Benacense  fruivano  delle 
pensioni  Fantoni  (i). 

Francesco  Peroni  terzo  medico  rivolse  il  suo  pensiero 
ai  giovinetti  di  nobili  e  civili  famiglie  impossibilitati  per 


(1)  Bruxati.  -  Dizionario  degli  uomini  illustri  della  Riviera  di  Salò. 


55 
mancanza  di  mezzi  ad  essere  istruiti  secondo  la  loro  con- 
dizione e  per  porgere  ad  essi  un  aiuto,  istituì  con  suo 
testamento  27  aprile  16^4  un  collegio  che  da  lui  ebbe  il 
nome  nella  casa  che  aveva  servito  alla  sua  abitazione  isti- 
tuendo anche  dei  perpetui  Commissari  Amministratori 
nelle  persone  del  Rettore  prò  tempore  del  Pio  Istituto 
Orfanelli,  dell'anziano  della  nob.  famiglia  Peroni  e  da  un 
signore  della  contrada  nominato  dai  due  che  nel  1796  era 
il  Conte  Paolo  Caprioli.  L'istruzione  che  davasi  a  quei  con- 
vittori era  della  grammatica  e  della  filosofia  e  nel  1796 
erano  12  i  giovanetti  che  in  quel  Collegio  ricevevano  gra- 
tuita istruzione  ed  educazione  (1). 

Ad  incremento  poi  della  coltura  letteraria  e  scientifica 
erano  aperte  in  Brescia  varie  accademie  delle  quali  la  più 
antica  era  quella  degli  Erranti  fondata  nel  1619  da  Lat- 
tanzio Stella,  da  Ottavio  Rossi  lo  scrittore  di  cose  patrie 
e  da  Paolo  Richiedei  che  scielsero  ad  impresa  la  luna  cre- 
scente col  motto  11011  errai  errando. 

Nei  primi  anni  tenne  sue  adunanze  nel  monastero  dei 
Ss.  Faustino  e  Giovita  indi  si  ricoverò  in  casa  del  conte 
Camillo  Caprioli  ed  ebbe  per  primo  principe  o  preside 
il  conte  Girolamo  Martinengo.  Nel  1634  fu  riconosciuta 
dal  governo  veneto,  il  quale  oltre  un  annuale  sussidio  donò 
ad  essa  anche  certe  case  in  Paganora  un  tempo  occupate 
per  la  fabbricazione  della  polvere  pirica  e  dopo  dal  Vicario 
Collaterale  (2). 


(1)  Dei    due  suddetti  fondatori  patrizi  Bresciani  non  furono  mai 
ricordati  né  con  ritratti  nò  con  monumenti. 

(2)  Del  Teatro  di  Brescia,  sue    origini.  -  Cenni    Fed.  Odorici.  - 
Brescia,  1864,  pag.  4. 


56 

Quelle  case  furono  dall'accademia  insieme  al  Comune 
rifabbricate  e  fu  allora  che  si  costruì  il  teatro,  ritatto  poi 
nel  1734  con  disegno  del  bolognese  Carlo  Manfredi.  Nella 
attuale  sala  del  ridotto  1'  accademia  teneva  le  sue  adunanze 
e  le  feste  durante  il  carnevale.  Senonchè  col  principio  del 
secolo  XVIII  lo  scopo  primario  di  quell'accademia,  cioè  la 
coltura  letteraria  e  scientifica,  fu  rivolto  agli  esercizi  gin- 
nastici e  cavalleres;hi,  indi  anche  ai  drammatici  e  filar- 
monici. L'accademia  poco  a  poco  si  ridusse  in  mano  al 
patriziato  che  formava  la  maggioranza  degli  accademici, 
i  quali  si  radunavano  spesso  e  quasi  sempre  o  per  trat- 
tare affari  teatrali  o  per  dare  in  versi  e  in  prosa  il  buon 
viaggio  e  il  felice  arrivo  ai  rappresentanti  veneti  che  fini- 
vano od   incominciavano   il   loro  temporaneo   reggimento. 

Gli  accademici   inscritti   nel    1696   erano    ]~o     1  . 

I  due  presidenti  erano  eletti  dal  Consiglio  Generale 
della  città,  il  principe  ed  i  consiglieri  cioè  i  veri  reggitori 
dell'  accademia  erano  scielti   dal  congresso   dei   soci. 

L'ultimo  principe  fu  il  giovane  conte  Pietro  Provaglio 
(1750-1814). 

Chiusa  dopo  la  morte  del  conte  Ciò.  M.  Mazzucchelli 
la  celebre  adunanza  dei  dotti  che  da  lui  aveva  nome,  gli 
studiosi,  che  in  Brescia  non  erano  pochi  anche  nel  patri- 
ziato, non  potendo  nell'  accademia  degli  Erranti  pel  can- 
giato indirizzo  radunarsi  a  comune  istruzione  di  lettere  o 
scienze,  sentivano  il  bisogno  di  congregarsi  in  altro  modo. 
Dietro  iniziativa  del  Yallombrosano  Ferdinando  Facchini 
e  di  Luigi  Chizzola  nel   1764  diversi    cittadini   si   raduna- 


(1)  Nuoro  giornale  di  Brescia  per  Vanno  7796.  -  Tip.  Bexdiscioli. 


57 


rono  nelle  sale  della  Biblioteca  Queriniana,  fondarono 
l'Accademia  Agraria  e  scelsero  per  impresa  il  Seminatoio 
del  llizzetti  ed  un  gelso  al  cui  pie  eravi  un  fascio  di  rovi 
carico  di  bozzoli,  col  motto  Res  magna  quam  fedi  colonus. 


Co:    PIETRO    PROVAGUO    (1747-1821) 

Questa  accademia  fu  incoraggiata  dagli  Economisti  e  dal 
governo  veneto,  il  quale  nel  1768  vi  incorporò  l'accademia 
di  risica  sperimentale,  mentre  un'  altra  accademia  agraria 
fondava  il  conte  Carlo  Bertoni  in  Salò  nel  1769,  ed  un'altra 
ne  fondava  il  Quartari  detta  degli  Eccitati  in  Breno. 

Senonchè  all'elemento  giovane  e  studioso  della  Società 
Bresciana  parvero  troppo  serie  e  poco  operose  quelle  due 


53 

accademie,  per  cui  nel  1790  sorse  l'accademia  dei  Leali,  di  cui 
furono  iniziatori  l'ab.  Zucchini  che  mori  poi  arcivescovo  di 
Laodicea,  il  conte  Girolamo  Fenaroli,  Pietro  Caprioli,,  l'ab. 
Borgondio  ed  il  dott.  Pietro  Ricobelli.  Questa  accademia 
mirava  alla  coltura  delle  scienze,  delle  lettere  e  delle  arti. 

Sull'esempio  di  questa,  e  quasi  figlia,  ebbe  vita  la  ac- 
cademia del  Diametro  ospitata  in  casa  del  nobile  signor 
Leandro  Polusella,  giovane  assai  erudito  ed  ardente. 

In  questo  ritrovo  di  studiosi  amici,  scrive  il  Forna- 
sini  (1)  l'ordine  era  semplice  e  stretto  coi  legami  di  vera 
e  candida  amicizia.  Di  tempo  in  tempo  si  scieglieva  un  ar- 
gomento da  trattare  in  poesia,  in  disertazioni  ed  in  pia- 
cevoli conversari,  ora  in  città,  ora  nelL  amena  villa  di 
Cellatica  del  nostro  arciconsole  Leandro  Polusella. 

Tutte  queste  accademie  non  resistettero  alla  bufera  che 
da  oltremonte  entrò  nella  nostra  città  colla  rivoluzione, 
d'  ogni  ordine  sociale  innovatrice  ;  i  giovani  soci  distratti 
dagli  straordinari  avvenimenti  le  abbandonarono,  gli  altri 
si  ritrassero  senza  vigore  ;  quelle  istituzioni  s'erano  sner- 
vate per  una  vita  sdolcinata  senza  quei  nobili  intenti  che 
solo  poteano  infondere  in  esse  la  forza  di  sussistere.  La 
sola  accademia  agraria  durante  la  politica  crisi  tacque,  ma 
non  morì  ;  tenuta  in  vita  da  un  nobile  scopo,  si  riformò 
e  divenne  accademia  di  lettere,  agricoltura  ed  arti,  ed  il 
nostro  Ateneo  da  lei  ricevette  i  primi  aliti  di  vita  e  dalla 
Repubblica  Cisalpina  i  mezzi  di  esistere  e  prosperare  (2). 

(1)  Elogio  del  nob.  Leandro  Polusella  dedicato  al  nob.  Ottavio 
Odasi.  -  Brescia,  Pasini,  1799,  in  8. 

(2)  Gallia  prof.   Giuseppe.   -   L' Ateneo   di    Brescia  in  Brix;a  - 
Tip.  Apollonio  1882,  pag.   383. 


59 
I  pittori  Santo  Cattaneo  (1739-18 19)  Giuseppe  Teosa 
(1 758-1848),  Domenico  Vantini  (1765-1821),  Giovanni 
Ceni  (17 3 7- 1805)  ed  altri  minori  avevano  già  allora  com- 
piuti chi  sulla  tela,  chi  a  tresco  lavori  di  merito  non  co- 
mune, e  l'arte  bella  del  dipingere  ebbe  allora  due  distinti 
cultori  patrizi  il  conte  Aimo  Maggi  (1737- 179 3)  che  sa- 
rebbe salito  a  bella  fama  se  morte  non  V  avesse  appunto 
in  quei  giorni  involato  in  assai  giovane  età,  ed  Ales- 
sandro Sala  (1771-1841)  che  molti  di  noi  abbiamo  co- 
nosciuto e  stimato  quale  integerrimo  cittadino  ed  erudito 
cultore  d'ogni  arte  bella. 

Vivevano  allora  due  buone  pittrici,  la  nob.  Ortenzia 
Poncarali  Maggi  (1732-1811)  ed  Eleonora  Monti  felice  nel 
pinger  ritratti,  la  quale  dichiaravasi  bresciana  sebbene  figlia 
di  un  bolognese,  e  Pietro  Beceni  (1755-1829)  incisore 
della  distinta  tavola  allegata  alle  Fabbriche  di  Brescia  dello 
Zamboni  e  stimato  per  altri  suoi  lavori  di  bulino. 

E  qui  ricordiamo  che  Brescia  non  era  in  quei  giorni 
a  nessuna  seconda  fra  le  città  di  provincia  pel  numero  e  per 
la  valentia  degli  studiosi  e  degli  scienziati  (1).  Fiorivano  il 
celebre  Preposto  di  Chiari  Stefano  Antonio  Morcelli  (1737- 
1821)  scrittore  insigne  della  classica  lingua  latina  e  felice 
epigrafista  onorato  in  Roma  e  fuori  d' Italia,  Baldassare 
Zamboni  arciprete  di  Calvisano  dotto  teologo,  storico  e  pa- 
leografo pazientissimo,  Giuseppe  Nember  (1752-181 5)  Lo- 
dovico Ricci   (1730-1805)  Germano  Gussago,  (1747-1827) 

(1)  Non  ricordiamo  qui  tutti  i  bresciani  che  si  distinguevano  nelle 
lettere  e  nelle  scienze,  accenniamo  solo  a  coloro  che  in  quel  tempo 
esercitavano  in  città  maggiore  influenza  colla  loro  operosità. 


6o 

G.  Batta  Guadagnali,  il  dott.  Gio.  Giacomo  Comparoiii 
(176 5- 1824)  e  Pietro  Ricobelli  (1773 -175 6)  ai  quali  dob- 
biamo un  tesoro  di  notizie  storielle  raccolte  colla  mas- 
sima diligenza,   salvate   dall'oblio  e  vagliate  con  critica. 


GAETANO    MAGGI 


Distinguevaiisi  come  scrittori  Gio.  Andrea  Erculiani, 
(1749-18 17)  Giuseppe  Marini  1760- 1809  amico  del- 
l'Alfieri, l'abate  Bighelli  1742-1812  ,  Mauro  Bettolini 
(1769- 1808,  Bernardino  Rodolfi  (1755-1838)  e  Mattia 
Butturini  (1759-18 17),  e  nel  patriziato  Antonio   Brognoli 


6i 
(1724-1816),  Carlo  (1758-1838)  e  Gaetano  Maggi  (1763- 
1847),  Pietro  (17 16- 1804)  e  Diogene  Valotti  (1729-1804), 
Giovanni  Labus  (1775- 185 3), Vittorio  Barzoni  (1763- 1843) 
Gio.  B.  Cornianij  letterato  ed  economista,  Scipione  Gar- 
belli  (1737-1807),  e  letterati  ed  appassionati  bibliografi 
erano  Vincenzo  Peroni,  Franco  Piazzoni  (1727-1805),  Luigi 


GAETANO    FORXASINl 

Arici  (1764- 1810)  e  Gaetano  Fornasini  (1770-1830)  amico  di 
Foscolo  fin  da  quell'anno,  Domenico  Colombo  (  1745-18 1 3). 
Coltivavano  con  onore  le  scienze  fisiche  e  matematiche 
Domenico  Coccoli  fi 744-1 8 12),  Gio.  Fran.  Cristiani  (  179 1- 
1833),  l'abate  Turbini  (1728-1803),  erudito  architetto 
maestro  di  Pietro  Douegani,  l'ab.  Avanzini  (1753-1827), 
Bernardo  Marzoli  e  Antonio  Sabatti  (1757- 1843). 


62 

Nelle  scienze  naturali  onoravano  Brescia  Francesco  Zu- 
liani  (1743-1806),  Lodovico  Dusini  (1767-1834),  Cristo- 
foro Pilati  (1729- 1808),  Gaetano  Castellani  (1773- 1875), 
G.  Batta  Mosti  (1745-  1837)  c  Giuseppe  Mocini  (  1741- 
1797)  tutti  medici  assai  stimati  e  conosciuti  anche  fuor 
della  cerchia  della  nostra  provincia,  perchè  quasi  tutti  ave- 
vano scritto  0  scrivevano  schierati  prò  o  contro  il  sistema 
di  Brown  nella  lotta  che  allora  ardentemente  ferveva. 

Fra  i  giureconsulti  e  giurisperiti  avevano  allora  bella 
fama  di  valenti  e  studiosissimi  gli  avvocati  Tomaso  Quar- 
tari  (173 5-1807)  Bortolomeo  Dusini  (1736-1806),  Gio. 
B.  Chiaramonti  (1736-1796),  Giuseppe  Beccalossi  (1747- 
1 8 1 6 ) ,  Carlo  Venturi  (1 758-1826  ,  Giuseppe  Toccagni  (1760 
-1815),  Pietro  Picinelli  1759-1808)3  Faustino  Girelli 
(17 38- 1798  ed  i  giudici  conte  Ippolito  Calini,  Achille 
Barbera,  Alessandro  Scovolo,  Gio.  B.  Appiani  e  Pietro 
Soardi. 

Dilettavansi  poi  più  0  meno  felicemente  dello  studio 
della  poesia  il  conte  Carlo  Roncalli  1  7  52-181 1),  Giuseppe 
Colpani  (1736-1823),  il  canonico  Carlo  Girelli  1735-1814) 
Tomaso  Rambaldini  1754- 1797  ,  ed  \ngelo  Anelli  avea 
già  pubblicate  due  sue  tragedie. 

Senonchè  non  tutti  i  dotti  e  gli  artisti  bresciani  erano 
in  quei  giorni  fra  noi;  1' ab.  Vincenzo  Rosa  1749-1818) 
considerato  fra  i  primi  naturalisti  lavorava  ed  insegnava 
nell'Università  di  Pavia,  ove  lo  Scarpa  avea  chiamati  da 
Brescia  l'incisore  Faustino  Anderloni  1776- 1848;  per  in- 
cidere le  tavole  della  sua  grande  opera  anatomica,  e  vi 
andò  col  fratello    Pietro     1785- 1949    allora  giovinetto   e 


Conte  CARLO  RONCALLI 
Pax-  78. 


GIUSFPPE  COLPAN1 
Pag.  62. 


VINCENZO    PERONI 
Pag.  61. 


\\s.  (,.  ANDREA  ZULIAN] 
Paii.  63. 


BALDASSARE   ZAMBONI 
Pag.  59. 


63 

che  dovea  poi  divenire  incisore  anch'  esso  celebre  quanto 
e  torse  più  del  fratello.  Michele  Gerardi  (1731-1791) 
amico  e  discepolo  di  Mascagni  era  onorato  scrittore  e 
professore  di  medicina  nelF  Università  di  Parma  ;  Gio. 
Andrea  Zulianì  (176 1  -183  5)  era  in  Venezia  da  tutti  pro- 
clamato uno  fra  i  primi  avvocati  di  quella  dominante,  e 
nel  dì  che  cadde  la  Veneta  Repubblica  fu  uno  dei  capi  del 
governo  provvisorio  :  in  Venezia  viveva  pure  allora  il  di- 
stinto medico  e  letterato  Gio.  Girolamo  Pagani,  nelF  a- 
bazia  di  Praglia  il  dotto  bibliofilo  Fortunato  Federici  (1778 
-1842)  e  fra  i  Cassinesi  di  Firenze  Michelangelo  Luchi 
(1743-1802)  rinomato   orientalista  che  fu  poi  cardinale. 

p]  questo  eletto  drappello  di  uomini  dotti,  mentre  ren- 
devano testimonianza  che  in  Brescia  fiorivano  anche  allora 
gli  studi,  furono  di  eccitamento  e  di  buon  esempio  alla 
generazione  allora  crescente  che  diede  a  Brescia  l'Arici, 
F  Ugoni,  il  Bucelleni,  il  Lechi,  il  Saleri,  lo  Scalvini,  il 
Barzoni,  il  Torricelli,  il  Bianchi,  il  Vantini,  il  Labus,  il 
Zambelli  e  tanti  altri  che  pochi  de'  miei  lettori  avranno 
conosciuti. 


#■ 


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S*\ZS   Si/.Vi^  \i/.VS^   Ni/.VL^  VWfir  *£j-\ZS   NV.Vi^    ^X.Vi/    Ni/.Vi^    ^MpQf    \^*f^S   >i^-Vi^    ^^.Xi/    >i^.Vi^   \i/.\i^    \i/.\^    ^/.Ni'    «6NK 


POPOLANI  E  PATRIZI 

OSSIA    LA    SOCIETÀ   BRESCIANA    NEL    1 796 


Dopo  trecento  anni  di  convivenza  la  popolazione  di 
Brescia  avea  fatti  suoi  i  costumi  della  vita  famigliare  e 
sociale  di  Venezia  sì  ben  descritti  dal  Molmenti  fi),  ed  io 
come  discepolo  a  maestro,  a  lui  spesso  mi  sarà  speditane 
ricorrere.  I  bresciani  però  differivano  allora  dai  veneziani 
per  carattere  più  risoluto  e  torse  erano  troppo  maneschi 
ed  armigeri. 

Fino  dal  secolo  XV  i  visitatori  della  nostra  città  facevano 
elogi  alla  popolazione  di  Brescia  accennandola  vivace,  labo- 
riosa, ospitaliera  e  tale  quale  la  dissero  per  tre  secoli,  così 
stimo  fosse  anche  sulla  fine  del  secolo  XVIII  sebbene 
fossero  di  molto  cangiate  le  condizioni  sociali. 

Il  popolo  tenuto  lontano  dal  governo  della  pubblica 
cosa,  che  vedemmo  tutta  in  mano  al  patriziato,  continuò 
con  libera  larghezza  di  vita   l'opera  sua  intelligente  e  pra- 


(1)    La    storia    di    Venezia    nella    vita    privata.  -   Bergamo,  Ani 
Grafiche,   1096. 


66 

tica  e  trovò  modo  di    spiegare    le    forze    complesse    nelle 

corporazioni  delle  arti  o  paratici  e  nelle  associazioni. 

Queste  corporazioni  popolane  con  somma  gelosia  con- 
servavano e  difendevano  i  propri  statuti,  i  quali  erano 
diretti  ad  accappararsi  una  certa  influenza  al  cospetto  della 
cittadinanza,  non  mai  però  per  recar  danni  o  sovrastare  alle 
altre  classi  cittadine,  ma  proteggere  i  propri  interessi  spe- 
cialmente collo  escludere  chi  non  era  Bresciano  dalla  con- 
correnza al  lavoro  e  dai  privilegi  e  vantaggi  che  le  leggi 
e  le  stesse  corporazioni  elargivano  ai  propri  affigliati   (i). 

Allorché  si  chiuse  al  popolo  l'entrata  ai  Consigli  ed 
uffici  cittadini,  quasi  per  forza  di  imitazione  si  serrò  anche 
1' ingresso  alle  corporazioni  delle  arti,  e  perciò  il  monopolio, 
come  ben  osserva  il  Molmenti  (2),  fu  ridotto  a  metodo  e 
come  nei  traffichi  si  vietava  l'ingresso  nello  stato  alle 
merci  straniere  per  proteggere  le  nostre  produzioni,  cosi 
le  industrie  e  le  arti  furono  interdette  a  chi  non  era  ascritto 
nelle  matricole  dei  paratici,  delle  confraternite,  scuole  o 
fraglie. 

L'  artigiano  posto  tra  la  sua  operosità  e  la  agiatezza 
dei  patrizi  era  ancora  negli  ultimi  anni  del  secolo  XVIII 
fautore  di  pace,  e  col  patriziato  aveva  comuni  le  pratiche 
e  le  convinzioni  religiose  e  politiche,  ed  infatti  nelle  pro- 
cessioni e  nelle  feste  religiose  e  civili  le  corporazioni  delle 
arti  seguivano  il  patriziato,  e  questo  e  quelle  faceano  a 
gara  nel  mostrare  i  ricchi  gonfaloni  e  la  magnificenza  degli 
ornamenti.  Il  reggimento  però  aristocratico  dello  stato  si 


(1)  Molmenti  -  1.  e.  -  p.  6y 

(2)  Idem   idem. 


67 

rifletteva  anche  nell'ordinamento  delle  associazioni  artiere 
in  cui  dominava  una  specie  di  aristocrazia, quella  dei  maestri 
d'arte  privilegiati  fino  nei  figli.  Non  era  però  come  ci  av- 
visa il  Sagredo  (i)  un'aristocrazia  chiusa,  ma  sempre  viva 
e  rinnovantesi  giacche  ogni  garzone  sapeva  che  compiuto 
il  tirocinio  diveniva  lavorante,  e  dopo  subita  una  prova 
diveniva  maestro  e  legava  ai  propri  figli  il  privilegio  di 
diventare  maestri  senza  prova,  purché  continuassero  nel- 
l'arte del  padre.  Leggendo  gli  statuti  di  tante  e  svariate 
associazioni,  sebbene  incontransi  in  essi  alcune  prescrizioni 
frivole  ed  altre  la  di  cui  importanza  difficilmente  ora  noi 
comprendiamo,  è  però  mestieri  conchiudere  che  erano 
nella  sostanza  istruzioni  sode,  atte  a  svolgere  le  modeste, 
ma  austere  virtù  popolari  ed  avevano  nobili  intenti  (2). 

Moltissime  erano  in  Brescia  nei  tre  secoli  che  prece- 
dettero il  XVIII,  le  corporazioni  d'  arte  o  paratici,  ma  nel 
1796  molte  si  erano  già  fuse  con  altre  che  avevano  con 
loro  relazione,  alcune  non  davano  più  quasi  segni  di  vita, 
ed  altre  per  le  cangiate  condizioni  sociali  videro  scemarsi 
l'antica  propria  importanza.  La  fabbrica  d'armi  p.  e.  istituita 
dai  Reali  di  Piemonte  con  salari  elevati  attirava  a  se  molti 
de'  nostri  operai,  mentre  il  cangiato  sistema  di  guerra  avea 
già  dato  crollo  a  tante  nostre  fabbriche  d'armi  bianche,! 
di  cui  magazzini  e  vendite  occupavano  si  può  dire  tutta 
la  via  che  ancora  chiamasi  delle  Spaderie  (3). 


(1)  Sagredo.  -  Della   conservatoria   delle   Arti   -  Venezia,    1857, 
cap.  II. 

(2)  Molmenti.  -  1.  e. 

(3)  Statuti  di  Brescia  e  Stat.  dei  Paratici.  -  Arch.  Com. 


68 

Si  aggiunga  che  anche  i  nuovi  metodi  introdotti  in 
altre  città  nei  telai  del  tessere  fecero  rovinosa  concorrenza 
alle  moltissime  nostre  fabbriche  di  tele  e  fustagni. 

Un'altra  classe  di  operai  non  ascritta  ad  arte  alcuna, 
ma  che  tutte  le  serviva,  era  quella  dei  facchini  allora  più 
che  adesso  numerosa  e  ad  ogni  arte  ed  industria  necessaria. 
La  maggior  parte  dei  facchini  proveniva  dalla  valletta  di 
Corteno  in  Valcamonica  ed  erano  assai  stimati  per  la  loro 
forza  fisica  e  per  la  fedeltà.  I  meno  forti  stavano  seduti 
sui  loro  cesti  sulla  piazza  di  commestibili  come  sì  bene 
seppe  copiarli  il  Ceruti  negli  ammirabili  suoi  quadri,  pronti 
ad  ogni  cenno  di  compratori,  gli  altri  posavansi  sugli  an- 
goli delle  vie  più  mercantili  col  loro  sacco  in  spalla  in 
attesa  d'essere  invitati  da  questa  o  da  quell'altra  arte  al 
lavoro.  Nell'inverno  poi  molti  tornavano  al  loro  paese  al- 
pino ed  altri  venivano  occupati  da  alcune  famiglie  e  dai 
pizzicagnoli   nella  fabbricazione  dei   salati. 

Nel  1793  i  facchini  in  Brescia  denunciati  sommavano 
a  316  1  quali,  dice  il  Bono,  per  forza  risica  valgono  1000  (1). 
La  classe  operaia  non  era  vinta  in  numero  che  dalla  classe 
agricola  sparsa  su  tutto  il  territorio  bresciano.  Anche  allora 
dividevasi  questa  classe  in  braccianti,  in  bifolchi,  in  mez- 
zadri e  negli  arfktuali,  colla  diversità  però  che  i  mezzadri 
erano  in  maggior  numero  allora  che  attualmente.  Xel 
secolo  XVIII  la  mezzadria,  il  più  onesto  di  tutti  i  sistemi 
agricoli,  era  assai  divulgata  nella  nostra  provincia  e  perciò 
la  popolazione    agricola    stava    meglio  imperocché  i  brac- 


(1)  Boxo  D.  G.  Batta.   -  Memorie  cittadine  del  secolo    XVIII. 
Manoscritto  presso  di  me. 


69 
cianti,  (cioè  i  veri  discredati  agricoli)  essendo  villici  come 
i  mezzadri  erano  da  questi  meglio  trattati  di  quello  che 
ora  fanno  i  proprietari  che  non  vivono  di  solito  in  mezzo 
a  loro  e  meno  ancora  gli  affittitali  che  per  cupidigia  di 
guadagno  facilmente  costringono  i  villici  a  loro  soggetti 
a  non  potersi  che  malamente  nutrire,  ed  intanto  mentre 
nel  nostro  secolo  andava  diminuendosi  il  sistema  delle 
mezzadrie,  cresceva  il  terribile  nemico  dei  mal  nutriti,  la 
pellagra.  E  che  i  mezzadri  dello  scorso  secolo  dovessero 
vivere  discretamente  bene  basta  dare  un'occhiata  alle  scrit- 
ture di  mezzadria  che  ancora  si  leggono  negli  archivi 
delle  famiglie  patrizie,  scritture  indulgenti  e  larghe  verso 
gli  agricoli,  fino  a  concedere  i  due  terzi  del  raccolto,  i 
quali  contavano  non  solo  a  decine,  ma  anche  a  centinaia 
gli  anni  del  loro  lavoro  sotto  lo  stesso    padrone. 

Senonchè  un'  altra  classe  popolana  che  non  apparte- 
neva uè  alle  arti  né  alla  agricoltura  era  quella  dei  servi- 
tori allora  numerosissima.  Le  famiglie  patrizie  e  le  ricche 
borghesi  oltre  avere  un  mastro  di  casa  ed  un  proprio  cap- 
pellano credevano  di  non  poter  mantenersi  in  decoro  se 
non  con  un  numero  di  camerieri^  credenzieri,  cocchieri  e 
lacchè  maggiore  di  quello  che  importavano  le  esigenze  del 
servizio.  È  bensì  vero  che  relativamente  agli  attuali  salari 
la  retribuzione  in  denaro  era  meschinissima,  ma  nella 
maggior  parte  di  quelle  famiglie  i  servitori  tutti  erano 
mantenuti  di  vitto  e  di  vestito. 

L'aristocrazia  bresciana  non  fu  mai  col  popolo  né  al- 
tiera ne  tiranna,  ma  gentile  e  piacevole  e  si  può  dire  che 
non  vi  era  nel  secolo    scorso    testamento    di    patrizio  che 


yo 

non  lasciasse  a  suoi  dipendenti  mezzi  per  trarre  meno  di- 
sagevole la  vita,  o  non  li  sciogliesse  dai  debiti  verso  il 
padrone.  Un  altro  pietoso  costume  eravi  fra  i  Signori 
Bresciani  di  sciegliere  cioè  i  servitori  fra  gli  esposti,  i 
quali  tolti  dalle  oscurità  e  preservati  dalla  miseria  si  affe- 
zionavano ai  padroni,  li  riguardavano  come  padri  più  che 
signori.  Di  solito  i  domestici  entrati  in  una  famiglia  pa- 
trizia difficilmente  l'abbandonavano,  mentre  le  loro  attri- 
buzioni di  lavoro  essendo  in  molti  erano  poche.  Le  tre 
sole  famiglie  dei  Conti  Martinengo  Cesaresco  avevano  nel 
1793  un  84  famigliari  da  mantenere,  32  la  famiglia  Mar- 
tinengo Colleoni  e  29  la  famiglia  del  Marchese  Archetti  (1). 

Era  orgoglio  di  famiglia  difendere  sempre  i  loro  fa- 
migliari contro  gli  estranei  alla  casa,  anche  al  cospetto 
della  giustizia,  sebbene  diverse  volte  non  meritassero  difesa 
alcuna. 

L'aristocrazia  ed  i  ricchi  borghesi  bresciani  hanno  sem- 
pre dimostrato  di  voler  bene  al  popolo  e  di  ciò  rese  in 
Brescia  più  che  in  altra  città  solenne  testimonianza,  la  be- 
neficenza elemosiniera  ed  ospitaliera  di  cui  i  ricchi  bre- 
sciani furono  sempre  generosi  cultori.  La  pubblica  bene- 
ficenza non  era  allora  vincolata  dalle  leggi  di  commutazione 
di  assimilazione  e  di  trasformazione  come  ai  dì  nostri^  le 
diverse  benefiche  volontà  dei  fondatori  erano  sacre  e  ri- 
spettate fino  nelle  forme,  e  la  Repubblica  Veneta  non  in- 
gerivasi  se  non  con  una  lieve  tutela  sui  patrimoni.  La 
beneficenza  elemosiniera    non    obbligatoria,  ma  spontanea 


(1)  Scheda    storica    dell'abate    Lodrini.   —    Arch.    Munic.    presso 
l'Ateneo. 


7i 
e  privata  era  data  dai  signori  e  dai  claustrali  i  quali  ogni 
giorno  satollavano  centinaia  di  poveri.  Quella  obbligatoria 
poi  era  per  la  maggior  parte  distribuita  dalla  Congrega 
Apostolica,  che  deve  al  suo  antico  ordinamento  ed  alla  sua 
saggia  amministrazione  i  generosi  frutti  che  sempre  recò 
all'  indigenza. 

La  minor  parte  poi  era  amministrata  e  distribuita  da 
famiglie  private,  da  Commissari  o  dai  parrochi  chiamati 
a  questo  ufficio  dai  fondatori.  Senonchè  la  carità  de'  Bre- 
sciani non  si  era  fermata  alla  sola  beneficenza  elemosiniera 
propriamente  detta,  ma  aveva  creati  ed  arricchiti  anche 
stabilimenti  ospitalieri.  E  nelP  anno  di  cui  discorriamo 
eravi  1'  Ospitai  Grande  a  S.  Luca  col  Brefotrofio,  l'Ospi- 
tale Femminile  cogli  uniti  istituti  delle  trovatelle  e  delle 
orfane  alla  Pietà,  la  Casa  di  Dio  od  ospedale  dei  men- 
dicanti, L  Ospizio  degli  Orfani  a  Porta  S.  Giovanni,  il 
duplice  Istituto  delle  Zitelle  agli  Angioli,  quello  delle  Con- 
vertite alla  Carità  e  delle  derelitte  a  S.  Andrea  del  soc- 
corso, ed  i  diversi  Paratici  costituenti  la  Mercanzia  tene- 
vano ancora  aperto  un  ospitale  a  favore  delle  donne  che 
presso  i  mercanti  avevano  lavorato,  rese  di  poi  inferme  od 
impotenti  (i). 

Tutti  questi  istituti  di  beneficenza  erano  diretti  ed 
amministrati  anche  allora  gratuitamente  da  tante  Commis- 


(i)  L' ospitale  od  ospizio  della  Mercanzia  era  unito  alla  casa  ove 
ora  è  la  Camera  di  Commercio  (figlia  ed  erede  dell'antica  Mercanzia), 
indi  fu  trasportato  nella  casa  ove  lino  a  ieri  eravi  l' Albergo  della 
Torre  di  Londra  e  finalmente  in  una  casa  agli  spalti  dello  Spedale 
al  N.   32  ove  ancora  ha  sede. 


sioni  e  chiamavansi  Consulte  composte  di  patrizii  e  bor- 
ghesi largamente  possidenti  che  portavano  a  codesti  Pii 
Luoghi  amore,  vigilanza  e  sovente  anche  eredità. 

La  rivoluzione  del  1797  come  vedremo  rispettò  questi 
asili  della  sventura  anzi  ad  alcuni  accrebbe  di  molto  il 
patrimonio,  e  solo  in  nome  della  libertà  soppresse  1'  Isti- 
tuto del  Soccorso  (1)  e  delle  derelitte,  perchè  la  dimora 
delle  fanciulle  era  in  esso  forzata,  istituzione  che  colle 
stesse  norme  coercitive  ed  in  nome  della  moralità  rivisse 
nel  principio  di  questo  secolo  per  opera  di  un  celebre 
uomo  di  stato  inglese  sotto  il  nome  di  riformatori  ed  ora 
anche  presso  di  noi  governi  e  privati  vanno  a  gara  a  fon- 
dare o  sussidiare  ricoveri  di  questo  genere. 

Il  patrizio  legavasi  colla  sua  beneficenza  al  popolano 
a  cui  ancor  più  avvicinavasi  col  tenerne  a  battesimo  od 
a  cresima  i  tigli,  non  sdegnando  nemmeno  di  salire  nei 
poveri  abituri  a  visitare  le  puerpere  e  regalarle.  Un'altra 
prova  che  i  patrizi  vivevano  a  fidanza  col  popolo  era  quella 
c\\q  la  notte  i  portoni  dei  palazzi  stavano  sempre  aperti, 
anzi  spalancati,  ed  i  proprietari  per  lo  meno  tolleravano 
che  specialmente  d'  estate  chi  non  aveva  tetto  venisse  a 
passare  la  notte  sotto  i  portici  o  negli  atri  delle  loro  abi- 
tazioni. Questo  uso  si  diminuì  dopo  la  rivoluzione  quando 
le  scorrerie  ora  dei  tedeschi  ora  dei  francesi  minacciavano 
il  saccheggio,  ma  del  tutto  però  non  si  tolse  se  non  dopo 
1'  orrendo   fatto    dell'  assassinio    del    Conte  Gio.   Balucanti 


(1)  L'istituto  di  S.  Andrea  del  Soccorso  era  nella  casa  ora  se- 
gnata col  civ.  N.  42  in  contrada  del  Lauro  ora  Corso  Carlo  Alberto 
a  S.  Nazaro  e  quella  casa  è  volgarmente  chiamata  ancora  il  Soccorso. 


75 
avvenuto  nel  1817  (1).  Allora  si  incominciò  a  munire  di 
cancelli  gli  atri  dei  palazzi  ed  a  porre  custodi  alle  case 
che  furono  poi  ira  noi  detti  casanli. 

Il  popolo  nostro  era  piuttosto  amante  degli  ordini 
antichi,  rispettoso  per  culto  e  tradizione  verso  la  vecchia 
Repubblica,  e  non  sentiva  il  bisogno  di  una  vita  più  piena 
e  libera.  La  trasformazione  che  a  poco  a  poco  avveniva 
nella  società  non  era  da  esso  considerata. 

Il  popolo  non  seguì  nel  secolo  XVIII  la  moda  della 
parrucca  venuta  di  Francia,  perchè  la  stimò  subito  orna- 
mento di  patrizi,  o  dei  cittadini  più  eminenti;  seguì  però 
sebbene  tardi  il  nuovo  costume  dei  signori  introdotto  di 
radersi  tutta  la  barba  e  portare  il  codino  quale  acconcia- 
tura di  poco  costo  (2). 

Quando  capitarono  le  idee  francesi  ad  entusiasmare 
gli  animi  specialmente  di  alcuni  giovani  educati  e  studiosi, 
il  popolo  non  se  ne  diede  per  inteso,  ma  raccappricciò 
quando  udì  raccontarsi  che  il  popolo  francese  aveva  giu- 
stiziati il  re  e  la  regina  e  per  parecchi  mesi  non  credette 
alla  notizia. 

L'  aristocrazia  bresciana  constava  non  solo  delle  fami- 
glie patrizie,  ma  eziandio  di  altre  le  quali  sebben  non 
avessero  diritto  di  sedere  nei  Consigli  cittadini,  ne  di  oc- 


(1)  L'  ultimo  fatto  con  cui  il  Bono  chiude  la  sua  breve  cronaca 
è  quello  dell'  assassinio  del  Conte  Balucanti,  raccontando  appunto- 
come  specialmente  prima  della  rivoluzione  i  signori  tenessero  aperti 
i   loro  portoni  di  notte. 

(2)  L'  ultimo  in  città  che  portò  il  codino  fu  tra  i  patrizi  il  Conte 
Giuseppe  Martinengo  Colleoni  (1 767-1 848). 


74 

cupare  uffici  municipali  pure  vivevano  con  certo  splendore 

e  con  tal  quale  influenza. 

Le  comitali  famiglie  dei  Bettolìi,  dei  Lechi,  dei  Peliz- 
zari_,  dei  Luchi,  dei  Tosi,  dei  Morani,  dei  Fioravanti,  dei 
Traccagni,  dei  Viglio,  dei  Corni  ani  e  dei  Faglia  avevano 
larghi  possedimenti  in  Brescia  e  nel  territorio.  Alcune  di 
queste  famiglie  ed  altre  ricche  borghesi  avrebbero  deside- 
rato cT  essere  ascritte  al  patriziato,  ma  il  Gran  Consiglio 
cittadino  andava  assai  a  rilento  a  ricevere  nel  suo  grembo 
nuove  famiglie  e  qualunque  lieve  argomento  contrario  ba- 
stava per  non  ammetterle.  Narravasi  a  questo  proposito 
dai  nostri  vecchi  che  durante  gli  ultimi  anni  della  Repub- 
blica Veneta  avendo  una  famiglia  bresciana  e  che  già  da 
tempo  viveva  more  nobilium  chiesto  l'ingresso  al  patriziato, 
l'avvocato  della  città  in  apposita  adunanza  consigliare  non 
avendo  altri  argomenti  per  contrariare  la  proposta,  disse 
che  in  quella  famiglia  composta  di  più  fratelli  ve  ne  era 
uno  ammalato  nel  capo  e  che  sfortunatamente  non  si  sapea 
quale  fosse  e  passata  ai  voti  la  parte,  la  famiglia  non  fu 
accettata  (i). 

Negli  ultimi  50  anni  della  Repubblica  Veneta,  la  mol- 
lezza della  dominante  vinse  anche  il  nostro  patriziato  nel 
quale  andava  sempre  più  crescendo  quell'  ozio  dissipatore 
ed  effeminato  che  è  la  rovina  di  ogni  società.  Uno  dei 
gravi  torti  della  Repubblica  Veneta  fu  quello  di  non  cu- 
rarsi della  gioventù  signorile  di  terraferma  alla  quale  non 
apri  mai  un  campo  d'  operosità  nello  Stato.  Esclusa  dalle 
rappresentanze  o  cariche  amministrative  del  governo  nulla 

(1)  Bono  -  1.  e. 


75 
potea  soddisfare  l'amor  proprio  di  quei  giovani  fuor  della 
cerchia  della  loro  città.  I  posti  di  carica  nell'annata  navale 
erano  riserbati  ai  patrizi  veneziani  e  fra  questi  non  nove- 
ra vansi  che  cinque  famiglie  bresciane  cioè  tre  Martincngo, 
l'Avogadro  e  la  Gambara,  e  l'armata  di  terra  (nella  quale 
i  nostri  patrizi  anche  nelle  guerre  d'  Oriente  aveano  per 
1'  addietro  acquistati  gradi,  onori  e  gloria)  era  sì  decaduta 
ed  avvilita  al  cospetto  della  pubblica  opinione  che  il  pa- 
trizio sdegnava  entrare  in  un'armata  resa  fiacca  ed  infido- 
riosa  dal  Consiglio  dei  Dieci  e  da  un  Senato  che  avendo 
sposato  il  pericoloso  principio  della  neutralità  disarmata 
avea  obliato  quel  baluardo  che  se  fosse  stato  rialzato  ed 
avvalorato  dalle  cure  del  governo  avrebbe  forse  salvata  la 
indipendenza  della  vecchia  regina  del  mare. 

Non  tutti  i  giovani  patrizi  però  poltrivano,  ma  quelli 
che  erano  più  avidi  di  gloria  uscivano  dai  confini  della 
Repubblica  ed  andavano  o  ad  arruolarsi  in  esteri  eserciti 
od  a  chiedere  uffici  civili  in  estere  corti  e  bisogna  pur 
confessarlo  che  codesti  giovani  tennero  alto  in  estero  paese 
il  buon  nome  bresciano  e  mostrarono  quel  valore  che  non 
avrebbero  potuto  manifestare  nella  Repubblica.  Intorno 
alla  metà  del  secolo  di  cui  ragioniamo  un  giovane  Bet- 
toni  arrolatosi  nelle  milizie  dell'  impero  valorosamente 
combattendo  nelle  guerre  per  la  successione  di  Polonia 
indi  contro  i  Turchi  in  Ungheria  e  nella  guerra  di  sette 
anni,  seppe  col  suo  valore  ascendere  al  grado  di  Luogo- 
tenente Maresciallo  e  Comandante  della  Lombardia  e  morì 
nel  1773   mentre  stava  per  essere    nominato  alla  più  co- 


76 

spicua  carica  militare  dell'impero:  maresciallo  di  campo  (i). 

La  fortunata  carriera  del  Conte  Bettolìi  eccitò  la  emu- 
lazione di  varii  giovani  della  aristocrazia  bresciana  e  di- 
vennero operosi  :  Gaudenzio  Valotti  datosi  al  servizio  del 
Duca  d'  Este  comandò  giovanissimo  nella  guerra  dei  7 
anni  un  corpo  di  Modenesi  indi  divenne  sagacissimo  mi- 
nistro di  quel  Duca  che  lo  insignì  del  Marchesato  di  Ca- 
stellavano nella  Garfaguana  e  Conte  di  Monzone. 

S' arrolarono  nelle  truppe  dell'impero  il  Conte  Giu- 
seppe Lechi  (2)  che  si  distinse  poi  nella  rivoluzione  e  negli 
eserciti  Napoleonici,  mentre  il  conte  Estore  Martinengo  (3) 
ed  il  Conte  Giovanni  Mazzucchelli  entrarono  nell'  esercito 
di  Federico  1°  di  Prussia,  il  Conte  Artemio  Viglio  i:el- 
P  esercito  Bavarese,  due  tìgli  del  Conte  Durante  Duranti 
ed  un  Salvi  davano  il  loro  nome  all'esercito  dei  Reali  di 
Savoia  insieme  al  Conte  Orazio  Calini,  Girolamo  Maggi 
già  Colonnello  del  Duca  di  Parma  e  tre  fratelli  Fé  mon- 
tavano le  galere  di   Malta  a  combattere  i    Corsari  (4). 

Altri  giovani  che  non  erano  inclinati  al  mestiere  del- 
l'armi  avevano  cercata  operosità  presso  altri  governi;  un 
Fenaroli  presso  la  Corte  di  Napoli,  un  altro  Conte  Ignazio 
Calini  presso  quella  di  Parma  ed  Annibale  Covi  e  Mar- 
cantonio Martinengo  Palatino  presso  quella  di  Toscana,  e 
non  li  citai  tutti  ma  solo  i  principali. 


(1)  Bettoxi  -  Storia  generale  di  sua  famiglia  -  Brescia. 

(2)  Sue  memorie  -  Manoscritto  presso  la  Biblioteca  Queriniana. 

(3)  Vedi    BoxoMi    -    //   Castello   di    Caverna^o  e    i    Conti    i\(arti- 
nen^o-Colleoni .  -  Bergamo,  Tip.  Bolis  -  pag.  482  e  seg. 

(4)  Annali  della   famiglia  Fé  nell'  Archivio  di  famiglia. 


77 

Dopo  qualche  anno  però,  quando,  cominciarono  a  dila- 
tarsi in  Europa  le  idee  Francesi,  quasi  tutti  i  giovani  che 
erano  fuorusciti  rimpatriarono,  dimodoché  la  rivoluzione 
del   1797   li  trovò  tutti  ai  patri  lari. 

La  vita  pubblica  dei  patrizi  bresciani  svolgeasi  nella 
breve  cerchia  degli  impieghi  cittadini,  che  apportavano 
oneri  molto  minori  di  quelli  che  pesano  sulla  vita  degli 
uffici  de'  nostri  giorni,  e  la  vita  privata  aveva  tutti  quei 
difetti  in  cui  era  caduta  la  vita  dei  patrizi  della  dominante. 

Ignota  ad  essi  in  quei  dì  la  vita  del  caffè  o  della  o- 
steria,  andavano  alla  bottega,  come  anche  allora  diceasi, 
solo  per  assorbire  un  caffè,  un  cioccolato,  od  un  gelato, 
ma  giammai  per  fermarsi  lunghe  ore,  come  corre  a  dì 
nostri  il  costume. 

I  luoghi  delle  lunghe  conversazioni,  delle  discussioni 
e  dei  giuochi  erano  i  casini  ed  i  ridotti. 

In  Piazza  Vecchia  (che,  come  dicemmo,  era  il  centro 
della  vita  sociale  di  Brescia)  e  precisamente  in  Strada 
Nuova  eravi  il  casino  de'  Nobili,  ed  un  altro  poco  lungi 
ne  aveva  la  borghesia  specialmente  mercantile. 

In  questi  ritrovi  si  consumavano  le  ore  diurne  e  not- 
turne, quivi  intervenivano  anche  le  signore,  si  davano  feste 
da  ballo,  banchetti,  serate  e  mascherate  non  senza  licenza 
e  voluttà,  quivi  la  spensieratezza  ed  il  rilassamento  di 
costumi  si  accomunavano  colla  passione  dei  giuochi  d'az- 
zardo che  chiamavansi  bassetta,  biribissio,  panjìl  e  Faraone, 
e  più  che  le  vincite,  le  perdite  erano  fatte  dai  patrizi,  e 
frattanto  si  assotigliavano  le  sostanze,  ed  era  si  sfrenata 
la  passione  che  molte  famiglie  sarebbero  rimaste  sul   la- 


78 

strico  se  i  beni  feudali  maggioraschi  e  fedecomissari  non 

fossero  stati  intangibili. 

Fa  duopo  credere  però  che  in  Brescia  la  passione  del 
giuoco  fosse  antica  come  quella  de'  Veneziani,  perchè  noi 
vediamo  ne'  nostri  statuti  fino  dal  medio  evo  decretate 
pene  contro  i  giuocatori  che  intestavano  la  città. 

Anche  nel  1796  il  giuoco  smodato  e  rovinoso  conti- 
nuava in  Brescia  non  ostante  che  la  Repubblica  Veneta 
pubblicasse  leggi  rigorose  e  comminasse  non  lievi  pene 
contro  i  biscatori  ed  i  giuocatori,  come  puossi  vedere  nella 
legge  in  Pregadi  1774  che  tutte  le  antecedenti  ordinazioni 
riassume  e  compendia. 

Non  tutti  i  patrizi  ne  i  borghesi  trascorrevano  le  sere 
o  le  intere  notti  al  casino,  ai  ridotti  od  al  giuoco,  ma 
molti  divertivansi  ad  intervenire  alle  conversazioni  che  di 
sera  ed  anche  di  mattina  teneano  aperte  non  senza  dispen- 
dio alcune  dame. 

Fra  le  molte  conversazioni  nel  1796  era  ancora  ambita 
quella  della  Contessa  Bianca  Capcce  della  Somaglia  ma- 
ritata in  Uggeri,  donna  colta,  spiritosa,  conoscitrice  di  più 
lingue  ed  amica  di  letterati  e  dei  cultori  della  scienza 
che  a  gara  dedicavano  ad  essa  i  loro  scritti. 

Questa  conversazione  oltre  essere  tenuta  viva  dalla  fa- 
cile ed  arguta  parola  della  Dama,  diveniva  in  quei  giorni 
ancor  più  interessante  per  la  discussione  sugli  avvenimenti 
politici  che  agitavano  allora  la  Francia,  discussioni  che  ri- 
cevevano in  quel  ritrovo  una  certa  importanza  dalla  pre- 
senza del  Conte  Carlo  Roncalli,  il  quale  innamoratosi  nella 
sua    età    giovanile    degli    enciclopedisti  e  filosofi    francesi, 


79 
erasi  portato  a  Parigi,  ove  rimasto  per  notevole  tempo, 
volle  personalmente  conoscere  i  detti  filosofi,  e  volle  ad 
ogni  costo  visitare  anche  il  misantropo  ginevrino  in  quel 
tempo  appunto  che  avea  la  follia  di  non  voler  vedere  nes- 
suno. Ed  il  Roncalli  compiacevasi  in  quella  conversazione 
di  descrivere  l'abitazione  di  quell'uomo  e  narrare  i  dialoghi 
con  esso  avuti.  Senonchè  gli  ulteriori  tragici  avvenimenti 
di  Francia  aveangli  diminuita  l'ammirazione  per  quei  fi- 
losofi ed  egli  stesso  narra  in  una  sua  lettera  che  dopo  una 
viva  discussione  avuta  con  un  gallomano  che  frequentava 
quella  conversazione  nell'inverno  1796  egli  mandava  alla 
contessa  Bianca  i  seguenti  epigrammi  contro  la  Uberto  e 
1'  egalitè  francesi  : 

DECRETO  DI  LIBERTÀ   1795. 

Libero  pensi  ognun  coinè  desia: 
Ma  se  qualcun  non  pensa  come  noi, 
Ghigliottinalo  sia. 

DECRETO  DI  EGUAGLIANZA 

Pena  di  morte  per  chiunque  segua 
Col  'Petrarca  a  cantar  ch'essa  è  Colei 
«  Che  le  disuguagliante  nostra  adegua  ». 

EPIGRAFE  ALLA  LIBERTÀ  IN  UN  LUOGO  CAMPESTRE 

Te,  che  invan  fra  le  genti  ognor  cercai, 
In  questi  boschi  ascosa  al  [fin  trovai, 
In  queste  selve  apprenda  ogni  mortale 
Che  ognor  varia  è  natura,  e  che  non  avvi 
In  bosco  foglia  ad  altra  foglia  eguale  (1). 


(i)  Lettera  del  Roncalli  4  Aprile  1799  comunicatami  con  memorie 
dal  Nob.  Angelo  Zambelli;  questi  epigrammi  furono  pubblicati  e  stam- 
pati in  Parma  dal   Mussi,    1806. 


8o 

Erano  frequentatori  di  quella  scelta  conversazione  An- 
tonio Brognoli,  il  matematico  Coccoli,  che  molte  volte  in- 
terveniva col  giovane  suo  discepolo  Antonio  Sabati,  il 
vecchio  ed  erudito  architetto  ab.  Turbini,  Girolamo  e  Giu- 
seppe Fenaroli  cugini  della  Dama,  il  Conte  Diogene  Va- 
lotti,  i  conti  Francesco  e  Gaetano  Maggi,  i  conti  Girolamo 
e  Carlo  Duranti,  Leandro  Polusella  e  Vincenzo  Peroni, 
l'abate  Scevola  e  molti  altri  :  così  era  rappresentata  la  parte 
studiosa  di  Brescia. 

Un'  altra  conversazione,  forse  più  tranquilla  ma  non 
meno  numerosa  ed  istruttiva,  era  quella  che  teneva  aperta 
la  contessa  Margherita  Fenaroli  sposa  del  conte  Girolamo 
Negroboni  nel  palazzo  ora  detto   Bevilacqua. 

La  frequentavano  i  figli  di  Antonio  Brognoli,  il  dotto 
bibliotecario  Bighclli  e  l'ab.  Apollonio,  il  Chiaramonti,  il 
Nicoli  Cristiani,  il  conte  Domenico  Bottoni,  Luigi  Arici 
e  Francesco  Piazzoni. 

Anche  in  questo  ritrovo  le  idee  francesi  avevano  so- 
stenitori nei  giovani  conte  Pietro  Ducco,  Gio.  Labus  e 
nel  giudice  di  Collegio  Pietro  Soardi  che  tu  poi  il  primo 
presidente  del  governo  provvisorio. 

Tenea  parimenti  circolo  anche  la  Nobil  Donna  Lodo- 
vica Ostiani  moglie  a  G.  Batta  Fé,  la  quale  era  anno- 
verata tra  le  letterate  bresciane  «  sì  cara  a  Febo  ed  al 
santo  ctonio  coro  »  come  la  cantò  il  Brognoli     i  . 

Era  essa  stata  amica  della  Solar  d'Asti  Fenaroli  e  di 
Medaglia  Faini,  verseggiattrici  che  più  non  vivevano  nel 
1796;  era  stata  educata  in  Arcadia  e  nella  lettura  di  quegli 

(1)  Brognoli  -  Elogi  di  Bresciani-  Brescia,  Tip.  Vescovile.  1705. 


8i 

insulsi  romanzi  del  nostro  ab.  Chiari,  e  sebbene  leggesse 
con  aviditi  i  libri  che  ci  venivano  da  oltre  alpi,  pure  non 
fu  mai  francese  nelle  sue  convinzioni.  Appartenevano  al 
crocchio  della  Ostiani,  Giuseppe  Colpani,  i  conti  G.  Batta 
padre  e  Roberto  figlio  Corniani,  il  Canonico  Girelli,  Lu- 
crezio Long\>,  Bartolomeo  Cazzago,  il  D/  Bodeo,  il  conte 
Estore  e  fratelli  Martine  ago  Colleoni  e  diversi  altri,  e  le 
idee  francesi  erano  in  quella  conversazione  rappresentate 
dall'  ab.  Colombo  di  Gabbiano,  dall'Aw.  Beccalossi  e  dal 
movane  ab.  Bianchi,  e  gli  acerbi  m isolili  erano  Francesco 
Poncarali,  1'  ab.  Bono  ed  un   Patrizzi. 

Nei  palazzi  de'  nostri  signori  eravi  molto  lusso  spe- 
cialmente nei  mobili,  nelle  decorazioni,  nei  cristalli  di 
Murano,  nelle  porcellane,  nei  damaschi  ed  anche  in  arazzi 
e  nelle  argenterie,  ma  nulla  di  ciò  che  il  progresso  della 
delicatezza  portò  Ira  noi  più  tardi.  Non  stoffe,  non  doppie 
veniate,  non  sedie  o  poltrone  molli  od  elastiche,  non  lusso 
di  pavimenti  e  pochi  tappeti  in  confronto  dell'uso  attuale. 

Le  ampie  sale  erano  dipinte  (e  molte  ancora  se  ne 
veggono)  :  le  più  antiche  da  Lattanzio  Gambara  o  da  suoi 
scolari,  e  le  più  recenti  dal  Sandrini,  dal  Gandini,  dallo 
Scalvini,  dal  veronese  Marco  Marcola  e  dai  milanesi  Lechi 
e  Meniti  Leonino,  che  sapevano  dare  a  quelle  volte  molto 
effetto  col  grandioso  barocco. 

V'era  pure  molto  lusso  in  quel  genere  di  carozze  che 
anche  allora  chi. ima  vansi  bastarde  o  fruì  Ioni,  le  quali  se 
erano  grandi  ed  alte  più  assai  delle  attuali  e  con  alte 
ruote  e  con  lungo  passo  e  tirate  da  grossi  cavalli,  così 
esigeva  la  necessità   meccanica  di  varcare  le  frequenti  buche 


82 

lungo  le  vie  e  di  guadar  torrenti  non  attraversati  da  ponti; 
vi  era  lusso  anche  nelle  slitte  bellettate  ed  iudorate  per 
viaggiare  sulla  neve  che  mai  non  veniva  spazzata  e  ricche 
erano  finche  le  portantine  entro  le  quali  molte  signore 
giravano  per  città,  specialmente  la  sera,  portate  dai  lacchè. 

Analizzando  la  società  di  quel  tempo  ci  si  para  innanzi 
un  altro  latto,  che  rende  testimonianza  della  rilassatezza 
dei  costumi  della  vita  sociale,  voglio  dire  il  fatto  dei  Ca- 
valieri serventi. 

S'  introdussero  essi  nel  secolo  XVII,  crebbero  nel  se- 
guente e  continuarono  sotto  la  stessa  forma  fino  alla  ri- 
voluzione. Diceasi  allora  che  le  progredite  convenienze 
sociali  esigevano  che  i  domestici  affetti  non  dovessero  far 
mostra  di  se  in  pubblico,  ma  quella  moda  era  invece  una 
viva  prova  che  si  erano  diminuiti  i  vincoli  di  confidenza 
fra  i  coniugi  specialmente  patrizi,  e  questo  pregiudizio  era 
entrato  siffattamente  negli  usi  sociali  che  spesso  i  cavalieri 
serventi  erano  pretesi  nei  patti  nuziali     i  . 

Il  cavalier  servente  visitava  la  dama  ogni  mattina,  ad 
essa  chiedeva  il  progranì  ma  del  servizio  e  mentre  sorbiva 
una  chicchera  di  cioccolate,  bibita  immancabile  a  quei  dì 
nei  ricevi  me  a  ti  del  mattino,  udiva  gli  ordini  della  signora, 
indi  accompagnavala  alla  chiesa,  al  passeggio,  alle  conver- 
sazioni. Nelle  ore  pomeridiane  ritornava  al  servizio  ed  era 
a  lei  fido  compagno  alla  trottata,  al  teatro,  al  casino,  al 
ridotto.  Il  maggior  numero  di  cavalier  serventi  di  nulla 
aveauo  bisogno,  erano  ricchi,  indipendenti,  ma  una  volta 
scelti  da  una  dami  credevano  doveroso  farsi  schiavi  della 


(i)  Molmexti.  -  Storia  di  Venezia  mila  vita  privata,  pag.   309. 


«3 
galanteria  anche  se  finivano  ad  annoiarsi.  Tempi  corrotti 
e  corruttori  nei  quali  il  marito  non  poteasi  far  vedere 
in  pubblico  colla  moglie  senza  esporsi  al  ridicolo  di  una 
Società  imbastardita  e  perciò  Fuonio  dei  legittimi  affetti 
scompariva  dietro  la  turba  dei  cavalier  serventi  nobili 
o  parassiti  poetastri  o  maestri  di  musica  che  fossero,  e 
quella  società  effeminata  nulla  vedea  di  male  se  que- 
st'  uomo  corteggiava  la  moglie  altrui,  o  si  dedicasse  cava- 
liere ad  una  mima,  ad  una  cantante  ed  anche  ad  una 
perduta. 

Contro  l' infiacchimento  morale  de'  nostri  avi  e  contro 
i  corrotti  costumi  non  tutti  tacevano  e  la  fine  satira  del- 
l'Alfieri e  del  Parini  e  1'  assennato  libro  del  nostro  abate 
Marini  sopra  i  corteggi  (i)  dimostrano  che  il  sentimento 
dell'onestà  e  della  virtù  virile  avea  ancora  in  alcuni  un 
culto  sincero.  Non  mancavano  nemmeno  artisti  arguti  se 
non  finiti,  i  quali  col  disegno  e  col  bulino  pubblicavano 
certe  caricature  specialmente  contro  le  dame  servite  ed  i 
cavalier  serventi  e  le  fogge  del  vestire  del  patriziato,  che 
molto  divertivano  il  nostro  popolo,  e  siccome  allora  non 
era  ancor  sorta  la  potenza  giornalistica,  così  quelle  carica- 
ture divulgavansi  incolandole  sulle  roste,  dette  da  noi  ven- 
tole, e  così  entravano  in  ogni  famiglia.  Ecco  il  perchè  an- 
cora oggi  quando  il  popolo  nostro  vede  una  persona  dalle 
forme  o  dalla  conciatura  ridicola  la  dice  figura  di  ventola. 

Un'altro  abuso  certo  non  edificante  correva  allora  tra 
noi. 

Non  potendosi   sciegliere,  a  reggere  i   principali    uffici 

(i)  Saggio  sopra  i  corteggi.  -   Brescia,  Venezia,   1795. 


84 

cittadini,  se  non  persone  patrizie  nessuno  sotto  pena  potea 

rifiutarsi  ad  assumere  la  carica  a  cui  era  stato  destinato. 

Siccome  poi  gli  ecclesiastici  sebbene  patrizi  erano  e- 
sclusi  dal  grande  Consiglio  e  da  pubblici  unici,  così  non 
pochi  patrizi  celibi  sia  per  naturale  inerzia,  sia  per  go- 
derne l'ozio  o  qualche  gentilizio  beneficio,  o  per  poco 
amor  di  patria  fuggenti  dal  serio  lavoro,  tanto  qui  come 
a  Venezia  troppo  facilmente  ottcnnevano  dai  Vescovi  la 
tonsura,  per  la  quale  ascritti  al  clero  si  liberavano  di  ogni 
dovere  civile  della  loro  condizione,  e  vivevano,  salvo  le 
solite  eccezioni,  secondo  i  loro  desiderii  sfaccendati  e 
mondani  privando  così  la  patria  de'  loro  servigi.  Codesti 
ehiamavansi  allora  abati  di  mondo  od  abbatini,  ai  quali 
alludevano  non  senza  ragione  i  satirici  poeti  di  quei  giorni. 

I  bresciani  sì  del  popolo  come  del  patriziato  seguaci 
sempre  degli  snervati  costumi  della  dominante  erano  appas- 
sionatissimi  per  le  maschere. 

Ai  7  gennaio  aprivasi  il  Carnevale  e  tosto  appariva  la 
maschera  la  quale  «  livella  »  come  dice  un  cronista  di  quei 
giorni  //////-  gli  ordini  cittadini  ».  Le  signore  si  presentavano 
all'opera  in  maschera,  e  molte  la  tenevano  sul  volto  anche 
durante  lo  spettacolo  ;  alle  persone  mascherate  era  lecito 
visitare  tutti  i  palchi  e  poteano  anche  intervenire  come 
spettatori  ai  pranzi  che  in  carnevale  davano  i  veneti  Rap- 
presentanti, e  se  durante  quella  stagione  la  campana  del 
popolo  chiamava  i  patrizii  al  Consiglio  Generale  molti 
popolani  metteansi  la  maschera,  ed  era  ad  essi  lecito  fer- 
mare sotto  loggia  i  consiglieri  e  dar  loro  ammonimenti  ed 
esprimere   lagni,  e  quei  patrizi  lermavansi    ad    udire    con 


85 

una  pazienza  che  non  avrebbero  mai  portata  per  un  po- 
polano senza  maschera.  Signori  e  signore  andavano  in 
maschera  ai  casini  ed  ai  ridotti,  e  mascherati  davano  sfogo 
alla  passione  del  giuoco.  E  più  il  Carnevale  avanzava  e 
più  cresceva  il  numero  delle  maschere,  e  fino  le  servette, 
le  bambinaie  ed  i  bambini  tutti  mettevano  la  maschera. 

Negli  ultimi  giorni  poi  compariva  la  mascherata  del 
patriziato,  che  per  lusso  di  carri,  carrozze  e  cavalli  ed  ab- 
bigliamenti non  se  ne  viddero  più  di  simigliatiti  nel  nostro 
secolo  e  fra  le  altre  rimase  ricordata  quella  che  rappresen- 
tava i  trionfi  di  Selim  primo  Imperatore  Ottomano  comparsa 
nel  carnevale  del  1792  (1)  e  fu  forse  l'ultima  strepitosa, 
perchè  osserva  il  Bono  che  questi  universali  sollazzi  di 
Brescia  andarono  diminuendo  nel  triennio  1794- 1796  (2). 

Una  certa  aria  di  previsione  intorno  a  future  catastrofi 
si  diffondeva  anche  fra  i  bresciani.  Diverse  delle  nostre 
ricche  famiglie  portavansi  nell'inverno  a  Venezia,  ove  puossi 
dire  che  il  carnevale  durava  più  che  la  metà  dell'anno,  e 
colà  sprecavano  le  reudite  e  sovente  intaccavano  il  patri- 
monio. 

Dopo  il  carnevale  i  divertimenti  ricomparivano  nella 
nostra  città  colla  fiera  d'Agosto. 

La  fiera  faeeasi  allora  nel  campo  che  ancora  porta  questo 
nome  fuori  di  Porta  S.  Giovanni. 

In  forza  de'  nostri  antichi  statuti  dalla  Veneta  Repub- 
blica rispettati,  il  deposito  delle  merci,  che  colà  faeeasi  in 
quel  mese,  godeva  del  privilegio  del  porto  franco  d'  entrata 


(1)  Selim  1°.  -  Mascherata  ij<.)2  -  Canzone  in  Brescia  -  Pasini. 

(2)  Bono  -  Memomie  cittadine  ms.  presso  di  me. 


86 

e  di  uscita,  e  colà  si  radunavano  i  negozianti  nostri  e  fora- 
stieri3  colà  i  produttori  della  seta,  dei  tessuti  in  lino  e  lana 
e  gli  industriali  del  ferro  e  d'armi,  e  vivissimo  faceasi  il 
commercio  mentre  l' affluire  di  tanta  gente  apportava  alla 
città  prezioso  guadagno. 

Dicemmo  già  come  erano  in  quel  campo  distribuiti  i 
casotti  mercantili  e  come  la  sera  tutto  quel  campo  fosse 
illuminato.  La  fiera  era  aperta  dal  Rappresentante  Veneto 
e  dalle  autorità  cittadine,  che  in  gran  treno  portavansi  sul 
luogo  e  visitavano  i  varii  negozi.  Indi  era  colà  un  continuo 
andarivieni,  ed  in  sul  vespro  poi  si  può  dire  che  tutti  i 
cittadini  affluivano  in  quel  campo  a  piedi  o  in  carrozza  e 
fatto  un  giro  lungo  il  quartiere  commerciale,  passavano  a 
vedere  entro  e  fuori  le  mera\  iglie  proclamate  dai  cantastorie 
sulle  entrate  dei  casotti,  nel  quartiere  dei  divertimenti.  L'ari- 
stocrazia ci  teneva  a  far  divertire  il  popolo,  al  quale  però 
era  qualche  anno  che  non  si  davano  due  spettacoli  per 
esso  molto   interessanti:  La  giostra,  e  la  corsa  del  barberi 

Le  giostre  o  tornei  dei  nostri  patrizi!  di  quei  giorni 
non  erano  più  la  prova  del  coraggio  e  della  forza  delle 
membra,  non  consisteva  più  in  assalti  di  scherma  a  cavallo 
che  sarebbe  stato  un  valido  esercizio  a  divenire  prodi  nel- 
1' armi,  ma  le  giostre  di  quegli  anni  erano  diventati  giuochi 
da  fanciulli.  Yestivansi  bensì  quei  giovani  patrizi  d'elmi 
e  di  corazze,  od  in  strani  modi  militari,  ma  tutto  il  valore 
consisteva  nel  correre  a  cavallo  sotto  un  anello  che  dall'alto 
penzolava  ed  infilzarlo  colla  spada.  Eppure  questa  corsa 
dilettava  il  nostro  popolo  che  a  lolla  correva  od  in  Piazza 
Vecchia  od  in  Mercato  Nuovo  secondo  che  o  qui  o  colà 


«7 
era  eretta  la  lizza,  e  si  entusiasmava  :  il  Brognoli  descri- 
vendo una  di  queste  giostre,  cantava  : 

Ma  già  la  folla,  turba  impaciente, 

Io  veggo  come  ondeggi  ed  urti  e  calchi, 
Scorgo  già  piena  d'  influita  gente 
Tutte  d*  intorno  le  finestre  e  i  palchi, 
E  il  popolo,  che  il  rumor  vicino  sente, 
xAvvìen  che  sopra  i  tetti  ancor  se  n    valchi 
Onde  il  coniuìi  de  sire  al  fin  sia  pago 
In  rimirar  spettacolo  si  vago  (i). 

Anche  la  corsa  dei  barberi  entusiasmava  il  nostro  po- 
polo. L'ultima  corsa  avvenne  nel  1794  e  l' abate  Bono  ci 
lasciò  intorno  ad  essa  questa  breve  descrizione  (2).  Davanti 
egli  dice,  al  Palazzo  dei  Conti  Bucceleni  (ora  dei  co:  Zop- 
pola-Bona)  si  erigeva  la  scappata,  cioè  un  casotto  da  dove 
uscivano  i  cavalli  sciolti  cogli  sproni  attaccati  ad  una  fascia 
panciale  e  correvano  lungo  le  attuali  vie  Marsala  e  Carlo 
Alberto.  Alcuni  palchi  raccoglievano  due  giudici  e  molti  si- 
gnori. I  balconi,  i  poggiuoli,  le  porte  ed  i  marciapiedi  erano 
stipati  di  gente  che  applaudiva  ed  incoraggiava.  Alla  canto- 
nata di  S.  Antonio  i  cavalli  correvano  verso  porta  S.  Naz- 
zaro  ove  era  eretto  un  altro  palco  con  altri  due  giudici  e 
sul  largo  delle  porte  di  S.  Nazzaro  il  palco  d' onore  voltato 
verso  il  Borgo  su  cui  risiedeva  il  rappresentante  Veneto 
colla  sua  corte,  la  magistratura  cittadina  e  due  altri  giudici. 
Sotto  il  palco  era  tirata  una  cordicella  ed  il  premio  toccava 
al  primo  cavallo  che  la  spostava.  Il  quale  premio  era  /'/  pallio 


(1)  Brognoli  -  La  giostra  dell'anello  fatta  dai  Bresciani  -  1766. 

(2)  Bono  -  1.  e. 


88 

cioè  bracciaturé  di  stoffe  ed  una  somma  di  denaro.  Di  questo 
divertimento  rimase  fino  a  nostri  giorni  un  ricordo  storico 
nel  nome  di  quella  via  che  da  porta  S.  Nazzaro  va  alla 
chiesa  omonima  (Corso  del  Barberi):  ora  però  la  ricordanza 
scomparve  perchè  a  quel  corso  fu  dato  un  nome  bensi  più 
illustre,  ma  di  storia  più  recente  e  nazionale.  Durante  la 
fiera  ogni  giorno  i  divertimenti  1' uno  all'altro  senza  posa 
succedeansi  e  lo  spettacolo  teatrale  del  melodramma  e  del 
ballo  era  il  suggello  de'  quotidiani  sollazzi. 

La  musica  d'allora,  riformata  da  Cimarosa,  da  Paisiello 
e  dal  Pergolese,  vinta  ch'ebbe  l'opposizione  dell'antica 
scuola  napoletana  potè  svolgersi  ed  apparecchiare  la  via 
alle  posteriori  riforme  ed  alle  inarrivabili  note  di  Rossini, 
Bellini  e  Donizetti. 

Qui  in  Brescia  però  negli  ultimi  dieci  anni  del  secolo 
XYII1  due  sole  volte  si  poterono  udire  i  lavori  del  Pergolese 
e  del  Paisiello,  ma  più  spesso  le  composizioni  dei  maestri 
minori,  cioè  del  piacentino  Maschi  ni,  del  Lavigna,  del  Por- 
togallo e  dello  Zingarclli.  Si  procurava  anche  allora  dai 
nobili  Accademici  Erranti  che  erano  proposti  al  teatro,  di 
avere  i  miglior  artisti  pei  quali  facilmente  gli  spettatori 
si  entusiasmavano,  come  successe  nel  1793  colla  Banti  che 
cantava  col  nostro  concittadino  il  musico  Rubinelli,  e  nel 
1794  col  Pacchierotti  e  colla  Bagliani. 

Anche  allora  sorgevano  le  stesse  follie  per  le  mime, 
ed  i  vezzi  della  Baccelli  e  della  Fabbris  cospiravano  nel 
1793  e  95  a  riammolire  sempre  più  gli  animi  special- 
mente de'  nostri  signori,  una  volta  sì  rinomati  per  nobili 
e  forti  sentimenti. 


89 
Nella    primavera    il    teatro   aprivasi    alla   drammatica. 

Le  commedie  che  negli  ultimi  anni  della  veneta  domina- 
zione si  udirono  in  Brescia  erano  per  la  maggior  parte 
quelle  del  Goldoni,  le  quali  avevano  dovuto  combattere 
assai  per  sostituirsi  alle  produzioni  fin  allora  con  depravato 
senso  gustate  dal  pubblico,  coni'  erano  fra  le  altre  quelle 
del  nostro  abate  Chiari,  piene  d'intrecci  bizzarri,  innaturali, 
impossibili. 

Le  commedie  italiane  si  alternavano  con  alcune  del 
teatro  francese  le  quali,  fatta  eccezione  di  poche,  erano 
maldigeste  e  mal  tradotte  in  lingua  nostra. 

Neil'  ultimo  decennio  comparvero  anche  sui  nostri 
teatri  alcuni  drammi,  nei  quali  faceva  capolino  la  politica 
e  le  idee  filosofiche  ultramontane. 

Nel  1792  l'attore  Pietro  Cimarelli  che  dirigeva  una 
compagnia  comica  pubblicò  qui  coi  tipi  del  Pasini  una 
commedia  col  titolo  Federico  II  Re  di  Prussia  e  la  dedicò 
ad  Andrea  da  Mula  che  in  queir  anno  rappresentava  in 
Brescia  la     Repubblica  Veneta. 

Anche  allora  il  Teatro  degli  Erranti  in  Brescia  (ora 
detto  Grande)  era  de'  migliori  d' Italia,  ma  minore  era 
il  lusso  e  nessuna  conformità  negli  addobbi  dei  palchi 
poca  l'illuminazione  ad  olio  e  quasi  nulla  nella  commedia. 
La  passione  del  teatro  era  in  quei  giorni  straordinaria, 
quella  società  immersa  nei  piaceri  e  dimentica  di  quei 
sensi  virili  che  sorreggono  il  bene  e  la  forza  sociale  era 
tratta  a  tutto  ciò  che  «  voluttà  nemica  all' noni  domanda  ». 

Le  seduzioni  erano  molte  e  se  le  produzioni  e  le  at- 
trici erano    più  contenute    delle  odierne,  per  effetto   della 


9o 

censura  che  sorvegliava  anche  gli  abbigliamenti,  il  riserbo 
delle  spettatrici  dame  e  volgari  era  molto  minore  e  tene- 
vano contegno  che  parea  fatto  apposta  per  preparare  la 
via  alla  spudorata  dea  che  da  oltr'alpi  tentava  visitare  queste 
nostre  contrade,  e  maggiore  poi  era  il  baccano  che  faceasi 
così  nei  palchi  come  nella  platea.,  in  cui  durante  la  com- 
media entravano  merdaioli  d'ogni  specie  a  vendere  frutta, 
manicaretti  ed  altro. 

La  passione  del  teatro  aveva  suscitata  nella  aristocrazia 
anche  la  passione  di  farsi  attori,  e  venivano  perciò  di 
quando  in  quando  cretti  palchi  scenici  nelle  grandi  sale 
di  qualche  palazzo  e  vi  si  rappresentava  al  cospetto  di 
una  società  in  mezzo  alla  quale  il  lusso  e  la  mollezza 
tenevano  il  primo  posto.  E  già  qualche  anno  prima  An- 
tonio Brognoli  avea  tradotta  e  ridotta  l'Olimpia  di  Voltaire, 
che  fu  da  una  società  di  dame  e  cavalieri  recitata,  rice- 
vendone le  lodi  da  un  poemetto  di  Gio.  Batta  Corniani  (i). 
La  moda  del  vestire  era  più  che  un  secolo  che  ci  veniva 
dalla  Francia,  senonché  non  era  ancora  si  volubile  come 
divenne  dal  secolo  nostro. 

Nella  seconda  metà  del  secolo  XYIII  il  patrizio  aveva 
già  lasciata  la  parrucca  a  lunghi  ed  inanellati  capelli, 
la  quale  però  rimase  ancora  in  uso  presso  i  magistrati 
nell'esercizio  delle  loro  funzioni.  Alla  parrucca  la  Francia 
aveva  sostituito  il  codino,  ed  i  padri  nostri  patrizi  e  po- 
polani seguirono  quella  moda  la  quale  esigeva  anche  che 
si  incipriassero  ogni  giorno  il  capo  e  cosi  incanutirsi  prima 
del  tempo. 

(i)  Brescia  1770. 


9i 
Il  cappello  di  gala  era  a  tre  pizzi,  un  fazzoletto  di  seta 
al  collo  senza  coletto  della  camicia.  11  panciotto  clic  alla 
francese  chiamavasi  giht,  ed  alla  bresciana  crosci,  era  di 
broccato  od  anche  di  finissimo  panno,  e  da  esso  uscivano 
le  ricamate  arricciature  cucite  sulla  camicia,  e  per  di  sotto 
usciva  un  serico  nastro  od  una  catenella  munita  di  chia- 
vette d'  oro  e  timbri  stemmati  in  oro  o  pietre  preziose 
che  formavano  ornamento  all'orologio.  Il  panciotto  rimanea 
sempre  manifesto  perchè  il  soprabito  teneasi  aperto,  e  forse 
non  poteasi  nemmeno  chiudere.  Era  pur  esso  di  broccato 
o  panno  fino  senza  risvolte,  ma  dritto  scendea  fin  presso 
il  ginocchio,  e  le  persone  più  attempate  lo  portavano  anche 
più  lungo.  I  calzoni  erano  corti,  stretti  sotto  il  ginocchio, 
le  calze  di  finissima  seta,  bianche  o  di  colore  a  seconda 
delle  occasioni,  e  scarpe  con  grandi  fibbie  d'  oro  o  d'  ar- 
gento. Le  patrizie  e  le  ricche  borghesi  portavano  gli  alti 
topé  incipriati  e  ricche  vesti  di  broccato  strette  nella  parte 
superiore  ed  assai  larghe  nelle  gonne  che  poggiavano  sul 
guardinfante,  la  di  cui  usanza  però  cominciava  a  decadere. 
Il  popolano  portava  anch'esso  vestiti  presso  a  poco  di 
egual  forma  di  quelle  dei  ricchi,  ma  di  panno  grossolano 
che  ci  veniva  dalle  fabbriche  di  Bergamo,  e  l'estate  di  tela 
colorata.  Le  calze,  (quando  le  portava)  erano  grossolane 
ed  il  loro  colore  più  favorito  era  il  turchino.  La  forma 
invece  delle  vesti  delle  popolane  poco  o  nulla  somigliava 
a  quella  delle  patrizie  ;  le  loro  vesti  erano  di  tela  ed  in 
tutt'  altro  modo  tagliate.  Le  popolane  non  portarono  mai 
il  topé,  ma  la  loro  capigliatura  era  semplice,  modesta  e 
sempre  quella;  solo  nelle  festive  occasioni  si  ornavano  il 


92 

capo  di  gingilli  d'argento  ed  il  collo  di  file  di  granate  o 
di  catenelle  d'  oro  e  di  anelli  le  dita. 

Neil' incominciare  questo  capitolo  io  dissi  che  da  secoli 
la  popolazione  bresciana  veniva  designata  dai  nostri  vicini 
e  dai  forestieri  come  vivace,,  laboriosa  ed  ospitaliera,  ma 
tacqui  che  nello  stesso  tempo  l' accusavano  d' esser  troppo 
manesca  e  che  abusava  dell'  armi,  e  da  qui  l' ingiurioso 
detto  bressà  taja  canti).  Non  posso  negare  che  l'accusa  avea 
un  lato  vero;  e  certo  che  popolani  e  patrizi,  sbirri  e  feu- 
datari danneggiavano  assai  toli'abuso  dell'armi;  senonchè 
negli  ultimi  anni  del  dominio  Veneto  in  Brescia  il  lamentato 
abuso  era  di  molto  diminuito,  i  bresciani  si  erano  in  ciò 
messi   al  livello  degli  altri  sudditi  e  valga  il  vero. 

L'abuso  delle  armi  erasi  così  inveterato  ed  accresciuto 
sul  finire  del  secolo  XVII  e  nella  prima  metà  del  XYIII, 
che  la  Repubblica  Veneta  si  decise  di  richiamarne  in  vi- 
gore le  antiche  leggi  ed  emanarne  di  nuove  intorno  al 
portar  armi,  e  forse  i  bresciani  furono  gli  ultimi  a  correg- 
gersi di  tale  abuso.  Senonchè  contro  queste  leggi  militava 
la  libertà  fino  allora  goduta  dai  cittadini,  e  d'altra  parte 
la  spada  e  lo  stocco  era  parte  integrante  del  vestito  del 
patrizio,  il  quale  avrebbe  mancato  ad  una  importante  esi- 
genza sociale  se  si  fosse  presentato  in  una  testa  od  in  un 
solenne  ricevimento  senza  spada  al  fianco  ;  onde  per  in- 
dicare un  signore  vestito  in  tutta  festa  fino  a  giorni  nostri 
diceasi  :  è  in  spada  od  in  spadino,  sebbene  uè  1'  uno  né 
l'altra  portasse  al  fianco.  I  feudatari  poi  avevano  il  diritto 
di  armare  quanti  uomini  credevano  necessari  a  difesa  pro- 
pria e  del  feudo. 


93 

Le  leggi  venete  però,  rispettando  ciò  che  si  credette 
allora  di  non  combattere,  sarebbero  ritornate  sufficienti  a 
diminuire  se  non  a  togliere  tanti  abusi  e  tanti  assassini, 
aggressioni  ed  invasioni  che  si  commettevano  armata  mano 
e  tanti  altri  delitti  occasionati  da  futili  e   meschini  fatti. 

Senonchè  queste  leggi  buone  in  se  stesse  mancavano 
sovente  della  mano  forte  per  farle  eseguire. 

I  rappresentanti  veneti  per  la  maggior  parte  d'animo 
troppo  mite  lasciavano  correre  e  così  il  male  non  cessava. 

Intorno  al  1769  Vittorio  Alfiri,  giovane  ardente,  abi- 
tuato ai  miti  costumi  del  Piemonte,  attraversando  la  Lom- 
bardia in  viaggio  per  la  Germania,  visitava  le  provincie 
di  terraferma  della  Repubblica  Veneta,  e  rimaneva  scan- 
dalizzato all'abuso  che  qui  faceasi  delle  armi,  coll'assalire 
i  viandanti  e  coll'uccidere  per  vendetta  e  coli' imporsi  ai 
deboli  od  ai  disarmati  e  la  ricevuta  impressione  la  ricorda 
nella  V  sua  satira  -  Le  leggi'. 

Il  portar  armi  hanno  inibito,  è  vero, 
Ma  non  l'usarle  in  proditoria  guisa. 
Legge  morta  è  un  infamia  e  danno  mero. 

Ed  avendo  osservato  che  in  Brescia  anche  le  popolane 
e  forse  anche  le  patrizie  portavano  armi,  inveperito  esclama: 
t^eggo  bresciane  donne  iniquo  speglio 
Farsi  dei  ben  forbiti  pugna  letti, 
Chi  prova  è  amante  infido  0  sposo  veglio. 
Tal  sou  dei  lor  bustini  i  rei  stecchetti 
Ne  ascosi  gli  hau,  ma  d'elsa  e  nastri  ornati 
Ombreggiali  d'alto  orrore  i  vaghi  petti. 

(1)  Maggi  co:  -  Del  genio  armigero  dei  bresciani  -  Berlendis,  1781. 


94 

L'unico  che  in  Brescia  tenne  mano  forte  e  fece  ese- 
guire la  legge,  fu  il  Labbia  venuto  qui  Capitano  Vice 
Podestà  nel  1786.  Col  sequestro  delle  armi,  col  multare 
i  portatori  di  esse  e  cogli  arresti  ottenne  di  contenere  i 
popolani  che  da  quell'anno  più  non  portarono  (se  non 
clandestinamente)  armi  da  fuoco  o  bianche. 

Dai  patrizi  ottenne  d'essere  aiutato  nella  sua  missione 
col  buon  esempio,  e  la  maggior  parte  di  essi  non  rinun- 
ciarono ma  deposero  anche  la  spada,  e  da  quell'  anno 
non  la  ripresero  che  in  occasione  di  feste  o  di  solenni 
ricevimenti. 

Ed  anche  cogli  uomini  d'arme  dei  feudatari  tenne  man 
ferma.  Qualunque  di  essi  fosse  trovato  in  arme  fuori  del 
territorio  del  feudo  o  senza  la  così  detta  placca  indicante 
il  padrone,  veniva  condotto  in  arresto.  Proibì  finalmente 
quelle  armi  da  fuoco  che  chiamavansi  tromboni,  pistoni 
scavezzati   pistù  scaes)  e  l'armi  bianche  triangolari. 

Fu  una  sventura  che  il  Labbia  compiuto  il  breve  reg- 
gimento se  ne  partisse,  perchè  egli  in  pochi  anni  avrebbe 
certo  annientati  gli  abusi   dell'armi. 

I  contemporanei  spregiudicati,  chiamarono  ottimo  il 
regime  di  questo  veneto  patrizio  la  di  cui  fermezza  suf- 
fragata dall'autorità  del  Senato  diede  singolarissimi  risul- 
tati, ed  il  vantaggio  di  quelle  provvidenti  misure  si  risentiva 
anche  nel  1796  inquantochè  l'uso  dell'armi  era  quasi  del 
tutto  dimenticato. 


I    FEUDATARI    ED    I    BULI 


I  feudatari  anche  imperiali  col  mero  e  misto  impero, 
non  avevano  sotto  il  dominio  veneto  un  potere  illimitato 
di  sovranità  (come  l'aveano  forse  quelli  d'altri  paesi  d'Italia) 
perchè  la  Repubblica  seppe  in  diverse  occasioni  mettere 
dei  confini  alla  loro  podestà,  aumentando  sopra  di  essi 
1'  autorità  del  Senato,  colla  istituzione  dei  Magistrati  sui 
feudi,  e  nel  secolo  XVIII  fino  alla  caduta  di  quel  dominio 
le  giurisdizioni  feudali  limitavansi  al  giudizio  delle  cause 
civili,  alla  nomina  degli  ufficiali  pubblici  della  amministra- 
zione locale  che  svolgevasi  sotto  la  diretta  influenza  del 
feudatario,  ed  estendevasi  anche  agli  affari  penali  col  di- 
ritto di  arresto  dei  malfattori  e  dei  primi  atti  di  inquisi- 
zione. La  giurisdizione  comprendeva  eziandio  i  diritti  alla 
percezione  dei  dazi,  alla  concessione  degli  esercizi  di  osteria, 
macelleria,  cantine,  ecc.  ecc.  (i). 


(i)  Bonomi  Avv.  Giuseppe.  -  77  Castello  di  Caveruago  ed  i  Conti 
Martine  ago  Colleoni.  -  Bergamo,  Bolis,   1884,  in  40. 


96 

I  feudi  con  giurisdizione  nella  nostra  provincia,  e  come 
tali  riconosciuti  dalla  Repubblica  Veneta  erano  nel  1796 
i  seguenti  : 

a)  Il  feudo  di  Urago  d'Ogìio  con  Pavone,  spettanti  ai 
successori  del  primo  investito  Prevosto  Martinengo  1396), 
cioè  le  linee  mascoline  delle  famiglie  Martinengo  delle 
Palle  o  Martinengo  di  Padcrnello  o  della  Fabbrica,  e  le 
linee  femminili  che  erano  le  famiglie  Martinengo  Palatini, 
Oldofredi  e  Calini  di  Brescia,  e  Caleppio  di   Bergamo. 

b)  Il  duplice  feudo  di  Verola  Alghisi  (ora  Verola- 
nuova)  e  di  Pralboino  con  Milzano  e  Corvione,  il  primo 
posseduto  dai  Conti  Vincenzo  e  Bruuoro  q.ni  Carlantonio 
Gambara  e  l'altro  dai  loro  cugini  Conte  Alemanno  q.ni 
Alemanno  e  conte  Gio.  Batta  q.ni  Federico  pure  Gambara. 

e)  Il  feudo  di  Muslone  già  dei  conti  Lodroni  poi 
dei  conti  Bucceleni  e  finalmente  concesso  dal  Veneto  Se- 
nato al  conte  Vincenzo  Cigola  nel   1780. 

ci)  Il  feudo  di  Lumezzane  con  Cacciabelia  dei  conti 
Avogadro,  passato  poi  e  riconosciuto  negli  eredi  conti  Fe- 
naroli. 

Altre  famiglie  bresciane  vantavano  possessi  feudali  giu- 
risdizionali nel  nostro  territorio,  ma  sia  per  deficienza  degli 
atti  originari,  sia  perchè  le  prescrizioni  stavano  a  favore 
del  Governo,  il  fatto  sta  che  la  Veneta  Repubblica  non 
volle  mai  riconoscere  altri  feudi  giurisdizionali  se  non  i 
sopradetti,  e  tutt'  al  più  riconosceva  alcuni  possessi  come 
appartenenti  a  quella  specie  di  feudi  che  chiamavansi  ono- 
rabili, cioè  davano  il  diritto  alla  percezione  delle  decime 
o  canoni  o  livelli  ma  non  mai  alla  giuris Jizione.  In  questi 


97 
feudatari  onorabili  riconobbe  però  qualche  onore  di  Si- 
gnoria sui  Comuni  rurali  nei  quali  possedevano,  e  questi 
Comuni  chiamavansi  centi  cioè  esonerati  da  certe  imposte 
e  dalla  soggezione  alle  autorità  cittadine  e  solo  dipendenti 
dal  Governo  Veneto,  ed  a  capo  di  tali  comuni  sedeva 
sempre  il  patrizio  signorotto.  Così  pure  le  diverse  fami- 
glie Martinengo  rappresentavano  gli  esenti  Comuni  di 
Orzivecchi,  Padernello,  Motella  ed  Orlano. 

Altre  famiglie  della  aristocrazia  bresciana  possedevano 
dei  feudi  fuori  della  nostra  provincia  ex.  g.  : 

I  Conti  Martinengo  Colleoni  erano  feudatari  di  Ca- 
vernago,  Malpaga  e  Clanezzo  nel  territorio  di  Bergamo. 
I  Conti  De  Terzi  Lana  possedevano  in  condominio  con 
altre  famiglie  il  feudo  di  Sanguineto  sul  Veronese.  I  Conti 
Bettolìi  il  feudo  di  Schenna  nel  Tirolo.  I  Conti  Lechi 
quello  di  Bagnoli  nella  provincia  di  Verona  e  di  Medune 
nel  Friuli.  I  Conti  Carini  erano  feudatari  della  Virgiliana 
nel  ducato  di  Mantova  ed  i  Conti  Valotti  di  Monzonc  e 
Castcllarano  nella  Gartagnnna  :  i  Marchesi  Archetti  tene- 
vano il  feudo  di  Formigara  sul  Ferrarese:  i  Conti  Peliz- 
zari  ed  i  Provaglio  Conti  di  Monticelli  altre  parti  del  feudo 
di  Medune. 

Fino  dal  secolo  XVI  molti  de'  nostri  feudatari  e  si- 
gnorotti gelosi  dei  diritti  che  avevano  o  pretendevano  a- 
vere  abusavano  del  loro  potere  ed  obbliando  la  giustizia 
e  la  clemenza  accompagnavano  il  loro  governo  colla  vio- 
lenza e  colla  nequizia.  Se  le  tristi  vicende  dell'Innominato 
del  Manzoni  non  sono  tratte  da  storia  vera,  sono  però  im- 
magini complessivamente  veritiere  delle  azioni  dei  feuda- 


98 

tari  dei  secoli  XVII  e  XVIII.  I  feudatari  per  crescere  le 
proprie  forze,  sovente  capricciose  e  tiranne,  si  circonda- 
vano di  uomini  la  maggior  parte  avventurieri,  d'  animo 
ineducato  e  violento  sempre  pronti  a  difendere  o  ad  ese- 
guire anche  col  delitto  la  volontà  del  padrone  che  li  pa- 
gava. 

Veramente    nel    secolo    XVIII    la    Repubblica  Veneta 
emanò  delle  leggi  abbastanza  rigorose  ed  atte  a  contenere 
le  birbonate  dei  feudatari,  minacciò  e  castigò,  ma  mentre 
nelle  altre  città  di  terraferma  i  feudatari  avevano  perduto 
molto  di  loro   fierezza    alcuni    de'  nostri    continuavano  le 
loro  perverse  imprese,  e  le  voci  che  forse  non  senza  esa- 
gerazione correvano  allora  intorno  alla  fierezza  de'  feuda- 
tari  e    signorotti    Bresciani    diede    occasione    all'Alfieri    di 
scrivere  nella  V  sua  satira  già  da  noi  citata:  (i) 
Vili  impuniti  signorotti  i.nin  piena 
Di  scherani  lor  corte  e  uccider  fauno 
Chi  solt'  essi  non  curva  e  testa  e  schiena. 
Fatto  si  è  però    che  la   Repubblica  si  scosse  a  punirli 
per  cui  le  prepotenze   diminuirono.  Altra   causa  di  quella 
diminuzione  si  rinvenne  nell'influenza  della  donna.  Corona 
Fenaroli  p.  e.  andata    sposa  a  Gaetano    Bargnani    ricco    e 
potente  patrizio  ottenne   che    fossero  dal  marito  licenziati 


(i)  Che  l'Altieri  alludesse  ai  feudatari  Bresciani  lo  si  desume  dal 
tatto  che  quando  quel  poeta  pubblicò  le  sue  Satire  tutti  dissero  ad 
una  voce  che  nella  V  Satira  si  alludeva  al  Conte  Alemanno  Gambara 
e  ad  altri  Bresciani,  dimodoché  scrive  il  Litta  (fam  Gambara  -  Fran- 
cesco Gambara  di  Alemanno)  che  il  giovane  Conte  Francesco  Gam- 
bara sparlava  allora  dell'Alfieri  per  aver  calunniato  suo  padre  in 
quella  satira. 


99 
tutti  i  bull  o  bravi  eh'  egli  teneva  al  suo  comando  in 
Brescia,  in  Adro  ed  in  Bargnano. 

Con  tutto  ciò  però  alcuni  continuarono  ancora  nelle 
prepotenze  e  se  nel  1796  Brescia  e  la  Provincia  poterono 
considerarsi  libere  dal  malanno  dei  più  fieri  signorotti  lo 
si  deve  al  Consiglio  dei  X  e  più  ancora  ai  Veneti  inquisi- 
tori che  nel  carcere  de'  Piombi  ci  liberò  dal  Conte  Gal- 
liano Lechij  col  bando  allontanò  da  noi  il  Conte  Alemanno 
Gambara  e  con  vigorosa  sorveglianza  contenne  il  Conte 
Giorgio  Martinengo  Cesaresjo,  nei  quali  erano  rimasti  i 
difetti  di  una  casta  che  andava  trasformandosi,  e  di  un 
tempo  che  più  non  era.  E  di  questi  tre  Bresciani  che  in 
diversi  modi  furono  spettatori  o  trovavansi  avvolti  nel 
turbine  della  rivoluzione  parmi  conveniente  si  conoscano 
le  vicende  perchè  anch'  esse  servono  a  darci  il  ritratto 
morale  di  quel  periodo  che  si  chiuse  col   1796. 

Galliano  Lechi,  figlio  di  Pietro  conte  di  Bagnoli  e 
di  Meduna  e  di  Francesca  Macca  rinclli,  nacque  in  Brescia 
(corsetto  di  S.  Agata  all'attuale  civico  N.  22)  il  i°  agosto 
1739,  e  battezzato  nella  Chiesa  di  S.  Agata  ebbe  a  pa- 
drino Antonio  Archetti  che  fu  poi  Marchese  di  Formi- 
gara  e  cons.  Int.  dell'Imperatore.  Educato  nel  Collegio 
di  S.  Bartolomeo  (ora  Arsenale  Militare)  allora  diretto  dai 
Padri  Somaschi,  era  egli  dotato  di  non  comune  talento, 
ma  veniva  sovente  turbato  dall'  impetuosità  del  suo  ca- 
rattere. Finita  la  sua  educazione,  fu  dal  padre  spedito  a 
Venezia  onde  si  occupasse  di  alcuni  affari  colà  pendenti 
per  cessati  appalti  già  tenuti  da  lui  a  nome  del  governo. 
Solo,  ricco,  abbandonato  a  se  stesso,  si  legò  a  quella  società 


spensierata  e  voluttuosa  che  contaminava  allora  gli   ultimi 
anni  della    Repubblica. 

Richiamato  a  Brescia,  poco  dopo  mortogli  il  padre 
(1764)  ritornò  in  Venezia  ove  passò  un  biennio  nella  com- 
pagnia degli  amici  suoi,  fra  i  quali  contava  Giorgio  Baffo,  il 
poeta  vernacolo  che  ebbe  (dirò  col  Gitigliene)  la  meschina 


CALMANO    ÌA'.CHl 


fama  di  essere  il  rimatore  più  osceno  e  lubrico  de'  suoi 
tempi,  e  dicesi  che  Galliano  facesse  a  sue  spese  pubblicare 
alla  macchia  nel  1771  la  prima  edizione  di  quelle  poesie. 
Ritornato  in  Brescia  nel  1766  sposò  sua  nipote,  la  no- 
bile donzella  Virginia  di  Carlo  q.  Ercole  Conforti,  gio- 
vane diciottenne,  che  pose  ogni  suo  affetto  nel  marito,  lo 
protesse,  lo  difese,  sopportò  gravi  sacrifìci  onde  toglierlo 
dalle  angustie,  ma  ben  poco  fu  corrisposta.  Galliano  dalla 


101 

Conforti  ebbe  un  figlio,  Pietro  (1768),  la  cui  morte  avve- 
nuta cinque  anni  dopo  la  nascita,  lo  addolorò,  lo  indispettì 
ed  esaltò,  si  che  rinserratosi  nella  sua  villa  di  Montirone 
s'  attorniò  di  buli  e  banditi  e  diede  mano  a  perverse  im- 
prese. 

Io  non  ripeterò  qui  tutte  le  tristi  vicende  della  sua 
vita  come  leggonsi  nella  «  Vie  de  Napoleon  »  del  S.r  di 
Stendal  (1)  o  nel  «  Romanzo  Storico  »  del  S/  Robustelli  (2) 
ne  ciò  che  di  lui  scrisse  il  Piccinelli  (3),  uè  tutti  riporterò 
i  tristi  aneddoti  che  si  raccontavano  dai  padri  nostri,  per- 
chè fra  il  vero  trovai  frammisto  il  falso  o  Y  esagerato, 
ma  riferirò  solo  quei  fatti  che  dai  documenti  ufficiali,  da 
attendibili  storie  o  corrispondenze  letteràrie  d'allora  emer- 
gono veridici  ed  abbastanza  provati. 

a  Facile  all'ira  ed  alla  vendetta  (cosi  scriveva  al  Supremo 
Tribunale  in  Venezia  Antonio  Maria  Priuli  rappresentante 
Veneto  in  Brescia  nel  1775)  di  carattere  vivo  e  pertinace 
circondato  da  uomini  sospetti,  è  da  tempo  designato  au- 
tore diretto  od  indiretto  di  gravi  percosse  e  di  violenze 
e  danni  ed  anche  di  attentati  alla  altrui  vita,  come  avvenne 
nel  misfatto  di  cui  spedii  querela,  eseguito  da  uno  de'  suoi, 
credesi  per  suo  ordine.  »  (4) 

Nel  1779  successe  l'uccisione  proditoria  di  Gio.  Batta 
Febrano,  ufficiale  e  forse    uno    de'  confidenti    del   Senato. 


(1)  Paris,  Calmane  Levy  1876  in  8°  f. 

(2)  Il  Conte    Diavolo  -  In  append.  al  Giornale    la    Pei  se-veranda 
di  Milano  -  luglio  e  seg.  .1882. 

(3)  Diario  cit. 

(4)  Archivio  de'  Frari  a  Venezia. 


102 

La  fama  disse  tosto  che  l'omicida  era  il  Conte  Galliano; 
l'autorità  denunciò  l'indiziato  al  Supremo  Tribunale  degli 
Inquisitori  ed  il  Conte  venne  arrestato  insieme  al  suo  fido 
Giacomo  Allegri.  Condotti  in  Venezia  furono  processati  ; 
il  servo  dopo  qualche  mese  fu  messo  in  libertà,  ma  il 
Conte  fu  condannato  a  vent'anni  di  carcere  nei  piombi  (i). 

Correva  il  secondo  anno  dacché  il  Lechi  era  prigio- 
niero allorché  «  replicatamente  supplicò,  attesi  gli  incomodi 
di  sua  salute,  che  gli  fosse  costituito  altro  luogo  a  con- 
sumare la  sua  condanna.  Condiscese  il  Tribunale  a  per- 
mettere ciò  che  poteva  contribuire  alla  di  lui  cura,  ma 
fermo  a  non  cangiargli    prigione  (2). 

Frattanto  Galliano,  sua  moglie  ed  i  suoi  protettori 
pensavano  alla  sua  fuga.  Il  fido  Allegri  dimesso  dal  car- 
cere era  rimasto  a  Venezia  ed  insieme  al  dott.  Daniele 
Fabrici,  che  qual  medico  visitava  il  prigioniero,  faceva 
1'  intermediario  fra  il  Conte  e  la  Contessa,  la  quale  ala- 
cremente lavorava  pressi)  alcuni  senatori  per  ottenere  l'in- 
tento. Il  primo  tentativo  di  fuga  però  andò  male,  sebbene 
fosse  perpetrato  con  tutta  circospezione.  Il  carcerato  chiese 
di  poter  avere  da  casa  una  cassetta  di  limoni  e  l'ottenne. 
Doppie  assicelle-  formavano  le  pareti  della  cassetta  e  fra 
le  une  e  1'  altre  di  quelle  assicelle  erano  riposti  varii  istru- 
menti  atti  a  segare  le  ferriate,  delle  candele,  ciò  che  oc- 
correva  ad  accender  fuoco  e  varie  monete  d' oro  per  44 
zecchini,  nonché  il  seguente  viglietto  dalla  moglie  scritto 


(1)  Bazzoni  1.  e. 

(2)  Idem.  1.  e. 


103 
ai  25  luglio  1782:  ce  L'altro  soggetto  di  riguardo  che  non 
spiego  il  nome  perchè  se  venisse  scoperto  questo  loglio 
potrebbe  essere  iatale  per  noi,  già  mi  capite.  Lui  ha  detto 
che  verrà  scoperta  la  verità  di  questo  fatto,  insomma  è 
impegnato  per  noi.  Così  mi  dicono  e  1'  unica  mia  spe- 
ranza T  ho  in  lui  se  sarà  eletto,  ed  ha  dimostrato  tutto 
r  impegno  ;  questo  è  quanto  io  so....  se  potete  sopendere 
l'intento  tino  alla  nuova  muta  sarà  molto  ben  fatto,  già 
mi  capite,  ma  se  non  potete  sopportare,  fate  ciò  che  vo- 
lete, ma  guardate  bene  di  fare  il  colpo  sicuro  ».  Sorte 
volle  che  nello  scassinare  la  cassetta  per  la  solita  visita 
si  staccasse  una  delle  due  fodere  ed  il  custode  sco- 
prisse ciò  che  ivi  stava  nascosto.  Il  Conte  Galliano  at- 
tese per  tre  anni  il  momento  propizio  a  realizzare  il  suo 
pensiero  forse  in  attesa  che  si  mutassero  gli  Inquisitori 
e  fosse  eletto  1'  innominato  suo  protettore.  Frattanto  il 
dott.  Fabrici  eragli  apportatore  di  denari,  di  lettere  e  di 
oggetti  che  riceveva  dalla  famiglia  Lechi  per  mezzo  del- 
l'Allegri.  Nell'ultima  settimana  di  Marzo  del  1785  Gal- 
liano mise  a  parte  del  suo  segreto  Matteo  Marsich  unico 
prigioniero  che  vivesse  con  lui  nello  stesso  camerotto, 
lo  regalò  di  denaro  e  fecesi  promettere  di  aiutarlo  facen- 
dogli balenare  l'idea  che  avrebbe  potuto  seguirlo  nella 
fuga.  Il  Conte  si  era  fatto  mandare  da  casa  delle  lenzuola 
grosse  assai  ;  le  tagliò  in  tanti  pezzi  longitudinali  e  com- 
pose con  essi  una  corda,  indi  nella  notte  27-28  Marzo 
che  era  la  festa  di  Pasqua  sollevò  una  tavola  del  soffitto 
da  lui  anteriormente  sconnessa  e  rotti  cogli  strumenti  a- 
vuti   dal   dottore  i  piombi,  montò    sul   tetto  e  disceso  su 


104 

d'  una  ferriata  della  prigione  si  consegnò  alla  corda  che 
il  Marsich  per  di  dentro  fermò  alla  stessa  ferriata  e  così 
po:ò  calare  nella  sottoposta  laguna,  e  slanciatosi  a  nuoto 
si  allontanò,  e  potè  poi  nella  stessa  mattina  uscir  fuori 
di  Venez'a  prima  che  il  custode  delle  carceri,  assenziente 
o  meno,  denunciasse  la  fuga,  la  quale,  secondo  il  Balle- 
rini, superò  in  valore  quella  del  Casanova,  e  si  compì  col 
validissimo  mezzo  dei  zecchini  costandogli  ventimila  du- 
cati, e  le  cattive  lingue  dissero  che  quella  somma  era 
stata  divisa  fra  due  inquisitori.  Il  Molmenti  però  esclude 
questa  ipotesi  (i). 

Questa  fuga  impressionò  i  Veneziani  ed  il  governo  ; 
si  arrestarono  i  guardiani,  ed  in  sulle  prime  nulla  si  so- 
spettò del  dott.  Fabrici  indicato  da  tutti  come  integerrimo 
e  di  modi  burberi  e  risoluti,  ma  scopertesi  di  poi  presso 
il  custode  alcune  lettere  dirette  al  Lechi  ebbesi  la  con- 
vinzione dell'  opera  prestata  dal  Dottore,  il  quale  venne 
arrestato,  processato  e  condannalo  ad  1 1  anni  ai  piombi 
ed  il  custode  ed  i  guardiani  a  parecchi  mesi  di  carcere  ed 
alla  perdita  dell'  ufficio.  Frattanto  il  Lechi  era  fuor  di 
stato,  ed  avendo  il  Senato  saputo  che  erasi  ricoverato  in 
Tirolo  scrisse  tosto  al  Principe  Vescovo  di  Trento  chie- 
dendo r  estradizione,  ma  il  Vescovo  rispose  che  il  Lechi 
era  veramente  comparso  in  Tirolo,  ma  che  era  già  di  Là 
partito  ed  ignorava  per  dove  si  fosse  diretto.  Si  seppe  di 
poi  che  era  passato  in  Valtellina,  ed  allora  il  Senato  si 
rivolse  tosto  al  Residente  Veneto  in  Milano  onde  facesse 


(i)  Molmenti  -  I  banditi  della  Repubblica  -  png.   299. 


passi  coi  Grigioiii  per  riaverlo,  ma  quel  diplomatico  ri- 
spose che  inutili  sarebbero  ritornate  tutte  le  pratiche  perchè 
il  Conte  aveva  colà  caldi  difensori  (i).  Il  Lechi  fissò  sua 
residenza  in  Bormio  ove  comperato  un  antico  palazzo  a 
suo  talento  lo  ridusse  ed  abbellì.  Menando  vita  splendida 
si  tece  degli  amici,  impresa  facilissima  a  ricco  liberale,  e 
per  tale  sua  larghezza  con  minore  ripugnanza  si  tollerava 
dagli  abitanti  la  sua  vita  di  malcostume  e  gli  atti  violenti 
che  anche  là  esercitava  per  mezzo  de*  suoi  buli.  Pei  suoi 
biechi  fini  fu  a  Napoli  per  procurare  la  separazione  della 
figlia  del  cav.  Alberti  dal  di  lei  marito  conte  Salis,  che 
serviva  nell'  esercito  dei  Borboni,  senonchè  accortosi  il 
Salis  usò  di  sua  influenza  in  quella  Corte  e  lo  fece  sfrat- 
tare. Venne  allora  a  Genova  ove  resosi  ancor  qui  reo  di 
non  so  quali  misfatti  dovette  fuggire  e  ritornare  a  Bormio 
portando  seco  una  rapita  fanciulla.  Attesta  il  Romegialli  (2) 
che  quelle  due  imprese  gli  costarono  mille  luigi  d'  oro. 
.  Avvici uavasi  intanto  l'invasione  francese.  Il  contado  di 
Bormio  come  la  Valtellina  erano  sudditi  delle  tre  leghe 
Grigie,  le  quali  però  governavano  quei  paesi  non  secondo 
gli  antichi  patti,  ma  da  sovrano  assoluto,  e  quel  repub- 
blicano governo  Svizzero  con  strana  antitesi  era  chiamato 
il  ^Principe.  Al  giungere  dei  Francesi  in  Milano  tre  par- 
titi sorsero  in  Valtellina  ;  dei  patriota  gallomani  o  giaco- 
bini che  voleano   unirsi    con    Milano    Cisalpino,  dei  liberi 


(1)  Le  annotazioni  degli  Inquisitori  di  Venezia  pubblicate  da  Au- 
gusto Bazzoni.  -  Vedi  Arch.  Stor.  Ital.   Serie  II  Voi.  XI  pag.  68-73. 

(2)  Storia  della  Valtellina  e  della  già  Contea  di  Bormio  e  Chia- 
venna  -  Voi.  IV  p.   359. 

7 


io6 

che  voleano  rimanere  coi  Reti,  ma  formando  una  quarta 
lega  per  godere  di  eguali  diritti,  e  finalmente  dei  conser- 
vatori che  accettavano  ogni  spediente  fuorché  i  Francesi 
e  la  Cisalpina  (i). 

Era  poi  logica  conseguenza  che  il  Conte  Galliano  si 
spiegasse  gallomano.  L'odio  contro  la  Repubblica  Veneta, 
1'  esilio  e  varii  dissensi  avuti  colle  autorità  Retiche  erano 
pel  Lechi  gravi  motivi  per  desiderare  cangiamenti  politici 
in  Valtellina  ed  in  Brescia.  Successa  la  rivoluzione  di 
Brescia  Galliano  rivide  la  sua  città  nativa  dopo  tanti  anni 
di  assenza.  Tentò  d' immischiarsi  nel  governo  provvisorio, 
ma  trovò  ferma  opposizione  nei  più  seri  e  rispettati  mem- 
bri ;  ottenne  però  che  si  aprisse  la  sala  del  Teatro  degli 
Erranti  per  le  radunanze  della  Società  patriottica  (2),  indi 
nelP  aprile  se  ne  ritornò  in  Valtellina  col  proposito  di 
sollevare  quella  valle  e  farle  accettare  la  organizzazione 
Bresciana.  A  Tirano  il  9  luglio  dichiarassi  mandatario  del 
Governo  Provvisorio  di  Brescia  per  fraternizzare  colle  so- 
cietà patriottiche  di  Valtellina  assicurando  mille  immagi- 
nari favori.  A  Sondrio  fu  ricevuto  freddamente,  ed  egli 
malcontento  ritornò  a  Bormio  ove  fatti  suoi  proseliti  al- 
cuni fra  i  più  vivaci  di  quel  contado  cominciò  ad  imporsi 
a  coloro  che  poteano  fargli  opposizione,  e  come  fosse  il 
feudatario  del  paese  fece  abbattere  la  colonna  della  berlina, 
con  solennità  interrò  il  catalogo  di  tutti  i  titoli  di  dignità 
dai  Re  ai  semplici  nobili;  distrusse  o  cancellò  gli  stemmi. 


(i)    ROMEGIALLI.    O.    C. 

(2)  Avanzini  1.  e. 


io7 
Volle  impiantato  l'albero  della  libertà  ed  il  lece  dipingere 
esteriormente  al  Pretorio.  Fece  togliere  dal  patibolo  tre 
giustiziati,  indi  distrusse  il  patibolo;  ma  quando  violente- 
mente volle  togliere  dalla  torre  l'antica  bandiera  del  con- 
tado per  sostituirvi  la  tricolore,  il  popolo  fremette.  S'ac- 
corse il  Lechi  di  non  aver  destato  coli' opera  sua  quell'en- 
tusiasmo ardente  e  generale  che  pure  avrebbe  voluto,  ma 
fermo  ne'  suoi  propositi  si  pose  in  arcane  intelligenze  coi 
terroristi  di  Valtellina  e  di  Brescia,  e  minacciò  come  scrive 
lo  storico  Romegialli  (i)  di  inaffiare  l'arida  pianta  col 
sangue  dei  retrivi;  ma  il  contado  era  stanco  e  contro  il 
Lechi  pensava  a  truci  consigli.  I  legittimi  rappresentanti 
di  Bormio  appartenevano  a  quel  partito  che  aveva  accettata 
la  mediazione  di  Bonaparte  per  ottenere  dai  Reti  di  for- 
mare la  IV  lega,  e  voleano  quindi  spedire  al  quartier  ge- 
nerale francese  una  deputazione  per  intendersela  col  con- 
quistatore di  Lombardia.  Il  Lechi,  sapendo  che  Bonaparte 
avrebbe  veduto  volentieri  che  la  Valtellina  rimanesse  Reta, 
sorvegliava  per  la  partenza  della  deputazione,  ma  rimase 
deluso.  Nella  notte  del  22  luglio  1797  la  deputazione 
partì,  non  discendendo  per  la  Valle,  ma  bensì  pel  Trentino. 
La  mattina  del  23  saputa  dal  Lechi  la  partenza  e  credendo 
fosse  avvenuta  per  lo  stradale  di  valle,  armò  alcuni  suoi 
fidi  ed  amici  e  tutti  a  cavallo  tentarono  di  raggiungere 
gl'inviati.  Ma  pel  Lechi  suonava  l'ultima  ora.  Arrivata  la 
comitiva  a  Molina  le  campane  di  quel  villaggio  suonavano 
a  stormo,  ed  a  quel  suono  risposero  le  campane  di  tutte 

(1)  1.  e. 


io8 

le  altre  ville.  A  Cepina  il  popolo  era  congregato  allorché 
scoperti  gli  armati  cavalieri  di  Bormio  li  assalirono,  li 
disarmarono  e  fecero  prigioniero  il  Lechi  e  tre  de'  suoi 
più  rìdi  amici,  benestanti  bormiesi.  Il  primo  pensiero  fu 
di  ricondurli  a  Bormio  e  farli  processare,  ma  incolleriti 
dalle  minaccie  di  sangue  in  cui  prorompeva  il  Lechi  ti- 
rarono i  prigionieri  su  di  un  colle  detto  il  Castelletto,  e 
la  turba  degli  assalitori,  che  continuamente  s*  ingrossava 
per  nuovi  venuti,  sfogò  tutta  la  sua  rabbia  fino  allora  com- 
pressa, e  con  barbare  sevizie  chiusero  il  Conte  in  una 
stalla  e  lo  legarono  ad  una  mangiatoia  indi  fatto  tumul- 
tuoso giudizio  lo  cstrassero  dalla  stalla,  lo  legarono  ad 
una  pianta  e  senza  pietà  lo  fucilarono  e  così  cadde  estinto 
al  suolo  non  rispettato  nemmeno  dopo  morto;  e  fini  sua 
vita  nella  ancora  rubusta  età  di  58  anni.  Il  suo  corpo  fu 
gettato  nelF  Adda,  la  corrente  lo  portò  qua  e  colà  e  si 
perdette  finalmente  fra  i  macigni  nelle  vicinanze  di  Bof- 
fetto.  Frattanto  a  Bormio  si  leve  la  popolazione  contro  1 
Giacobini,  e  la  casa  del  Lechi  fu  posta  a  sacco.  Il  fratello 
e  i  nipoti  del  Conte  Galliano  reclamarono  da  Brescia  sod- 
disfazione presso  Bonapartc.  il  quale  col  mezzo  di  Ca- 
meyras,  residente  Francese  presso  i  Reti,  chiese  che  si  pu- 
nissero i  rei  e  fosse  accordata  ogni  protezione  agli  eredi 
del  conte  Galliano.  Pretesero  i  Bormiesi  di  giustificarsi 
con  una  memoria,  ma  il  Cameyras  rispondeva:  «  Ho  letto 
o  Signori  la  vostra  Memoria.  Galliano  Lechi  ha  tenuto 
una  condotta  ingiusta  e  tirannica  che  avrebbe  meritata  pu- 
nizione, e  l'infliggerla  spettava  ad  un  tribunale  e  non  mai 
ad  una  truppa  di  rustici  e  le  loro  azioni  non  ponno  altri- 


109 

nienti  qualificarsi  che  assassini.  »   Ma    tutto    fu    messo   in 
tacere,  così  volle  Bonaparte  (i). 

Alemanno  Gambara  figlio  postumo  di  altro  Alemanno 
e  della   Contessa    Chiara  del  Conte  Gio.  Batta  Allegri   di 


AL KM ANNO    GAMBARA 


Verona  nacque  ai  2  marzo  1734.  Ancor  bambino  fu  por- 
tato in  casa  Martinengo  Cesaresco  Novarino  quando  la 
madre  sua  sposò  in  secondi  voti  il  Conte  Carlo,  ove  crebbe 


(1)  La  Contessa  Virginia  Conforti  vedova  del  Conte  Galliano 
Lechi,  non  seguì  il  marito  in  Valtellina  ma  ritornò  in  Brescia  presso 
la  sua  famiglia  Conforti  a  S.  Lorenzo  ove  morì  il  12  Febbraio  1814 
nell'  età  di  68  anni. 


no 

acquistando  le  idee  fastose;  e  violenti  del  patrigno  e  la 
sete  del  dominare.  Mortagli  la  madre  nel  1 75 1,  ed  uscito 
poco  dopo  di  tutela  uscì  anche  dal  palazzo  Martinengo  ed 
entrò  nella  casa  paterna  ove  era  nato  in  sul  Canton  d'A- 
damo ora  segnata  col  civico  N.  55.  Da  allora  la  mag- 
gior parte  dell'  anno  risiedeva  nell'  avito  castello  di  Pral- 
boino  centro  del  suo  feudo  e  campo  delle  sue  funeste 
imprese.  Circondatosi  da  cagnotti  e  bravi  si  pose  in  lega 
occulta  e  procellosa  coi  venturieri  più  celebri  ed  arrischiati 
de'  tempi  suoi  e  ben  presto,  scrive  1'  Odorici,  divenne  il 
terrore  de'  luoghi  circonvicini  e  l'impeto  spensierato  con 
cui  gettavasi  a  compiere  le  sue  prepotenze,  e  la  serie  pa- 
lese ed  impensata  delle  sue  sopraffazioni  avea  fatta  credere 
del  Conte  Alemanno  ogni  più  strana  cosa.  Signore  di 
feudo  amplissimo,  arbitro  di  gente  avvezza  ad  ubbidirlo, 
corteggiato  da  servi  e  clienti  non  è  meraviglia  che  di 
buon  ora  si  considerasse  al  disopra  delle  leggi.  Fra  le  vi- 
cende che  l'Odorici  (1)  raccolse  della  vita  tristamente  av- 
venturiera di  questo  nostro  feudatario  narra  di  due  misfatti 
commessi  mentre  non  aveva  ancor  raggiunto  il  270  anno 
di  sua  età.  Mandò  egli  un  giorno  alcuni  de'  suoi  bravi  a 
compiere  una  bricconata  a  Calvisano.  Il  Vicario  cittadino 
che  reggeva  quel  villaggio  contro  i  bravi  oppose  i  suoi 
birri  i  quali  giunsero  ad  arrestarne  uno.  Alemanno  lo 
seppe,  e  messo  in  armi  un  drappello  de'  suoi  più  resoluti 
mandavali  a  liberare  il  prigioniero.  Assalirono  improvvi- 
samente il  paese,  liberarono  il  compagno  e  le  guardie  del 


(1)  LlTTA  -  Famiglia    Gainbara,  estesa    con   qualche    inesattezza 
dell'  Odorici. 


Ili 

Vicario  iurouo  da  una  grandine  di  palle  costrette  a  riti- 
rarsi in  quartiere  ed  i  Gambareschi  bravando  pel  paese 
ritornarono  trionfanti  in  Pralboino. 

Non  passò  molto  tempo  ed  alcuni  birri  veneti,  inse- 
guendo un  malfattore,  toccavano  le  terre  del  Conte.  Questo 
li  accolse  cortesemente  e  li  convitò.  Alla  dimane  un  pe- 
sante carro  di  verzura  entrava  in  città  e  soffermato  dai 
villici  condottieri  a  mezzo  il  Broletto,  residenza  del  Veneto 
rappresentante,  staccati  i  buoi  1'  abbandonarono.  Nessuno 
vi  badò.  Il  giorno  dopo  scoperchiato  il  carro  apparvero  i 
cadaveri  sanguinosi  degli  infelici  birri  dal  Conte  Alemanno 
due  giorni  prima  allegramente  ospitati.  Al  grave  fatto  la 
città  fu  tutta  conturbata,  tutti  aspettavano  una  esemplare 
e  suprema  condanna  allorché  con  sentenza  23  gennaio  1760 
il  Consiglio  dei  Dieci  lo  condannava  a  perpetuo  esiglio. 
Il  Piccinelli  (1)  attribuisce  la  mite  sentenza  alla  ragione 
che  il  Gambara  era  ascritto  alla  nobiltà  della  dominante. 

Minacciato  da  una  occupazione  militare  del  feudo  se 
non  usciva  tosto  dallo  Stato,  il  Conte  Alemanno  partivasi 
con  largo  sfarzo  di  cavalli  e  di  famigli,  quasi  a  trionfo 
passava  il  Po  e  sostava  in  sul  territorio  di  Parma  ove 
prese  in  affitto  dai  Marchesi  Casali  di  Piacenza  il  castello 
di  Monticelli  d'Ongina.  La  presenza  in  quel  luogo  dello 
sfarzoso  Bresciano  invogliò  nobili  e  plebei  a  conoscerlo 
da  viciuo,  ed  egli  tutti  riceveva  con  modi  umanissimi  e 
gentili  e  ben  presto  quel  castello  divenne  il  ritrovo  di 
nobili  personaggi,  di  allegre  brigate,  e  nello  stesso  tempo 

ri)  1.  e. 


112 

1'  adunanza  di  uomini  sconosciuti  dalle  f accie  sinistre  e  di 
bravi  che  colà  riparavano  e  ritornando  sovente  in  sul  Bre- 
sciano mantenevano  fra  noi  la  recondita  potenza  delle  sue 
relazioni.  Mantenitore  d'  una  corte  al  disopra  dei  mezzi 
di  un  esigliatOj  aveva  spesso  bisogno  di  denaro,  ed  allora 
pensava  alla  Repubblica  Veneta  eh'  egli  chiamava  la  sua 
grande  debitrice. 

Nel  fy6y  in  un  bel  mattino  il  traino  conduttore  di- 
retto a  Venezia  colle  somme  di  denaro  che  la  Repubblica 
riscuoteva  dalla  nostra  città,  venne  sullo  stradale  arrestato. 
Erano  i  fidi  del  Conte  Alemanno,  che,  scassinato  il  for- 
ziere del  tramo,  levarono  non  so  quante  migliaia  di  du- 
cati sostituendovi  una  ricevuta  a  conto  firmata  dal  Conte 
Alemanno. 

Nel  1772  scorazzava  fra  Parma  e  Monticelli  una  bri- 
gata di  malfattori  contro  la  quale  non  valse  la  cavalleria 
ducale.  Il  Conte  Alemanno  volle  finirla.  Uscito  dal  castello 
guidando  i  suoi  bravi  ben  armati,  circondati  col  favor  della 
notte  quei  desolatoti  del  Parmigiano,  li  assali,  e  dopo 
ostinato  conflitto  liberò  per  sempre  le  ville  circostanti  dai 
fieri  ospiti.  Ebbe  da  tutti,  compreso  il  governo,  ringra- 
ziamenti ;  ma  di  sua  potenza  s'  ingelosirono  i  signorotti 
dei  dintorni,  nonché  il  Duca,  il  quale  nel  1774  fece  in- 
tendere al  fuoruscito  Bresciano  che  si  trovasse  altro  luogo 
di  dimora  fuor  del  ducato.  Usò  egli  allora  della  influenza 
di  alcuni  senatori  in  Venezia,  affinchè  il  Consiglio  dei  Dieci 
volesse  permettergli  di  cangiare  l'esiglio  di  Monticelli  in 
quello  di  Zara,  che,  se  si  otteneva,  era  il  solito  primo  passo 
al  totale   perdono.  Dopo  molto    brigare    1'  ottenne,  e,  la- 


il  3 
sciati  i  figli  in  collegio  a  Parma,  si  diresse  a  Zara,  ove 
rimase  due  anni,  poi  gli  tu  concesso  di  passare  a  Chioggia  e 
nel   1782   potè  rientrare   graziato  in  Venezia. 

Se  non  che  poco  tempo  dopo  venne  al  Tribunale  degli 
Inquisitori  denunciato  un  delitto  successo  nella  nostra  Pro- 
vincia, di  cui  era  indiziato  autore  un  certo  Barelli,  agente  del 
Conte  Alemanno.  Il  Tribunale  allora,  per  ogni  cautela,  kce 
precetto  al  Gambara  di  non  muoversi  dalla  dominante.  Or 
ecco  come  racconta  il  fatto  Ferrante  Avogadro  in  una  sua 
lettera  diretta  da  Venezia  al  Nob.  Pietro  Luzzago  (1): 

«  Domenica  mattina  aprile  1782  fra  le  15  e  le  16 
ore  andò  a  casa  Gambara  Cristofori  (il  famoso  Fante  degli 
Inquisitori)  e  domandò  di  parlare  col  Conte  Alemanno, 
egli  che  dormiva  fu  tosto  svegliato  ed  introdotto  in  ca- 
mera il  temuto  messaggero.  Gli  ordinò  in  nome  del  Tri- 
bunale Supremo  che  dovesse  subito  portarsi  dal  Segretario 
per  ivi  ricevere  i  comandi  del  Tribunale  stesso,  soggiunse 
per  altro  che  non  si  stesse  a  sgomentirc  che  nulla  gli 
sarebbe  nato  in  contrario.  Andò  e  si  sentì  a  precettare  dal 
Segretario  istesso  Fontana  che  non  dovesse  sortir  da  Ve- 
nezia sino  a  supremo  ordine  sotto  pena  della  suprema 
indignazione.  Figuratevi  che  spaimo  gli  sia  venuto  addosso 
per  tal  comando,  senza  poterne  sapere  la  ragione;  la  sera 
poi  seppe  dell'arresto  dell'agente.  Fsso  Conte  dice  di  non 
aver  di  che  rimproverarsi  e  par  che  se  la  passi  con  tutta 


(1)  Il  sommo  P.  Pio  VI  in  Venezia  nel  suo  ritorno  da  Vienna. 
Lettere  inedite  del  Conte  Ferrante  Avogadro.  -  Brescia,  Tip.  Bersi 
1877,  in  40,  pubblicato  in  occasione  del  matrimonio  Paganuzzi-Pel- 
legrini,   p.  2, 


ii4 

l' indifferenza.  Anche  le  notti  dopo  è  stato  sempre  a  gio- 
care al  ponte  dell'Angelo  fino  alle  14  ore  come  impre- 
teribilmente solea  fare  tutte  le  notti  prima;  par  per  altro 
impossibile  che  possa  avere  un  temperamento  di  resistere 
a  tanto  perchè  egli  non  dorme  mai  che  dalle  13  alle  19. 
Il  dopo  pranzo  fa  sempre  la  sua  vita  colla  Contessa  di 
S.  Secondo  la  quale  è  sempre  in  moto  ». 

Dopo  qualche  mese  il  Barchi,  agente  generale  del  Come, 
fu  dimesso  dal  carcere  per  mancanza  di  prove,  ed  allora 
fu  permesso  anche  al  Conte  Alemanno  di  ritornare  in 
Brescia,  ove  la  sua  vita  dopo  tante  avventure  divenne  più 
tranquilla.  Egli  ne'  primi  anni  del  suo  esiglio  usava  pas- 
sare qualche  tempo  durante  l'inverno  a  Genova:  colà  co- 
nobbe la  giovane  marchesa  Marianna  Carbonaria,  d'alto 
lignaggio  ma  di  povere  fortune  ;  si  interessò  di  lei  e  la 
sposò;  non  volle  uè  dote  né  corredo,  l'ima  rifiutò,  l'altro 
egli  stesso  offrì.  Ebbe  da  essa  tre  figli,  Uberto,  Brunoro 
e  Franco,  i  due  primi  morti  giovanetti  e  l'altro,  che  ab- 
biamo ancor  noi  conosciuto,  lo  incontreremo  ira  i  gio- 
vani più  caldi  per  le  massime  francesi  e  più  ancora  lo 
troveremo  nei  rivolgimenti  del  1797.  Il  Conte  Alemanno 
non  visse  in  pace  colla  moglie  molti  anni  :  egli  1'  accu- 
sava d'  infedeltà  pei  suoi  amori  col  conte  Miniscalchi  di 
Verona,  ed  essa  lamentavasi  delle  tresche  del  marito  colla 
contessa  di  S.  Secondo.  Vivevano  separati  ed  in  aperta 
guerra.  Il  Picciuelli  suo  contemporaneo  bistratta  acerba- 
mente il  Conte  Alemanno,  l'Odorici  invece,  ammettendo 
i  suoi  delitti,  esalta  i  suoi  sentimenti  e  fa  di  lui  poco 
meno  di  un  eroe. 


H5 
Era  un  patrizio  colle  virtù  e  coi  vizi  del  secolo  ante- 
cedente al  suo,  tu  un  uomo  fuor  di  tempo.  Signore  dalle 
forme  affabili  e  gentili,  ma  imperiosamente  violento,  un 
vero  tirannello,  liberale  col  supplichevole,  ma  indomito  ed 
implacabile  con  chi  si  opponeva  al  suo  volere,  fosse  pure 
la  legge.  Dopo  il  suo  ritorno  (i)  passava  molti  mesi  in 
Pralboino  e  da  quel  castello  tentò  rassettare  le  sue  finanze 
che  non  erano  più  tanto  floride  come  gliele  avea  traman- 
date il  padre  suo.  Era  ancora  considerato  uomo  di  troppo 
forti  propositi,  lo  si  temeva  ancora,  ma  più  ristretto  era  il 
numero  de'  suoi  buli  ai  quali  più  non  ordinava  ingiuste  im- 
prese. Nel  1792,  in  occasione  del  rincaricamento  de' grani, 
il  popolo  levatosi  a  rumore  voleva  fossero  deposti  i  giu- 
dici delle  vettovaglie,  che  ai  calmedri  sopravegliavano.  I 
giudici  spaventati  rinunciarono  ed  Andrea  da  Mula  rap- 
presentante Veneto  d'accordo  con  Giuseppe  Chizzola  abate 
del  Comune,  con  fine  accorgimento  finse  di  abolire  quella 
magistratura  nominando  invece  due  Provveditori  che  fu- 
rono il  Conte  Alemanno  Gambara  e  Giorgio  Martinengo 
fratelli  uterini  pei  quali  il  popolo  se  da  un  lato  nutriva 
rispettoso  timore,  dall' altro  li  considerava  capaci  di  tener 
mano  forte  a  beneficio  del  popolo;  e  quei  due  celebri  pre- 
potenti, assecondando  le  viste  del  governo,  seppero  acquie- 
tare i  malcontenti  e  finita  la  crisi  annonaria  si  dimisero 
e  si  ristabilirono  i  giudici  alle  vettovaglie. 


(1)  Il  Molmenti  nei  suoi  "Banditi  sulla  fede  d'  una  memoria  del 
Fossati  pubblicata  sulla  «Sentinella  Bresciana»  nel  1888  dice  che  il 
Conte  Alemanno  anche  dopo  il  suo  ritorno  in  Brescia  continuò  sua 
malavita,  specialmente  in  sulla  Riviera  di  Salò  ove  sovente  villeggiava. 


n6 

Il  Conte  Alemanno  viveva  ancora  nel  1796  e  le  sue 
avventure  aveano  fiuto  breccia  sulT  animo  del  figlio  Come 
Francesco  che  da  esse  trasse  cagione  di  odio  contro  la  Re- 
pubblica Veneta.  Ma  sebbene  il  padre  avesse  lottato  per 
la  massima  parte  di  sua  vita  contro  1'  autorità  esecutiva 
delle  leggi  venete,  pure  nel  fondo  del  suo  cuore  non  o- 
diava  la  Repubblica  anzi  parve  che  coli'  incanutire  dimo- 
strasse un  affetto  per  la  Regina  del  mare  che  non  si  sa- 
rebbe certo  creduto  possibile,  e  quindi  un  giorno  trovossi 
dissenziente  col  figlio,  che  appena  conosciute  le  massime 
francesi  le  lece  sue,  e  fu  come  vedremo  uno  de'  più  sfe- 
gatati gallofili  con  grave  dispiacere  del  padre  che  volea 
contenerlo  e  che  sovente  gli  profetizzava  quella  rovina 
economica  che  veramente  più  tardi  lo  incolse.  Successa  la 
rivoluzione  il  Governo  Provvisorio  ricercò  il  Conte  Ale- 
manno per  spedirlo  a  pacificare  le  valli,  ma  per  molte 
ragioni  si  scu>6.  Ritiratosi  solitario  rimpianse  la  morta 
Regina  del  mare,  non  visitava  più  nessuno  e  solo  qualche 
volta  lo  si  vedea  entrare  nella  Chiesa  o  nel  Convento  di 
Cappuccini  di  SS.  Pietro  e  Marcellino  (ora  caserma  mili- 
tare) e  morì  il  29  gennaio  del  1804,  ordinando  di  essere 
dopo  morto  vestito  dell'abito  dei  Minori  Francescani  'come 
avea  prescritto  per  se  anche  il  Conte  Faustino  Lechi  morto 
in  Genova  durante  il  celebre  assedio  del  1800),  e  di  es- 
sere sepolto  nella  Chiesa  di  suo  patronato  di  S.  Apollonia 
al  Corvione  di  Gambara  (V. 

(1)  La  marchesa  Marianna  Carbonara  ved.  del  Co:  Alemanno 
Gambara  morì  in  Brescia  nella  Parrocchia  di  S.  Lorenzo  il  17  Maggio 
•1812  nella  età  d'anni  62. 


iiy 
L'ultimo  della  triade  fti   il   Conte  Giorgio  Luigi  Giu- 
seppe Martinengo  Cesaresco  Novarino    nato  in  Brescia  ai 
16   Maggio   1744    dal    Conte    Carlo    celebre    prepotente  e 
dalla  Contessa   Clara   Allegri    madre    del    suddetto    Conte 


GIORGIO    MARTINENGO 


Alemanno  Gambara,  Il  Conte  Giorgio  aveva  quindi  dieci 
anni  meno  del  Conte  Alemanno,  di  cui  ebbe  le  stesse 
tendenze,  con  questa  differenza  che  il  Conte  Alemanno  le 
sue  bricconate  provenienti  o  da  orgoglio  offeso  o  da  ven- 
detta erano  fatte  con  impeto  e  con  certa  pubblicità,  mentre 
invece  quelle  del  Conte  Giorgio   d'  indole  più  calma  ve- 


il  8 

nivaoo  commesse  con  meditazione  ed  in  maggior  silenzio, 
più  lungamine,  ma  forse  più  del  fratello  sicuro  ne'  suoi 
colpi  (i).  Mortagli  la  madre,  il  padre  suo  sposò  in  secondi 
voti  la  Contessa  Matilde  Provaglio  che  fu  suocera  e  zia 
della  Contessa  Marzia  a  cui  Foscolo  indirizzò  tante  lettere. 
Il  Conte  Giorgio  aveva  17  anni  allorché  nacque  il  fra- 
tello Luigi  e  promise  al  padre  eh'  egli  non  avrebbe  mai 
preso  moglie  ed  avrebbe  fatto  da  padre  al  fratello.  Rimasto 
signore  del  Castello  di  Orzivecchi,  antica  signoria  di  sua 
famiglia,  colà  passava  molti  mesi  dell'  anno  e  da  là  or- 
dinava le  sue  bricconate,  ed  i  suoi  buli  venivano  sovente 
incaricati  di  fatali  vendette,  ma  più  spesso  di  bastonare  chi 
si  opponeva  alla  sua  volontà.  Egli  fu  sempre  in  corrispon- 
denza coli'  esigliato  fratello  Gambara  e  non  poche  volte 
venivano  al  castello  d'  Orzivecchi  i  fidi  del  castello  di 
Monticelli,  e  viceversa  quelli  d' Orzivecchi  passavano  so- 
vente il  Po. 

Indiziato  più  volte  come  autore  mediato  di  delitti, 
mancavano  sempre  le  prove.  Ciò  non  ostante  però  l'opi- 
nione pubblica  (che  forse  non  falliva)  asseverava  essere 
egli  il  reo.  Il  rappresentante  Veneto  lo  denunciò  nel  1777 
al  Tribunale  degli  Inquisitori,  il  quale  chiamò  il  Conte 
alla  bussola  dei  lagni  cioè  ad  audiendum  verbum  e  l'anno 
dopo  dallo  stesso  Supremo  Tribunale  fu  posto  sotto  sor- 
veglianza, pena  l'esiglio  nel  caso  che  non  si  fosse  presen- 
tato ad  ogni  chiamata.  Continuò    però   nelle  sue  bravate, 


(1)  La  famiglia  Martinengo  -  Memorie  Genecologiche  e  Biografie 
Manos.  presso  di  me. 


ii9 

ma  seppe  con  molto  talento  difendersi  dalle  accuse  e  schi- 
vare cosi  la  sorte  toccata  al  fratello  Alemanno.  Fattosi 
più  maturo  per  età  si  rallentò  nelle  prepotenze  ed  attese 
a  conservare  ed  accrescere  il  suo  patrimonio  mentre  i  suoi 
due  fratelli  sprecavano  arditamente  le  proprie  sostanze. 
Di  mano  in  mano  che  qualche  suo  buio  o  moriva  o  si 
dipartiva  dal  suo  servizio  non  lo  sostituiva,  dimodoché 
nel  1796  non  rimaneva  che  la  memoria  delle  sue  passate 
imprese,  ed  ancora  un  certo  qual  timore  nel  popolo.  Uomo 
accorto  nelle  umane  vicende,  non  fautore  delle  massime 
francesi,  fu  egli  che  consigliò  alcuni  patrizi  a  non  lasciare 
che  nelP  imminente  movimento,  i  più  caldi  fautori  dei 
francesi  si  impadronissero  da  soli  di  Brescia.  Successa  la 
rivoluzione  fu  invitato  ad  entrare  anch'  egli  in  lizza,  ma 
al  nipote  Conte  Francesco  Gambara  rispose  che  non  sen- 
tivasi  in  grado  di  portare  il  berretto  frigio  che  presto 
sarebbe  andato  a  brani  perchè  mal  cucito  mentre  il  corno 
di  S.  Marco  era  d'  un  sol  pezzo  e  non  potea  scucirsi.  Ben 
profetizzò  del  primo,  male  del  secondo.  Il  Conte  Giorgio 
dopo  la  caduta  del  Governo  Veneto  vide  passare  innanzi 
a  lui  la  Repubblica  Bresciana,  la  Cisalpina,  gli  Austro-russi, 
la  Repubblica  Italiana,  il  Regno  di  Napoleone,  il  servaggio 
Austriaco,  e  tutti  aggravar  la  mano  sulla  sua  patria,  ma 
egli  non  se  ne  diede  per  inteso.  Uscito  già  da  parecchi 
anni  dalla  casa  paterna  egli  visse  tutto  solo  in  un  casino 
di  sua  proprietà  sotto  i  portici  a  fianco  del  teatro  ora 
segnato  al  civ.  N.  11  ove  morì  ai  14  dicembre  del  1822 
nella  età  di  78  anni  serbando  un  bel  patrimonio  ai  figli 
del  fratello  Luisi. 


120 

Ora  che  abbiamo  conosciuto  i  principali  tirannelli  bre- 
sciani della  seconda  metà  del  secolo  XVIII  stimo  non  es- 
sere intuii  cosa  far  conoscenza  anche  di  alcuni  dei  più 
famigerati  esecutori  delle  loro  perverse  imprese. 

I  bravi  (o  confidenti  come  essi  stessi  chiamavansi)  dei 
signorotti  si  dividevano  in  più  classi.  Vi  erano  i  cosidetti 
buli  salariati  e  questi  vivevano  col  signore  che  li  mante- 
neva, li  pagava  e  li  comandava  per  ogni  impresa.  Alla 
seconda  appartenevano  coloro  che  tacevano  il  bravo  per 
proprio  conto,  vivevano  da  se  e  da  se  si  mantenevano, 
prestandosi  però,  previa  mercede,  anche  ad  uccidere  o  far 
del  male  per  commissione  d!  altri,  e  questi  chiamavansi 
spadazzini.  Ve  ne  erano  altri  finalmente  che  senza  essere 
uè  feudatari  uè  signorotti  nò  bravi  di  professione  facevano 
il  prepotente  per  proprio  conto  ed  avevano  compagni  o 
sudditi   altri  buli,  e  questi  dicevansi   bari)  (baroni). 

Neil" ultimo  decennio  della  Repubblica  Veneta  sia  per- 
chè si  erano  mansuefatti  i  signorotti,  sia  perchè  il  governo 
si  pose  a  perseguitarli  più  che  potè,  il  fatto  sta  che  dei 
buli  pochi  ancora  ne  rimanevano  nel  1796.  Il  Gambara 
testimonio  in  questo  affare  attendibilissimo  scrive  che  a 
diminuire  il  numero  dei  buli,  specialmente  nelle  valli,  valse 
la  potente  parola  del  missionario  ab.  Beccalossi  che  ze- 
lante andava  in  cerca  di  essi  ed  a  vita  più  mansueta  li 
convertiva. 

Nel  1796  erano  ancora  viventi  e  famigerati  il  Rosso 
del  Conte  A.  Gambara,  il  Massanti  del  Conte  Galliano 
Leehi,  1'  Orso  del  Conte  Giorgio  Martinengo,  il  vecchio 
Mosto  dei  Conti  Avogadro,  ed   il  Bergamasco    dei    Conti 


121 

Lana  di  Colombaro  e  tutti  appartenenti  alla  prima  cate- 
goria dei  buli3  i  Moreni  da  Bediz/olc,  Galello  da  Predore, 
Pietro  Schieppati  della  seconda,  cioè  degli  spadaccini,  e 
Gio.  Maria   Borni  agli  ultimi  suindicati. 

La  famiglia  Moreni  si  componeva  del  padre  e  di  tre 
figli,  uno  dei  quali  prete,  il  quale  soleva  deporre  pugnale 
e  arma  da  fuoco  in  sagrestia,  per  riprenderle  terminata 
la  Messa. 

Erano  facoltosi  ed  anzi  mantennero  del  proprio  un 
piccolo  corpo  di  insorti,  in  Tirolo,  contro  i  Francesi  nel 
1796  e  seguenti;  sicché  Bonaparte  li  fece  condannare  in 
contumacia,  tre  alla  morte  ed  uno  alla  galera  per  dieci  anni. 

Narravasi  dai  vecchi  che  la  famiglia  Gambara  fosse  la 
protettrice  dei  Moreni,  che  in  Lonato  questi  avessero  uc- 
ciso i  due  fratelli  Scalvini  —  buli  di  altro  partito  —  men- 
tre stavano  seduti  sui  due  paracarri  della  loro  casa  sita  in 
Borgo  Cor  lo. 

La  Contessa  Gambara,  solita  dimorare  gran  parte  del- 
l'anno nel  palazzo  di  S.  Vito  poco  lungi  dal  Ponte  S.  Marco, 
sullo  scorcio  del  secolo  passato  fece  chiamare  di  sera  uno 
dei  Moreni  e  gli  commise  di  dare  una  buona  lezione  ad 
un  Tizio  che  aveva  sparlato  della  sua  Casa. 

Verso  le  ore  io  di  sera  il  Moreni  di  ritorno  battè  al 
portone  del  palazzo,  e  fu  introdotto  dalla  Contessa  che 
inginocchiata  recitava  il  Rosario  colle  persone  di  servizio. 
Ebbene  ?  rivolgendo  interrogazione  al  Moreni  ;  questi  ri- 
spose, V  abbia  ni  servito  a  dovere.  Bene,  replicò  la  Contessa, 
così  s' imparerà  a  rispettare  Casa  Gambara  :  Pater  Nosier 
riprese,  e  seguitò  il  Rosario. 

8 


122 

Il  Conte  Tullio  Dandolo  (come  seppi  da  lui  stesso) 
occupossi  in  sua  gioventù  a  raccogliere  memorie  e  tradi- 
zioni che  allora  erano  ancor  fresche  intorno  ai  bravi  o 
buli  della  Franciacorta  e  del  lago  d' Iseo,  e  da  un  suo 
scritto  pubblicato  in  Milano  nel  1838  togliamo  i  seguenti 
cenni  :  «  Galello  da  Predore  era  un  buio  a  se,  il  braccio 
e  l'archibugio  aveva  sempre  in  pronto  per  chi  lo  pagava, 
e  di  lui  raccontasi  fra  gli  altri  il  seguente  fatto.  Una  certa 
gentildonna  bergamasca  che  villeggiava  sul  lago  d' Iseo 
diede  commissione  a  Galello  d' ucciderle  il  marito  che 
dovea  di  notte  tornare  da  una  villa  vicina  preceduto  da 
un  servo  munito  di  lanterna.  Avvenne  però  che  in  quella 
sera  il  lume  si  spense  ed  il  sicario  al  buio  uccise  il  servo 
invece  del  padrone  ;  ma  ciò  non  ostante  pretese  la  pat- 
tuita mercede  allegando  non  doverglisi  attribuire  a  colpa 
1*  equivoco  dacché  1'  indizio  della  lanterna  era  mancato. 
Alla  gentildonna,  che  risolutamente  ritìutavasi,  Galello 
strappò  dalla  cintola  la  chiave  del  forziere,  corse,  esperto 
com'  era  della  casa,  ad  aprirlo,  cavò  alcuni  gioielli  che 
andò  tosto  ad  impegnare  al  Monte  di  Pietà  di  Brescia 
per  la  somma  di  suo  credito,  indi  restimi  alla  signora  i 
biglietti  di  ricevuta  ond'  essa  potesse  ricuperare  il  fatto 
suo  che  valeva  sei  volte  d'avvantaggio.  Nel  1785  si  al- 
logò al  servizio  dei  Conti  Lana  di  Colombaro,  ma  tre 
anni  dopo  stanco  del  legame  ritornò  al  suo  antico  mestiere 
eludendo  sempre  i  ministri  di  giustizia  che  lo  cerca- 
vano. Scoppiata  la  rivoluzione  fu  zelante  a  dar  la  caccia 
ai  perseguitati  birri  veneti,  ma  un  giorno  del  Novembre 
1797    fu    trovato    ucciso    sullo  stradale  fra  Iseo  e  Prova- 


I23 

glio,  freddato  forse  da  suoi  nemici,  che  molti  ne  aveva  ». 
Fu  ben  più  fortunato  Pietro  Schieppati  nato  in  Ta- 
vernola  d'Iseo  o  nei  dintorni  nel  1760.  Cresciuto  vigoroso 
di  corpo  e  coraggioso  d'  animo  non  avea  ancor  vent'anni 
quando  un  dì,  non  potendo  sopportare  che  un  celebre  buio 
Tecchi  (non  di  Vaìsabbia,  come  dice  il  Dandolo,  ma  di 
Valseriana)  facesse  il  rodomonte,  lo  attese  sulla  via  di  Val 
Cavallina,  lo  provocò  e  mentre  il  Tecchi  si  preparava  col 
trombone  a  rispondergli  lo  Schieppati  più  lesto  gli  tirò 
una  fucilata  e  lo  stese  morto.  Fu  questo  il  primo  fatto 
d'armi  di  Pietro,  dopo  il  quale  abbandonò  il  paese  e  venne 
in  Brescia  per  cercare  padrone  che  lo  proteggesse  in  ri- 
cambio di  servigi.  Un  dì  seppe  che  un  suo  camerata  era 
stato  poco  prima  arrestato  :  corse  tosto  verso  il  Broletto, 
raggiunse  i  due  birri  che  tenevano  l'amico  suo,  impetuo- 
samente li  assalì  e  li  schiaffeggiò,  e  nel  tafferuglio  l'amico 
riusci  a  fuggire.  Non  trovando  in  Brescia  d'allogarsi,  fece 
ritorno  al  lago,  ove  per  mandato  altrui,  ed  alcune  volte 
per  sua  vendetta,  bastonò  ed  uccise,  fino  a  che  dopo  inu- 
tili ricerche  per  ordine  degli  Inquisitori  arrestato  e  con- 
dotto in  catene  a  Venezia,  venne  condannato  a  20  anni 
ne'  piombi.  Contava  37  anni  quando  la  rivoluzione  del 
1797  gli  aprì  il  carcere.  Libero  corse  al  suo  lago  e  si 
fece  capo  popolo;  due  anni  dopo  venuti  gli  Austro-Russi 
vincitori  dell'  armi  Francesi  si  arrolò  in  un  reggimento 
austriaco,  ma  poche  ore  prima  della  battaglia  di  Marengo 
passò  ai  Francesi.  Bernadotte  pose  affetto  nel  buio  avven- 
turiero, se  lo  tenne  sempre  vicino,  e  quando  quel  prode 
generale    fu    da    Napoleone    portato    sul    trono    di    Svezia 


124 

nominò  lo  Sehieppati  suo  Mastro-Caccia,  ambita  carica  di 
Corte.  Lo  Sehieppati  morì  in  Stocolma  quasi  ottuagenario 
poco  dopo  il   1838. 

Narriamo  dell'ultimo  e  così  finiremo  la  storia  di  questi 
uomini  dalle  malaugurate   imprese. 

Gio.  Maria  Borni  aveva  la  stessa  età  dello  Sehieppati, 
essendo  nato  ai  28  Novembre  1760  in  Iseo  da  Antonio 
e  Lucia  Albrici.  Aveva  poco  più  di  18  anni  allorché  il 
padre  suo  lo  allogò  quale  agente  di  negozio  presso  la  ditta 
commerciale  Sinistri  in  Edolo.  Di  mente  perspicace,  pronto 
d'  animo  e  di  corpo,  era  caro  al  padrone  solochè  manife- 
stava fino  d'  allora  certa  tendenza  a  considerarsi  supcriore 
a'  suoi  coetanei  e  la  manifestava  sovente  con  modi  che 
non  erano  i  più  temoerati.  Quando  il  Conte  Galliano  Lechi, 
dopo  la  sua  fuga,  pose  stanza  in  Valtellina,  usava  della 
ditta  Sinistri  di  Edolo,  che  faceva  affari  anche  in  quella 
valle  ed  a  Brescia,  quale  intermediaria  fra  lui  e  la  sua 
famiglia.  Questo  finto  fu  occasione  che  fra  il  Lechi  ed  il 
Borni,  che  varie  volte  per  commissione  lo  visitava,  si  con- 
traesse stretta  relazione  molto  più  che  nell'  indole  loro 
si  somigliavano.  Il  Borni  contava  appena  24  anni  allorché 
sposò  in  Edolo  Rosa  Stefanoni  figlia  di  Francesco,  e  tol- 
tosi poco  dopo  dalla  casa  commerciale  Sinistri  chiamò  in 
Edolo  il  fratello  Carlo  e  con  lui  negoziò  per  proprio  conto. 
Raccontasi  che  un  dì,  venendo  il  Borni  a  cavallo  su  per 
la  valle,  s'imbattè  in  una  brigata  di  amici  ch'egli  credette 
gli  venisse  incontro  per  contendergli  il  passo.  Dato  subito 
mano  all'arma  da  fuoco,  che  sempre  portava  seco  in  viaggio, 
la  rivolse    contro  quelli   che  venivano  verso  di  lui,  e    ad 


125 

uno  della  comitiva  che  l'assicurava  essere  tutti  suoi  amici 
rispose:  io  non  ho  che  un'amico:  il  trombone;  e  così 
dicendo  tirò,  gravemente  ferendo  due  di  que'  giovani. 
Fattosi  per  questo  triste  avvenimento  de'  nuovi  e  fieri 
nemici,  pensò  bene  ritirarsi  in  Valtellina,  ove  si  strinse  in 
lega  con  Gio.  Massanti,  uno  dei  fidi  del  Conte  Galliano 
Lechi,  che  andava  e  veniva  da  Brescia  secondo  il  volere 
del  Conte,  e  coi  banditi  G.  Batta  Ottini  di  Breno  spadac- 
cino, G.  Batta  Boni  detto  Bia  e  Pietro  Brio  l'uno  e  l'altro 
di  Vestone.  A  G.  Maria  Borni  premeva  vendicarsi  di  certo 
Bartolomeo  Zani,  detto  Boarni,  assuntore  dei  dazi  in  Edolo 
e  trovò  pronti  all'opera  il  Massanti  e  l'Ottini,  i  quali,  en- 
trati in  Valcamonica  e  seguito  lo  Zani  fino  a  Brescia,  in 
una  sera  del  Febbraio  1788  con  arma  da  fuoco  lo  ucci- 
sero fuor  di  porta  Torlunga.  Il  Borni  nel  1789  ritornò 
in  Valcamonica,  ma  vagante  qua  e  là,  ai  19  Maggio  diresse 
un'  aggressione  fra  Sonico  e  Malonno  a  danno  di  Fran- 
cesco Della  Via  mercante  bresciano.  Nel  1792  venne  in 
Brescia  latore  di  lettere  del  Conte  Galliano  e  fu  allora 
che  conobbe  per  la  prima  volta  la  famiglia  Lechi  dalla 
quale  fu  ospitato.  Nella  notte  dal  9  al  io  Settembre  1794 
successe  un'  invasione  a  mano  armata  nella  casa  del  ne- 
goziante Domenico  Maria  Sinistri  in  Edolo  collo  spoglio 
di  denaro  rimanendo  ferito  il  padrone  di  casa  e  morto 
Lodovico  suo  figlio.  Gli  indizi  accusarono  tosto  Gio.  M. 
Borni  come  direttore  di  quella  invasione  e  Carlo  suo  fra- 
tello, Carlo  Portesi,  Gio.  Batta  Boni  e  Pietro  Brio  quali 
immediati  esecutori,  ed  i  Tribunali  n'ebbero  le  prove  come 
consta  da  una  sentenza  stampata.  Ricercato  dalla  giustizia 


I2Ó 

in  Valle  il  Borni  rifugiossi  nascostamente  in  Brescia,,  ma 
in  una  notte  nell'inverno  1795  venne  arrestato  ed  im- 
mantinente condotto  a  Venezia,  ove  dinnanzi  al  Tribunale 
Supremo  degli  Inquisitori  subì  un  processo  per  risse,  fe- 
rimenti e  proditori  omicidi,  e  condannato  a  morte;  pena 
che  però  gli  fu  tramutata  nel  carcere  perpetuo.  Sebbene 
dal  cenuo  che  si  conosce  della  sentenza  contro  di  lui  non 
sembri  che  fosse  condannato  ai  piombi,  il  fatto  si  è  però 
che  nel  dì  in  cui  la  rivoluzione  invase  Venezia  ed  aprì  le 
porte  di  tutte  le  prigioni  di  S.  Marco,  Gio.  Maria  Borni 
fu  trovato  nei  pozzi  con  Antonio  Bruni,  Domenico  Su  min 
detto  Barbetta,  ed  Andrea  Gaole,  unici  dice  il  Fulin,  che 
si  trovassero  in  quel  carcere  e  tutti  rei  di  delitti  comuni. 
Lasciata  Venezia  il  Borni  venne  a  Brescia  ricevuto  dalla 
famiglia  Lechi  come  antico  conoscente.  In  quella  famiglia 
conobbe  il  gcn.  Murat  corteggiatore  della  Lechi  Gerardi. 
L'indole  irrequieta  del  futuro  re  di  Napoli  simpatizzò  collo 
strano  carattere  del  Borni.  Passato  il  Murat  in  sulla  fine 
del  1797  all'armata  del  Reno  fu  colà  visitato  dalla  Lechi 
Gerardi  accompagnata  dal  Borni.  Venuti  gli  Austro-Russi, 
seguì  l'armata  francese  e  col  generale  Giuseppe  Lechi,  che 
comandava  l'avanguardia  dell'esercito  trionfatrice  di  Ma- 
rengo, ritornò  in  Brescia.  Sbolliti  i  primi  ardori  della  ri- 
voluzione e  riordinatasi  alla  meglio  la  Repubblica  Cisal- 
pina cui  Bonaparte,  l'arbitro  di  que'  giorni,  concesse  che  si 
potesse  chiamare  Italiana,  il  nuovo  Governo,  presieduto  dal 
Melzi,  diede  nuovo  assetto  ai  Tribunali  affinchè  si  proce- 
desse regolarmente  anche  contro  i  rei  fumiti  dal  carcere 
rimasti  fino  allora  liberi  e  non  tocchi. 


Il  borni  vide  la  malparata  ed  assieme  ad  un  Ada- 
mini,  altro  pregiudicato  Bresciano,  lasciò  la  Republica 
Italiana  e  si  rifugiò  in  Genova,  che  portava  ancora  in 
quei  giorni  il  nome  di  Republica.  Per  la  nuova  ed  in- 
naturale circoscrizione  dei  dipartimenti  nel  1798  la  Yal- 
camonica  erasi  compresa  nel  Dipartimento  dell'Adda  o 
Valtellina,  e  in  Sondrio,  ricostituiti  i  tribunali,  vennero 
appunto  giudicati  il  Borni,  assente,  ed  i  suoi  amici.  Con- 
dannati a  morte  fu  la  sentenza  confermata  con  altra  del 
Tribunale  d'  Appello  il  28  Settembre  1802.  In  quella 
sentenza,  che  fu  stampata,  sono  sommariamente  citati  i 
delitti  del  Borni,  pel  quale  veniva  aggiunta  anche  la  con- 
fìsca de'  beni,  salve  le  ragioni  dei  discendenti,  ascendenti 
e  creditori. 

Il  governo  di  Milano  però,  a  mezzo  del  suo  rappre- 
sentante presso  la  Republica  di  Genova,  ottenne  l'estradi- 
zione del  Borni,  che  venne  infatti  arrestato  mentre  pran- 
zava coli' Adammi  j  e  posto  nelle  carceri  di  Genova  a 
disposizione  del  governo  di  Milano,  il  quale  avrebbe  man- 
dato la  forza  a  levarlo.  Senonchè  la  forza  armata  doveva 
passare  pel  territorio  del  Piemonte  ove  tenea  il  comando 
il  gen.  Murat  e  fu  d'uopo  che  il  Melzi  chiedesse  a  lui  il 
permesso  di  transito.  Murat  si  corruccio  a  questa  do- 
manda, indugiò  a  rispondere,  finalmente  diede  il  permesso, 
ma  frattanto  il  Borni  fuggi  dal  carcere  aiutato  dall'  Ada- 
mini,  da  Maghello  e  da  Botto.  Queste  notizie  ce  le  dà 
il  Melzi  nelle  sue  lettere  8  e  31  Luglio  1803  dirette  a 
Marescalchi  a  Parigi,  nelle  quali  non  tace  il  suo  sospetto 
che  quella  fuga    sia    stata   cooperata    da    Murat  e  da  quei 


128 

patrizi  Bresciani,  che  avevano  in  altri  tempi  usata  del- 
l' opera  del  Borni  pei  loro  biechi  intenti  ;  indi  conclude  : 
Io  abbandono  dunque  interamente  alla  vergognosa  loro  com- 
piacenza tutti  i  vilissimi  protettori  ed  amici  d'  un  assassino 
e  non  mi  occupo  di  cercare  per  quali  potenti  influente  sia 
fuggito.  Ove  si  fosse  rifugiato  il  Borni  non  mi  fu  dato 
sapere,  ma  suppongo  sarà  rimasto  poco  lontano  dal  po- 
tente suo  protettore,  perchè  più  tardi,  cioè  quando  Murat 
divenne  re  di  Napoli  (1808),  il  Borni  era  alla  sua  corte 
e  colà  lo  trovarono  i  due  fratelli  Camillo  e  Filippo  Ugoni 
allorquando,  finita  la  loro  educazione,  intrapresero  un  viag- 
gio in  Italia,  ed  ebbero  da  lui  atti  di  favore  e  gentilezza. 
Il  Borni  rimase  fido  a  Murat  e  quando  nel  181  5  volse 
a  male  la  sorte  dell'  amico  e  protettore  fu  dei  pochi  che 
ai  20  Maggio  lo  condussero  fino  al  naviglio  che  dovea 
portarlo  via  da  Napoli.  Murat  mal  ricevuto  in  Francia 
riparò  in  Corsica  da  dove,  d'accordo  cogli  amici  napole- 
tani, tentò  lo  sbarco  al  Pizzo  e  lo  realizzò,  ma  quasi  su- 
bito preso  e  sottoposto  a  giudizio  statario  fu  dopo  cin- 
que giorni  fucilato.  Allora  il  Borni  fuggì,  e,  dopo  aver 
ramingato  per  l'Italia,  giunse  in  Genova,  ove  avea  vecchi 
amici  e  sotto  altro  nome  vi  rimase  fino  ai  primi  del  18 17. 
Riconosciuto  di  poi  fu  arrestato  e  consegnato  all'Austria  che 
lo  aveva  chiesto.  Condotto  in  Valtellina  fu  colà  sottoposto  a 
nuovo  processo  per  gli  antichi  delitti,  ma  il  processo  non  ebbe 
seguito  perchè  il  giorno  14  Ottobre  18 19  il  Borni  morì  nelle 
carceri  di  Sondrio  nella  età  d'anni  59.  Si  disse  allora  che  si 
fosse  tolta  da  se  la  vita,  invece  nell'atto  officiale  di  denuncia, 
avuto  in  copia,  sta  scritto  che  morì  di  malattia  infiammatoria. 


2£ 


LA  DIOCESI  ED  IL  CLERO 


Fino  al  1773  la  Diocesi  nostra  si  estendeva  al  di  là 
degli  attuali  contini  imperocché  ad  essa  appartenevano  an- 
che tutte  le  25  parrocchie,  che  ora  stanno  sull'una  e  l'altra 
riva  del  basso  Chiese  fino  a  Canneto  o  Mosio,  eccettuatene 
però  7  che  erano  governate  dall'Abate  Nullius  di  Asola. 
La  Diocesi  nostra  non  comprendeva  Bagolino,  Tignale  ed 
Urago  d'Oglio;  le  due  prime  soggette  al  Vescovo  di  Trento, 
l'altra  al  Vescovo  di  Cremona. 

Il  governo  imperiale,  allora  Signore  del  Ducato  di  Mi- 
lano e  di  Mantova,  per  ragioni  di  Stato  volle  che  nessun 
Vescovo  estraneo  ai  due  Ducati  reggesse  Parrocchie  esistenti 
entro  i  confini  dei  Ducati  stessi,  e  la  S.  Sede  permise  che 
Bagolino,  Tignale  ed  Urago  passassero  sotto  il  regime  del 
Vescovo  di  Brescia ,  ed  al  Vescovo  di  Mantova  quelle 
suddite  dell'  impero.  Nel  1796  la  Chiesa  Bresciana  se- 
gnava i  medesimi  attuali  confini,  salvochè  non  avea  giuri- 
sdizione sulle  due  parrocchie  di  Remedello,  che  continua- 


130 

rono  ad  appartenere,  anche  dopo  la  nuova  circoscrizione 
del  1773,  alla  abazia  di  Asola  sotto  la  giurisdizione  civile 
della  Repubblica  Veneta. 

Eranvi  nella  Diocesi  circa  4200  sacerdoti  del  clero  se- 
colare, cioè  poco  più  dell'uno  per  mille  sul  numero  degli 
abitanti;  del  clero  regolare  contavansi  57  monasteri,  case 
o  collegi,  28  maschili  e  29  femminili,  dei  quali  32  in  città, 
14  maschili  e   12   femminili. 

Novanta  chiese  eranvi  in  Brescia  aperte  al  culto,  delle 
quali  12  parrocchiali;  35  sono  ora  distrutte  o  converse 
ad  altri  usi  (1). 

Il  Capitolo  della  cattedrale  aveva  24  canonici,  dei  quali 
sei  dignitari,  sei  mansionari  e  dieci  cappellani  residenti. 
Sedeva  come  Vicario  Vescovile  il  Canonico  Penitenziere 
Pietro  Valossi  e  Pro-Vicario  il  D.r  Faustino  Rossini  Pre- 
posto di  S.  Giorgio,  quello  stesso  che  nello  scorso  secolo 
fondò  l'orfanotrofio  che  ora  porta  il  suo  nome. 

Eranvi  nella  Diocesi  sette  chiese  collegiate  cioè  :  San 
Nazaro  in  città  con  due  dignitari;  Chiari,  Calcinato,  Gam- 
bara,  Rovato,  Verola  Alghisi  ed  Orzi  vecchi  in  Diocesi, 
con  una  dignità  cadauna. 

Il  Clero  secolare,  a  norma  delle  prescrizioni  del  Con- 
cilio Tridentino,  si  educava  e  si  istruiva  in  Brescia  nel 
seminario  di  S.  Gaetano  (ora  ospedale  militare),  in  altro 
piccolo  seminario  in  Lovere  e  nel  Collegio  di  Salò.  Sic- 
come però  la    casa  di    S.  Gaetano   era    angusta  al  grande 


(1)  Nell'appendice  N.  3  diamo  l'elenco  delle  chiese  ora  profanate 
e  distrutte. 


i3i 
numero  di  chierici^  molti  di  essi  abitavano  in  citta  fre- 
quentando le  lezioni  del  Seminario  o  le  scuole  cW  erano 
allora  aperte  presso  i  Domenicani,  i  Filippini,  i  Benedet- 
tini, o  presso  alcuni  sacerdoti  designati  dal  Vescovo,  i  quali 
nella  propria  casa  insegnavano  lettere,  filosofia  e  teologia. 


Card.  GIOVANNI  MOLIN 


L' insegnamento  del  Seminario  di  Brescia  era  salito  a 
bella  lama  allorché  nella  prima  metà  del  secolo  XVIII  i 
Vescovi  nostri  Cardinali  Barbarigo  e  Quirini  ridestarono 
l'amore  allo  studio  usando  dell'  opera  dei  dotti  Ab.  Gar- 
belli,  Can.  Gagliardi,  P.  Gradeoigo  ed  altri,  chiamando 
poi  ad  insegnare  le  greche  lettere  il  greco  Ab.  Panagiota 


132 

di  Sinope,  che  fece  tanti  studiosi  discepoli  fra  i  quali  PAb. 
Barzani,  che  per  molti  anni  illustrò  il  Seminario  coli' in- 
segnamento del  greco  ed  ebraico  idioma,  da  lui  studiato 
sotto  il  celebre  canonico  Rasini. 

Senonchè  passato  qualche  lustro  mentre ,  come  ve- 
demmo,  le  massime  de'  filosofi  francesi  entravano  in  Italia 
e  mercè  speciose  forme  e  nomi  arridevano  a  molti  nel 
campo  filosofico  e  politico,  altre  massime,  anch'esse  d'im- 
portazione forestiera,  erano  discese  dall'  alpi  ed  avevano 
fatto  proseliti  in  Italia  nel  campo  religioso  e  teologico. 

A  poco  a  poco  sorsero  qua  e  là  ecclesiastici  a  soste- 
nere, difendere  e  scusare  certe  teologiche  proposizioni  levate 
dal  libro  postumo  di  Giansenio  Vescovo  d'Ipri,  che  erano 
già  state  cond.mnate  da  Innocenzo  X,  Alessandro  VII  e 
Clemente  XI. 

La  propagazione  di  queste  massime  fra  il  clero  non 
fu  a  tutta  prima  osservata  da  molti  Vescovi  e  non  abba- 
stanza combattuta;  da  taluni  fu  anzi  difesa,  e  questa  fu  la 
precipua  ragione  del  loro  dilatarsi  in  Italia  e  dell'ardore 
della  lotta  successa  dappoi. 

Il  giansenismo,  che  nel  campo  religioso  co'  suoi  prin- 
cipi dogmatici  falsa  l'idea  della  grazia  di  Cristo  e  quindi 
quella  del  libero  arbitro,  che  co'  suoi  rigori  raffredda  nel- 
l'uomo la  fede  e  la  speranza  nella  divina  misericordia  [i), 
e  nelle  sue  applicazioni  recide  i  nervi  della  ecclesiastica 
autorità  facendo  salire  dal  basso  in  alto,  contro  la  volontà 
del  fondatore,  il    potere  e    la    giurisdizione    a    simiglianza 


(i)  Vedi  la  bolla,  i  brevi  e  le  dichiarazioni  dei  Pontefici. 


133 
delle  teorie  dei  democratici  politici  (i)  incominciò  con 
riserbo  a  serpeggiare  fra  noi  sotto  il  Vescovo  Card.  Que- 
ruli, ma  certo  vigore,  ed  allo  scoperto,  acquistò  sotto  il 
regime  del  Card.  Giovanni  Molili  venuto  fra  noi  nel  1755. 
Il   Molin    aveva    passati    alcuni    anni  alla    S.   R.   Rota,  era 


Vescovo  NANF 

versato  rella  giurisprudenza  e  nella  teologia,  ed  era  d'a- 
nimo mite,  ma  difensore  delle  massime  e  dei  diritti 
della  apostolica  Sede,  nonché  amante  de'  giovani  studiosi. 
Rimaste  vacanti  alcune  cattedre  nel  Seminario  il  nostro 
Cardinale,  non  pensando  forse  a  ciò  che  poteva  avvenire, 


(1)  Lafeau  -  Istoria  della  Costituzione  Unigeniti^  -  Colonia  1742. 


134 

chiamò  nel  1762  ad  insegnarvi  due  giovani  sacerdoti  stu- 

diosissimi,  di  irreprensibile  vita  e  di  non  comuni  talenti, 

Pietro  Tamburini  di  Brescia  d'anni  25  e  Zola  Giuseppe  di 

Concesio  d'anni  24,  in  quell'anno  Vice  Bibliotecario  della 

Queriniana. 

Al  primo  fu  affidata  la  cattedra  di  teologia  dogmatica, 
all'  altro  quella  di  morale  collo  insegna  mento  delle  let- 
tere greche.  Viva  ed  attraente  era  la  parola,  chiaro  il  loro 
discorso,  elette  le  frasi  latine,  specialmente  delio  Zola, 
quindi  agevolmente  poterono  instillare  nella  mente  di  gio- 
vani uditori  ciò  che  essi  insegnavano,  e  nei  primi  anni 
nessuna  osservazione  fecesi  sul  loro  insegnamento;  ma  verso 
il  1768  si  cominciò  a  dubitare  che  quei  due  lettori  aves- 
sero fatto  i  loro  studi  sui  libri  di  giansenisti  francesi  ade- 
rendo fors'anche  ad  alcune  massime  erronee  di  que'  scrittori. 

La  prima  critica  fu  fatta  sulla  troppa  rigidezza  della 
massima  morale  dello  Zola,  su  quelle  del  Tamburini  come 
di  equivoche  e  meno  rette  (1). 

Il  Cardinale  incaricò  i  Deputati  al  Seminario  di  far 
sentire  ai  due  professori  il  rammarico  suo  per  tale  accusa, 
indi  invitati  ad  udire  la  sua  parola  li  redarguì  di  non  più 
manifestare  dalla  cattedra  le  accusate  enunciazioni. 

Ma  Tamburini  trovò  l'occasione  per  rispondere  a  suo 
modo  alle  accuse  de'  suoi  avversari. 

Esigevasi  anche  allora  che  quelli  che  desideravano  ot- 
tenere la  licenza  in  filosofia  ed  in  teologia  dovessero  per 
esame  sostenere  alcune    tesi    al   cospetto  del  Vescovo,  del 


(1)  Collezione  di    documenti    e    note   intorno    il    giansenismo    in 
Brescia  mss.  presso  di  noi. 


135 

Capitolo  e  d'altri  eruditi  ecclesiastici  e  laici,  ai  quali   era 
libera  la  discussione  col  candidato. 

Il  Tamburini  preparò  per  uno  dei  più  bravi  suoi  di- 
scepoli, Giambattista  Marini,  alcune  tesi  tratte  da  una 
teologica  dissertazione,  che  egli  stava  scrivendo  intorno 
alle  grazie  di  Cristo. 


TAMBURINI 


Sostenne  il  Marini  la  resi  (i)  ed  ebbe  per  contraddi- 
tori Antonio  Medici  Vicario  Generale,  il  quale  avvertì  il 
candidato  che,  sostenendo  alcune  di  quelle  tesi,  contrariava 
alle  massime  della  retta  teologia  ed  alle  esplicite  dichia- 
razioni dei  Pontefici  Innocenzo  X,  Alessandro  VI  e  Cle- 


(i)   Theses  in   varìis   humana    ?iatut\c   statibus  et  de  grafia  Christu 
Trovansi  riprodotte  nella  seguente  dissertazione  del   Tamburini. 


i36 

mente  XI  nella  bolla  Unigeniius.  Obbiettarono  anche  il 
P.  Marco  da  Venezia  e  qualche  altro,  ma  con  minor  forza 
e  dottrina  (i). 

Frattanto  il  Tamburini  compì  il  suo  lavoro  sulla  Grazia 
di  Cristo  che  vide  la  luce  nel  1771  (2);  la  dottrina  in 
esso  esposta  fu  il  segnale  della  divisione  del  clero. 

E  di  già  favorivano  il  Tamburini  alcuni  studiosi  ec- 
clesiastici, ira  i  quali,  oltre  i  due  suoi  discepoli  Giam- 
battista Marini  e  Giuseppe  Tavelli,  eranvi  i  due  Canonici 
della  Cattedrale  Bocca  (173 5 -1800)  ed  Arici  1 757-1807),  il 
Ricci  Canonico  di  Chiari  (1730- 1805),  ^  Rotigiii  Ab.  di 
S.  Faustino,  il  Canctti  Preposto  di  S.  Giorgio,  l' Altaici 
prete  dell'  Oratorio,  1'  Ab.  Rodella  ed  il  Guadagnali  Ar- 
ciprete di  Cividate,  fra  tutti  il  più  studioso  ed  azzardato 
teologo. 

Il  venerando  Cardinale  sebbene  nutrisse  singolare  amo- 
revolezza verso  quei  due  professori  e  ne  apprezzasse  l' in- 
gegno, pure  per  troncare  angosciose  responsabilità  e  danno 
dottrinale  all'  insegnamento  nel  suo  Seminario  pensò  es- 
sere venuta  1'  ora  di  allontanare  lo  Zola  e  il  Tamburini 
dalle  cattedre  che  occupavano,  e  così  fece. 

Se  ne  dolsero  i  due  professori,  ed  era  naturale  che 
essi,  nella  crisi  gesuitica  allora  manifestatasi,  contro  l'Or- 
dine rivolgessero  le  loro  accuse,  attribuendo  a  quei  Padri 
di  essersi  adoperati  presso  il  Cardinale  per  il  loro  licen- 
ziamento. Accusarono  pure  altri  claustrali  e  diversi  sacerdoti 


(:)  T>c  stimma  catholica  Dei  grafia  prestantia  et  necessitate.  -  Brescia, 
Rizzarci  i  177 1 . 

(2)  Collezione  1.  e. 


i37 
e  signori  della  città,  e  fra  questi  il  Co:  Durante  Duranti 
ed  il  Co:  Onofrio  Maggi  (i). 

Primo  a  rispondere  al  Tamburini  fu  Francesco  Moroni 
noto  teologo  gesuita,  il  quale  pubblicò  quattro  lettere  ano- 
nime sotto  il  titolo  di  -  un  Parroco  campestre  (2)  -  le  quali 


GIUSEPPE    ZOLA 

diedero  occasione  al  Tamburini  di  rispondere  con  altre 
quattro  lettere  pure  anonime  dirette  ad  un  Conte  (ere- 
desi   il    Co:    Filippo    di    Gio.  Maria   Mazzucchelli)    datata 


(1)  Da  una  lettera  di  Mons.  Ricci  Vescovo  di  Pistoia  risulta  che 
il  Co:  Onofrio  Maggi  era  avverso  alle  novità  giansenistiche  e  rega- 
liste.  —  Nella  Coli,  cit 

(2)  Lettera  d'  un  Curato  campestre  in  risposta  al  libretto  stam- 
pato in  Brescia  da  Pietro  Tamburini   1772. 

9 


i38 

da  Brescia  ai  io,  14  e  27  Giugno  1773  (1).  Poco  prima 
il  Guadagni  ni  con  altra  lettera,  pure  anonima,  aveva  di- 
feso il  Tamburini  (2). 

Dopo  due  anni  di  completa  cecità  ai  13  Marzo  1773 
morì  il  Card.  Molili,  ed  ai  17  Aprile  successivo  il  Pon- 
tefice Clemente  XIV  gli  dava  un  successore  in  Giovanni 
Nani  Nobile  Veneziano  e  Vescovo  di  'Porcello,  il  quale 
senza  pompa  e  solennità,  fece  il  suo  ingresso  nella  nostra 
Cattedrale  nel  Giugno  di  quell'  anno. 

Giovanni  Nani  nacque  in  Venezia  dal  Senatore  Antonio 
e  dalla  Nob.  Lucrezia  Lombardi  il  28  Febbraio  1727.  Ebbe 
la  prima  educazione  in  famiglia,  studiò  in  Venezia  e  compì 
sua  istruzione  in  Padova.  Raggiunta  l' età  legale  venne 
inscritto  fra  i  membri  del  maggior  Consiglio  della  Repu- 
blica,  occupandosi  nelle  prime  magistrature  che  a  giovani 
patrizi  soleansi  conferire. 

Senonchè  nelF  anno  ^5  dell'età  sua  passò  allo  stato 
ecclesiastico,  ponendosi  sotto  la  disciplina  del  celebre  teo- 
logo P.  Borsati  somasco,  dal  quale  apprese  la  teologia  più 
largamente  di  quello  che  credevano  i  suoi  avversari,  ben- 
ché più  tardi  l'abate  Zola  gli  rendesse  giustizia  (3  . 

Entrato  Mons.  Nani  al  regime  di  questa  vasta  Diocesi, 
devoto  come  era  alla  S.  S.  e  contrario  alle  massime  gian- 


(1)  Osservazione  di  un  teologo  ad  un  Conte  contro  le  difficoltà 
prodotte  nelle  quattro  lettere  del  Curato  campestre  contro  la  disserta- 
zione del  Tamburini.  —  Firenze  1776. 

(2)  Tre  lettere  in  risposta  alle  Kotiiie  Letterarie  di  Firenze  nelle 
quali  si  dà  giudizio  della  dissertazione  del  Tamburini.  —  Milano  1772. 

(3)  Gussago  sotto  il  pseudonimo  dell'Ab.  Senesio  Ven.  (Venezia 
1821,  tip.  Alvisopoli). 


139 
senistiche  credette  conveniente  approvare  tutto  ciò  che  il 
suo  antecessore  aveva  deliberato  a  favore  della  verità  della 
cattolica  dottrina,  riformò  1'  insegnamento  nel  Seminario 
chiamando  ad  erudire  la  gioventù  sacerdoti  sicuri  ne'  teo- 
logici e  filosofici  principia  Visitò  la  Diocesi  lasciando  nelle 


GUADAGNINI 

Parrocchie  sapienti  decreti,  usando  carità  verso  i  sacerdoti 
dissidenti,  solo  ritirando  le  facoltà  vescovili  ai  Vicari 
Foranei  troppo    ardenti  oppositori  alla  'Bolla  Unlgenitus. 

Visitò  anche  i  Monasteri  femminili  lasciando  oppor- 
tuni decreti  contro  alcune  mondane  usanze  a  poco  a  poco 
introdottesi  in  qualche  cenobio  e  contro  le  professioni  più 
o  meno  forzate,  dalla   chiesa  deplorate  e  dichiarate  nulle. 


140 

I  contemporanei  tutti  consentivano  che  compassione- 
vole e  generoso  era  il  cuore  di  Mons.  Nani  come  più 
volte  si  manifestò,  soda  e  costante  la  pietà  verso  Iddio. 

Fra  le  pochissime  lettere  di  Mons.  Nani  una  ne  trovai 
diretta  al  P.  Provinciale  degli  Eremitani  di  S.  Agostino 
residente  in  Bergamo,  nella  quale  richiamava  l'attenzione 
di  quel  superiore  sul  Convento  di  S.  Barnaba  in  Brescia, 
ove  pare  che  la  disciplina  vada  ogni  dì  scemando  (i). 

Non  so  qual'  esito  avesse  la  lettera,  ma  stimo  che  il 
giudizio  di  Mons.  Nani  trovasse  un  testimonio  di  verità 
nella  lettera  firmata  da  quei  frati  e  pubblicata  negli  atti 
del  Governo  Provvisorio  di   Brescia  nel    1797   (2). 

In  tempi  adunque  ed  in  circostanze  diffìcili  assumeva 
Mons.  Nani  il  governo  di  vasta  Diocesi  e  le  iniziate  cause 
civili  del  suo  Capitolo  contro  il  Vescovo  Molili,  e  la  con- 
traddizione degli  erranti  giansenisti  lo  tenevano  in  continua 
sofferenza  che  doveva  poi  crescere  in  avvenire  fino  all'e- 
streme altrui  violenze. 

In  Roma  in  quei  giorni  avvenivano  gravi  fatti  ;  Cle- 
mente XIV,  dopo  quattro  anni  di  peritanza,  con  Breve  22 
Luglio   1773   soppresse  la  Compagnia   di   Gesù. 

Cittadine  conturbazioni  e  straordinari  rigori  seguirono 
quella  soppressione,  in  forza  della  quale  rimasero  vacanti 
qui  in  Brescia  il  Collegio  di  S.  Antonio  e  le  scuole  delle 
Grazie,  assunto  poi  il  primo  dall'  Ab.  Maceri  ex  gesuita, 
e  le  seconde  dalla  città  ;  ed  in  Roma  rimasero  senza  do- 


(1)  Arch.  Vecchio  Curia  Vescovile  —  Fascicolo  corrisp.  A. 

(2)  Raccolta  dei  Decreti    del  Governo  Provvisorio  di  Brescia.  Ivi 
Tom.  2,  pag.  44. 


141 
centi  molte  cattedre  di  scienze  e  lettere  già  occupate  dai 
gesuiti  nei  diversi  istituti  d' istruzione,  dei  quali  sempre 
ricca  fu  la  città  eterna,  e  ad  occupare  quelle  cattedre  fu- 
rono chiamati  sacerdoti  secolari,  anche  da  ogni  parte  d'Italia. 

Dal  Card.  Mario  Marefoschi,  allora  molto  influente  in 
Roma  e  forse  propenso  alle  massime  giansenistiche,  fu- 
rono chiamati  a  Roma  i  due  teologi  bresciani,  ed  al  Tam- 
burini fu  data  la  cattedra  di  Teologia  nel  Collegio  Irlan- 
dese, allo  Zola  la  direzione  del  Collegio  Faccioli  or 
non  più  esistente),  de'  quali  il  Card.  Marefoschi  era  pro- 
tettore. Da  Roma  i  due  bresciani,  com'era  naturale,  tene- 
nevano  corrispondenza  letteraria  e  confortavano  i  loro  fidi 
rimasti  in  patria  fi).  Senonchè  morto  Clemente  XIV  (22 
Settembre  1774;  ed  a  lui  successo  Pio  VI  (17  Febbraio 
1775)  la  scena  si  cambiò. 

Il  nuovo  Pontefice  si  impensierì  delle  opposizioni  che 
all'esercizio  de'  suoi  diritti  gli  pervenivano  dai  sovrani  dai 
cesaristi  e  dai  febronisti  di  Napoli,  di  Toscana  e  d'Austria, 
come  si  addolorò  della  intemperanza  di  giansenisti,  i  quali, 
fattisi  corifei  dei  primi,  mossero  opposizione  alla  riforma 
degli  studi  dal  Pontefice  voluta  e  decretata.  Della  quale 
riforma  l'Imperatore  Giuseppe  II  il  grande  sacrestano  (come 
chiamavalo  Federico  II  di  Prussia)  si  indispettì  a  tal  segno 
che  richiamò  tutti  gli  studenti  suoi  sudditi  che  si  educa- 
vano in  Roma  sotto  la  tutela  dei  Vaticano,  trasportando 
a  Pavia  il  Collegio  Germanico-Ungarico,  nominando  a 
rettore  di  esso  lo  Zola,  ed  a  prefetto  degli  studi  il  Tam- 


(1)  Gussago.  Notizie  intorno  all'Ab.  Zola.  C.  p.  17-18,  Collezione 
mss.  L.  e. 


142 

burini.,  il  quale  presso  quella  Università  allora  dotata  an- 
che della  facoltà  teologica,  costituì  il  quartiere  generale 
del  giansenismo  e  del  cesarismo,  da  dove  partiva  la  pa- 
rola d'ordine  ai  giansenisti  di  tutta  Italia. 

Durante  questo  tempo  Mons.  Nani  tentava  in  tanto 
dissenso  di  tener  ferma  la  disciplina  del  clero.  Seno^chè 
nel  1780  il  Tamburini  pubblicò  il  suo  libro  dell' Analis1' 
delle  Prescrizioni  di  Tertulliano  che  aveva  incominciato 
a  scrivere  in  Brescia  (1). 

Chi  avesse  pazienza  di  stendere  un  indice  bibliografico 
dei  libri  e  degli  opuscoli  che  si  stampavano  allora  contro 
ed  in  difesa  di  questo  lavoro  del  Tamburini  in  Brescia  e 
fuori,  non  poco  meraviglicrebbe  della  quantità,  come  è  cosa 
strana  essere  quei  libri,  prò  e  contro,  quasi  tutti  anonimi 
o  pseudonimi.  Non  mi  dilungherò  a  ragionare  qui  sui  pregi 
o  meno  di  quei  libri,  ma  solo  dirò  che  appartenevano  a 
Brescia,  a  favore  del  Tamburini  le  lettere  pubblicate  dal 
Guadagnini  col  pseudonimo  di  Teologo  di  Parma  (2),  e 
contro  di  esso  la  lettera  del  Collini  sotto  il  nome  di  un 
Parroco  Cattolico  Romano  (3),  l'opuscolo  del  Solicini  col 
pseudonimo  di  P.  Gaetano  da  Brescia  (  [  e  quello  di  certo 
P.  Marco  da  Parma  carmelitano  in  Brescia. 

(1)  Analisi  del  Libro  delle  Prescrizioni  di  Tertulliano  con  osser- 
vazioni. Pavia  stamp.  Monas.  S  Salvatore  -  s.  <i.  (1781)  in-40  di  p.  376. 
dedicato  al  R.  P.  Arsenio  Quinteri  p.  Certosa. 

(2)  Lettera  d'  un  Teologo  Parmigiano  ad  un  Parroco  Bresciano 
in  difesa  dell'  analisi  del  Libro  delle  Prescrizioni  di  Tertulliano  del 
P.  Tamburini  -  s.  d.  e.  1.  (  ras    Pavia   1783). 

(3;  Lettera  d'  un  cattolico  Romano  a  P.  Tamburini  -  Piacenza 
tip.  Tedeschi  1783,  in-8°. 

(4)  Osservazioni  critico-teologiche   sopra  l'analisi  del  Libro  delle 


143 

Ma  la  confutazione  dell'opera  del  Tamburini  che,  per 
la  sua  nobile  forma,  la  sodezza  della  dottrina  ed  il  buon 
uso  di  erudizione,  fece  migliore  impressione  ai  dotti  ed 
anche  allo  stesso  Teologo  contro  cui  fu  scritta,  come 
scorgesi  dalle  sue  lettere  a  cui  ora  accenneremo,  comparve 
in  un  libro  elegantemente  stampato  in  Bologna  col  titolo: 
Breve  confronto  del  libro  di  Tertulliano  de  prescriptionibus 
colla  analisi  fattane  a  Pavia  (i)  ;  si  disse  allora  che  di 
quel  libro  fosse  autore  il  distinto  teologo  Scolopio  Bruno 
Bruni,  ma  avendolo  egli  rinnegato  si  congetturò  1'  avesse 
scritto  il  Carmelitano  P.  Francesco  M.  di  S.  Martino  (2). 
Ma  il  Morcelli  narrava  in  una  sua  lettera  che  riteneva  au- 
tori di  quello  scritto  alcuni  teologi  di  Brescia  incaricati  da 
Mons.  Nani  (3). 

Che  se  molti  degli  oppositori  del  giansenismo  nel  ri- 
spondere a  Tjmburini  furono  irosi  e  non  seguirono  i  det- 
tati della  temperanza,  dell'urbanità  figlia  della  carità,  non 
meno  sarcastico  e  sovente  triviale  fu  lo  stesso  Tamburini, 
il  quale  rispose  a  tutti  gii  avversari  con  quattro  lunghe 
lettere  dirette  a  Mons.  Nani  sotto  l'anonimo  o  pseudonimo 
di  Teologo  Piacentino  (4). 

Il  Tamburini  (se  è  vero  essere    egli    autore    di  quelle 


Prescrizioni    di    Tertulliano    di    D.  P.  Tamburini    pel    P.  Gaetano  da 
Brescia  -  Assisi  p.  lo  Squaviglia  1783,  in-8°. 

(1)  Stamp.  in  Bologna   1784  nella  stamp.  di  S.  Tomaso  d'Aquino 
in-f.°  di  p.   147. 

(2)  Melzi.  Diz.  delle  Opere  anonime  e  pseudonime. 

(3)  Raccolta  di  lettere  autografe  del  Card,  bibliotecario  Barberini 
in  Roma. 

(4)  Lettere  di  un  Teologo  Piacentino  a    Mons.  Nani  Vescovo  di 
Brescia.  —  Piacenza  (forse  Pavia)  1782-83,  in-8°,  senza  nome  stampatore. 


144 

lettere,  come  ce  lo  attestano  il  Bruni  (i)  e  il  Melzi,  cre- 
dendo forse  di  restare  sempre  ignoto,  prodiga  in  esse  tante 
lodi  e  parenesi  a  se  stesso,  che  rimane  molto  scemato,  in 
chi  legge,  l' effetto  voluto  dall'autore. 

Cresceva  intanto  in  Brescia  1'  eccitazione  degli  animi, 
la  quale  sempre  più  irrompeva  nei  ritrovi,  sui  pergami, 
nelle  conversazioni  e  nei  congressi.  E  non  dee  recar  me- 
raviglia se  in  tutto  quel  conturbamento  giansenistico  (di  cui 
ora  forse  la  nostra  società  poco  si  interesserebbe),  si  tro- 
vassero a  parteggiare  non  solo  ecclesiastici,  ma  laici  d'ogni 
condizione,  e  perfino  le  donne,  perchè  allora  ogni  idea, 
fatto  o  cosa  che  a  religione  appartenesse  era  tutto  colle- 
gato colla  societ.i  in  modo  cUc  credenze  religiose,  culto 
esterno  ed  autorità  ecclesiastica,  entravano  come  parte  im- 
portante nelle  leggi,  negli  ordinamenti  politici  ed  ammi- 
nistrativi, e  tino  negli  usi  e  nelle  consuetudini  anche  pub- 
bliche ed  ufficiali,  e  si  può  dire  che  ogni  civile  istituzione 
viveva  sotto  l'egida  religiosa. 

Si  aggiunga  ancora  che  fino  a  quei  tempi  la  scienza 
o  facoltà  teologica  formava  parte  integrante  delle  Univer- 
sità degli  studi,  e  nelle  due  Università  di  Padova  e  Bo- 
logna molti  de'  nostri  giovani  studenti  intervenivano,  an- 
che a  solo  scopo  di  erudizione,  alle  lezioni  di  teologia  che 
colà  si  tenevano  da  celebrati  maestri.  E  intatti  ogui  fra- 
glia, ogni  paratico,  o  come  ora  si  direbbe  ogni  società 
operaia,  aveva  un  Santo   Patrono,   una  propria   Chiesa  od 


(i)  Peromi.  Biblioteca  Bresciana.  Appendice  mss.  nella  Quiriniana 
ed  in  copia  presso  di  me.  —  Melzi.  D./.ionario  delle  edizioni  anonime 
e  pseudonime. 


145 
almeno  lui  altare  presso  cui  radunarsi  per  le  loro  sagre, 
e  mettevano  ogni  studio  per  arricchire  artisticamente  que- 
sta cappella,  e  noi  dobbiamo  alle  loro  credenze  religiose 
molti  capilavori  che  ornano  le  nostre  Chiese  come  la  bel- 
lissima tavola  dello  Sposalizio  in  S.  Francesco,  unico  la- 
voro che  noi  possediamo  di  Francesco  da  Caravaggio  or- 
dinato dal  paratico  dei  falegnami,  e  nella  Chiesa  delle 
Grazie  la  bella  tela  di  Santa  Barbara  di  Pietro  Rosa,  e 
l'altra  di  S.  Giorgio  uno  dei  più  distinti  lavori  di  An- 
tonio Gandino,  la  prima  ordinata  dalla  scuola  di  bombar- 
dieri, la  seconda  dal  consorzio  degli  armaiuoli,  e  tante  altre. 

I  giorni  fenati  per  feste  religiose  erano  molti,  ed  a 
queste  feste,  la  più  parte  votate  dai  cittadini  nel  loro  mas- 
simo consiglio,  intervenivano  tutte  le  autorità  cittadine  e 
della  Republica,  le  quali  aveano  il  compito  di  difendere  le 
credenze  religiose,  e  di  far  rispettare  le  ecclesiastiche  auto- 
rità, quale  precipuo  interesse  nel  reggimento  dei  popoli.  Si 
aggiunga  che  oltre  le  fraglie,  i  paratici  e  le  associazioni  delle 
arti  eranvi  in  Brescia  altre  27  confraternite  o  discipline 
che  attendevano  solo  ad  atti  religiosi  o  di  beneficenza  ed 
in  queste  erano  inscritti  e  patrizii  e  popolani,  e  donne  e 
fanciulli. 

Era  dunque  naturale  che  per  queste  condizioni  religiose 
ogni  cittadino,  e  singolarmente  i  laici  più  istruiti,  piglias- 
sero parte  alle  lotte  prò  e  contro  il  giansenismo,  con  nes- 
sun vantaggio  poi  della  generalità  dei  fedeli,  i  quali,  come 
suole  avvenire  in  simili  casi,  senza  completa  conoscenza  di 
causa  sulle  parole  di  questo  o  quel  contendente  pigliavano 
posto  fra  i  difensori   0  detrattori  di  questa  o  quella  parte. 


146 

Invano  tentò  l'abate  Marini  (1)  di  temperare  l'ardenza 
delle  parti,  ed  intanto  questo  stato  di  cose  accresceva  i 
rammarichi  e  le  croci  a  Mons.  Nani,  che  molte  ancora  ne 
doveva  poi  sopportare. 

Il  giansenismo  s'era  infiltrato  in  tutta  Italia,  ma  dove 
divenne  ben  presto  possente  ed  illiberale  fu  in  Toscana 
ove  sposatosi  per  mezzo  del  Vescovo  di  Pistoia  al  cesa- 
rismo di  Leopoldo  II  ed  al  febbronianismo  de'  suoi  mi- 
nistri (sebbene  non  iossero  quest'ultimi  abbastanza  cesaristi 
secondo  Mons.  Ricci  (2),  il  giansenismo  colà  con  imperti- 
nenza signoreggiò,  e  Mons.  Nani  che  fortemente  teneva  alta 
la  bandiera  della  Scuola  Cattolica  e  della  difesa  della  S.  Sede, 
vide  con  dolore  diversi  sacerdoti  bresciani  laici  e  patrizi  an- 
darsene a  Pistoia  ad  applaudire  al  ramoso  sinodo  di  Mons. 
Ricci,  aperto  e  non  accettato  dagli  altri  Vescovi,  condannato 
dal  Pontefice  colla  celebre  Bolla  Unlgenitus  (29  Agosto  1704  , 
non  voluto  dai  suoi  fedeli  e  lavorato  dal  Tamburini  appo- 
sitamente colà  chiamato  dal  Granduca  e  dal  Vescovo. 

Continuò  la  lotta  che  fu  una  vera  sciagura  per  la  Dio- 
cesi nostra,  e  non  si  rallentò  se  non  colla  notizia  che  le  armi 
francesi,  valicate  le  Alpi,  aveano  messo  il  piede  in  Italia. 

Per  quanto  moki  Italiani  fossero  aderenti  alle  teorie 
de'  filosofi  francesi  proclamanti  la  grande  fraternità,  l'ugua- 
glianza dei  popoli  e  la  libertà,  il  fatto  però  di  un  esercito 
straniero  che  invade  la  patria  impensierisce  sempre  ognuno 
che  non  abbia  del  tutto  perduto  il    sentimento  nazionale, 


(1)  Marini  Andrea.  Lo   spirito   di    partito    sull'  argomento  delle 
Grazie.  Dissertazione  ai  Teologi.   Brescia   1784  -  Berlendis. 

(2)  Mons.  Ricci.  Sue  memorie. 


147 
e  così  tu  anche  di  quei  nostri  antenati  che,  rivolgendo  la 
loro  attenzione  alle  Alpi,  rallentarono  l'ardore  nelle  lotte 
del  giansenismo,  il  quale  andava  perdendo  i  protettori  in 
Cesare  e  nei  Principi  Italiani  soprapresi  dal  timore  della 
tempesta  che  addensavasi  sul  loro  capo  e  che  infine  li  an- 
nientò. Ed  infatti  nel  triennio  1794-96  diminuirono  i  libri 
stampati  prò  e  contro  le  famose  teorie,  e  vi  fu  un  istante 
che  parve  cessata  ogni  lotta,  la  quale  poi  si  riaccese  per 
l'ultima  volta  allorquando  si  introdusse  il  matrimonio  civile. 
Senonchè  per  quella  legge  provvidenziale  di  compensazione 
che  regge  il  mondo,  le  sciagure  non  vengono  sempre  per 
nuocere  a  tutto,  la  lotta  sopportata  dal  nostro  clero  fu  ap- 
portatrice di  più  profondo  studio  teologico  e  filosofico  e  fece 
manifesti  degli  ingegni  che  tenevano  onorata  compagnia  a 
tutti  quegli  altri  ecclesiastici  che  nelle  diverse  scienze  e 
discipline  e  fin  anco  nelle  arti  belle  onoravano  ancora  la 
nostra  città  nel  1796  o  erano  da  poco  scomparsi,  come  ac- 
cennammo parlando  della  società  Bresciana  di  quei  giorni. 
E  la  rivoluzione  francese  portata  anche  in  Italia  segnò 
il  decadimento  del  gallicanismo  e  del  giansenismo  che  per 
vivere  dovette  vestirsi  da  giacobino,  ma  da  allora  si  può 
dire  che  più  non  si  fecero  proseliti,  anzi  se  ne  perdettero 
dopo  la  conciliazione  di  Mons.  Ricci  con  Pio  Vile  Tam- 
burini, morto  nonagenario  nel  1827,  siccome  fu  tra  noi  il 
capo,  così  fu  anche  l'ultimo  degli  studiosi  ed  erranti  gian- 
semisti,  e  toccò  poi  alla  parola,  all'  insegnamento  ed  alla 
carità  del  Vescovo  nostro  Mons.  Nava  (1804-33)  di  spe- 
gnere le  ultime  fiammelle  giansenistiche  ancor  vive  dopo 
la  morte  del  capitano  che  aveva  dato  esca  al  fuoco. 


LA   POLITICA  VENEZIANA 


La  Republica  Veneta  dopo  aver  perduta  nel  1708  la 
Morea,  1'  ultimo  de'  suoi  tre  regni  orientali  (coni'  essa  li 
chiamava),  giudicò  di  rinunciare  per  sempre  alla  politica 
delle  conquiste,  e  diffidente  di  ogni  alleanza  pensò  di  rin- 
serrarsi nella  politica  della  neutralità. 

L'Austria  possedeva  in  Italia  il  Ducato  di  Milano,  a 
cui  s'  era  aggiunto,  dopo  la  fellonìa  dei  Gonzaga,  anche 
quella  di  Mantova  e  del  Monferrato,  indi  del  Marchesato 
di  Castiglione  e  Signorie  minori.  Senonchè  per  visitare  le 
sue  possessioni  in  Italia  o  per  mandarvi  truppe  1'  Austria 
dovea  passare  o  fra  i  possedimenti  svizzeri  di  Valtellina 
o  fra  le  terre  della  Republica  Veneta,  la  quale  costretta 
per  antichi  trattati  e  per  convenienze  allora  volute  dal 
diritto  pubblico  internazionale,  permise  all'  Austria  anche 
guerreggiarne  il  passaggio  delle  sue  truppe  purché  nessun 
armato  entrasse  mai  ne'  luoghi  forti  o  murati.  Il  veneto 
Senato,  geloso   custode  della    propria    sovranità,  chiamava 


150 

in  quelle  occasioni  nuovi  militi  sotto  l'armi  e  metteva  in 
istato  di  difesa  i  forti;  co^ì  fu  la  veneta  sovranità  rispet- 
tata nella  guerra  di  successione  di  Spagna  allorquando 
Eugenio  di  Savoja  nei  primi  anni  del  secolo  XVIII  con- 
dusse in  Italia  un  esercito  contro  Francia.,  come  allora  che 
il  vecchio  Maresciallo  Willars  condusse  i  Francesi  contro 
Mercy  generale  degli  Austriaci  (1735),  e  come  più  tardi 
durante  la  guerra  per  la  successione  della  Polonia.  In 
tale  occasione  infatti  il  Veneto  Senato  chiamò  sotto  le 
armi  20  mila  uomini,  curò  che  si  mettessero  in  difesa 
le  tortezze  e  deputò  Provveditore  Generale  in  Terra  ferma 
l'operoso  Senatore  Alessandro  Molin,  il  quale  pose  il  suo 
Quartiere  Generale  ir  Verona,  pronto  a  far  rispettare  la 
neutralità  in  ogni  sito  in  cui  i  belligeranti  avessero  tentato 
di  offenderla. 

Incominciata  la  guerra  ben  presto  la  Terra  ferma  Ve- 
neta fu  percorsa  dai  Tedeschi  i  quali  non  tardarono  a 
venire  nella  nostra  Provincia  mentre  al  di  là  dell'  Oglio 
si  approssimavano  i  Francesi.  —  Il  Provveditore  corse 
a  Brescia  e  sapendo  quanto  danno  portassero  allora  le  ar- 
mate, per  impedire  od  almeno  frenare  le  ruberie,  i  mal- 
trattamenti contro  le  proprietà  e  le  persone  dei  sudditi, 
delegò  due  egregi  cittadini,  il  Xob.  Paolo  Uggeri  ed  il 
Conte  Girolamo  Xegroboni,  quali  Commissari  della  Re- 
publica  presso  i  quartieri  generali  delle  parti  belligeranti, 
presso  l' armata  Tedesca  il  primo,  ed  il  secondo  presso 
quella  Francese. 

La  guerra  di  successione  portò  invero  gravi  danni  nella 
Provincia  nostra,  ma    sarebbero  stati    ben   maggiori  senza 


i5i 

i  reclami   dei   Commissari   i  quali,  se  non  altro,  poterono 
ottenere    la    soddisfazione    pecuniaria  dei    danni   materiali. 

Ma  da  quell'epoca  lino  ai  primi  rivolgimenti  di  Francia 
erano  passati  più  di  40  anni  e  l'accortezza  politica  de'  Ve- 
neziani si  scoloriva  sempre  più  «  Venezia,  dice  Balbo,  lan- 
guiva, si  div  rtiva  ed  apprestava  i  carnovali  ai  gaudenti  di 
tutta  Europa  (1).  -  All'antico  spirito  di  abnegazione  e  di  sacri- 
ficio (così  scrive  un  amico  di  quella  Republica)  si  sostituì 
un  certo  egoismo  sempre  fatale  alle  Republicbe  ;  un  riflessibile 
raffreddamento  di  quel  patrio  ^elo  che  tanto  distinse  i  figli 
di  Vernala,  una  falsa  clemenza  nei  tribunali  onde  rimane- 
vano i  delitti  sen^a  il  castigo  dalle  leggi  prescritto,  una  certa 
facilità  a  propalare  i  segreti  del  Senato,  un  serpeggiante  stra- 
vizio, una  non  curan^a  delle  cose  sacre  e  religiose,  un  ini- 
moderato  spirito  di  passatempi,  una  scandalosa  impudenza 
nelle  donne  dell'alta  e  bassa  società,  un  libertinaggio  portato 
per  così  dire  in  trionfo  dagli  uomini  (2)   ». 

Da  qui  lo  svigorirsi  delle  forze  morali  e  materiali  della 
maggioranza  del  Senato  e  dei  cittadini,  i  quali  parve  aves- 
sero perduta  fino  la  facoltì  di  concepire  pensieri  forti  e 
decisivi.  E  sì  che  quel  governo  potea  contare  sopra  sud- 
diti fedeli  in  terra  ferma  e  sulle  coste  orientali  dell'Adria- 
tico, pronti  a  sacrifici  per  la  salvezza  di  questo  regime 
nazionale,  come  dimostrarono  i  fatti  posteriori.  Ma  non 
più  nel  veneto  Senato  nel  Consiglio  de'  X  e  ne'  Savi  (che 


(1)  Sommario  della  Storia  d' Italia. 

(2)  Raccolta  cronologica-ragionata  di  documenti  inediti  della  ri- 
voluzione e  caduta  della  Republica  Veneta  (Augusta  1799,  Tom.  I, 
pag.  24). 


152 

ora  direbbersi  ministri),  l'antico  amor  di  gloria  non  più 
l'avita  fierezza,  non  più  la  naturale  gelosia  della  propria 
conservazione,  ma  presunzione  di  salvarsi  senza  fatica  e 
senza  merito  e  ridicola  fiducia  d'essere  invulnerabile  senza 
difendersi.  Da  qui  note,  dispacci  e  proteste  stese  in  modo 
più  titubante  che  recise  ed  energiche,  da  qui  umiliazioni 
d'ogni  sorta  d'innanzi  agli  inviati  della  rivoluzione  fran- 
cese. Eppur  Venezia  aveva  ancora  cittadini  memori  delle 
virtù  avite;  era  di  questi  Antonio  Cappello  nunzio  a  Pa- 
rigi; le  sue  relazioni,  scritte  con  fine  accorgimento,  sono 
degne  dell'antica  scuola  diplomatica  veneziana.  Fin  dal  1788 
l'esperto  Ministro  segnalava  al  suo  governo  i  primi  moti 
della  rivoluzione  francese  con  prudentissimi  consigli  sul 
da  farsi,  e  nel  Dicembre  1790  rendeva  conto  del  piano 
organizzato  dai  Francesi  di  spedire  in  Europa  emissari  a 
suscitare  i  popoli  colla  promessa  di  libertà  e  di  uguaglianza; 
svelava  l'esistenza  del  famoso  circolo  di  giacobini,  che  eb- 
bero poi  tanta  parte  negli  avvenimenti  di  Francia,  e  ter- 
minando la  sua  missione  presentava  al  serenissimo  Principe 
una  assennata  relazione  su  tutti  gli  affari  di  quella  irre- 
quieta nazione  1).  Casa  Savoja,  guardiana  dell'Alpi,  im- 
pensierita ai  tentativi  dei  Francesi  di  portare  il  fuoco  fuori 
de'  loro  confini,  gettò  il  grido  d'  allarme  ai  governi  Ita- 
liani proponendo  una  lega  Italica,  ed  il  Co:  Rocco  San- 
fermo  ministro  di  Venezia  a  Torino  trasmetteva  la  savia 
proposta  al  suo  governo.  Se  quella  lega  si  fosse  realizzata 
e    i    diversi    Stati    avessero    mandato    alle   Alpi    un   corpo 


(1)  Raccolta    storica-cronolo^ica,    1.  d.  Voi.  I,    pag.   16-3  No- 
velli 1792. 


'55 

d'armata,  crede  il  [omini  che  la  battaglia  di  Montcnotte 
non  avrebbe  aperto  ai  Francesi  le  porte  d'Italia,  e  Venezia 
avrebbe  potuto  salvare  se  stessa  ed  il  prode  Piemonte. 
Ma  l'antica  regina  del  mare  fu  irremovibile  nella  sua  neu- 
tralità, che  la  maggioranza  dei  Savi,  per  soprapiù,  voleano 
disarmata,  e  rifiutossi  perciò  di  entrare  nella  coalizione 
di  Pilnitz  (1791)  e  di  stringere  alleanza  col  Piemonte  e 
col  regno  di  Napoli  che  instavano  per  la  lega.  Nell'Aprile 
1794  Francesco  Pesaro  cominciò  a  parlar  alto  in  Senato 
intorno  alla  necessità  di  armare,  di  apprestare  artiglierie, 
armar  vascelli,  riattar  fortezze,  chiamare  sotto  le  armi  le 
truppe  territoriali  (le  Cernide),  ed  ottenne  che  fosse  com- 
messo ai  Savi  di  presentare  un  piano. 

I  Savi  finsero  d'occuparsene,  chiamarono  sotto  le  armi 
circa  sette  mila  uomini,  ma  a  nuli'  altro  vollero  provve- 
dere, scusandosi  col  dire  che  Venezia  neutrale  era  stata 
sempre  rispettata,  e  altrettanto  faceano  dire  anche  al  più 
debole  e  più  fiacco  di  quanti  cinsero  in  Venezia  corona 
ducale,  a  Lodovico  Manin. 

Non  contento  quel  governo  di  rifiutare  le  alleanze  ita- 
liane, ai  26  Gennaio  del  93  riconobbe  la  Republica  Fran- 
cese nel  suo  nuovo  Ambasciatore  d'  Enin,  e  lo  protesse 
contro  il  popolo  che  non  volea  fosse  spiegata  sulla  di  lui 
residenza  la  nuova  bandiera  francese.  Frattanto  i  Ministri 
veneti  presso  i  governi  esteri  continuavano  a  far  sentire 
il  pericolo  che  i  Francesi  invadessero  l'Italia,  ma  i  Savi, 
sordi  a  quelle  voci,  e  non  ostante  gli  esempi  dell'  inva- 
sione delle  Fiandre  e  dell'Olanda,  vivevano  lusingati  dalle 
ipocrite  assicurazioni  che  il  Comitato  di  Salute  P.  di  Pa- 
io 


154 

rigi  indirizzava  a  Venezia  lodandone  con  parole  di  doppio 

senso  la  neutralità  disarmata. 

Il  Conte  di  Provenza  fratello  del  decapitato  Luigi  XVI, 
fuggito  dalla  Francia  ramingo  per  Europa,  nel  Giugno  1794 
sotto  il  nome  di  Conte  di  Lille  comparve  in  Verona  ove 
prese  stanza  senza  formale  licenza  e  senza  proibizione  del 
veneto  Senato,  e  noi  vedremo  come  questo  fitto  servisse 
poi  di  pretesto  ai  Francesi  per  annientare  l'antica  gloriosa 
Republica. 

In  quali  condizioni  trovavansi  frattanto  le  popolazioni, 
specialmente  quelle  di  terra  ferma?  —  Scoppiata  la  rivo- 
luzione francese,  coni'  è  naturale,  in  tutta  Europa  se  ne 
parlava  con  certa  apprensione.  Le  notizie  si  spandevano  un 
po'  confuse  molto  più  che  i  vari  giornali  che  ci  perve- 
nivano di  là  o  da  paesi  vicini  alla  Francia  non  erano 
quotidiani,  e  chi  se  ne  interessava  non  era  il  popolo,  ma 
sibbene  la  gente  studiosa  o  educata.  Fattisi  però  quei  moti 
impetuosi  e  disordinati  specialmente  dopo  il  1790  l'im- 
pressione generale  nei  nostri  paesi  non  era  favorevole,  e 
ben  pochi  anche  fra  la  gioventù  irrequieta  inclinavano 
a  quelle  incomposte  e  cruente  novità. 

Postisi  poi  in  mente  i  Francesi  di  divulgare  e  far  ac- 
cettare a  tutta  Europa  i  grandi  assiomi  della  loro  rivolu- 
zione, essi  aveano  da  tempo  in  proprio  potere  due  mezzi 
abbastanza  validi,  cioè  la  moda  accettata  dall'  Europa 
come  regina  fino  dai  giorni  della  Pampadour,  ed  i  libri 
filosofi  e  politici,  nonché  una  letteratura  frivola  e  volut- 
tuosa ricevuta  con  entusiasmo  dalla  molle  e  frivola  società 
educata  d'allora.  Ed  a  questi  due  validi  mezzi  aggiunsero 


i$5 

quello  degli  emissari,  i  quali  spediti  in  prima  fuor  di 
Francia  per  sorvegliare  i  nemici  armati  e  fuorusciti  eb- 
bero poi  anche  l'incarico  di  portare  i  lumi  della  loro  ri- 
voluzione per  ogni  dove. 

E  già  nel  1794  viddersi  emissari  in  Milano  che  ben 
presto  fecero  alcune  conquiste  fra  i  malcontenti  di  quel 
governo  mite,  ma  non  nazionale,  ed  a  congiurare  si  ra- 
dunavano in  una  casipola  in  Piazza  Fontana  e  da  Lugano 
venivano  di  contrabbando  gli  eccitamenti  per  mezzo  di 
gazzette  e  di  altri  stampati,  mentre  però  le  persone  più 
serie,  come  il  Verri,  il  Beccaria,  il  Parini,  il  Piermarini 
erano  bensì  sbalorditi  della  rapidità  con  cui  svolgeansi  gli 
atti  della  rivoluzione  francese,  ma  non  avrebbero  accettate 
mai  le  idee  avanzate  di  quella  cruenta  rivoluzione  perchè 
essi  preferivano  l'illuminazione  all'incendio  (1). 

Anche  Brescia  ebbe  la  visita  di  emissari  francesi,  ma 
venivano  ed  andavano,  poco  fermandosi,  e  l'unico  che  fece 
lunga  sosta  fu  l'esigliato  piemontese  Labrano,  del  quale  nar- 
rasi sia  stato  colui  che  eccitò  e  decise  alcuni  giovani  della 
aristocrazia  bresciana  ad  unirsi  e  far  propaganda  delle  idee 
francesi;  e  codesti  giovani,  seguendo  il  consiglio,  si  tol- 
sero dai  casini  e  dai  ridotti  antichi  e  dalla  suggezione 
dei  seniori  per  fondare  un  altro  casino  che  intitolarono 
de  Buoni  Amici.  Non  potei  sapere  ove  si  aprisse  quel 
ritrovo,  né  quanti  si  fossero  in  esso  inscritti,  ma  dagli 
atti  degli  Inquisitori  Veneti  ricavai  che  faceano  parte  di 
quella  comitiva  nel  1794: 


(1)  Archivio  Veneto  —  Trib.  Inquisitori. 


i56 

Il  Nob.  Carlo  di  Luigi  Arici,  d'anni  23  (n.  1771).  (1) 

Il  Co:  Giuseppe  di  Faustino  Lechi,  d'anni  28  (n.  1766). 

Il  Co:  Angelo  suo  fratello,  d'anni  27. 

Il  Co:  Francesco  d'Alemanno  Gambara, d'anni  25  (11.1769). 

Il  Co:  Francesco  di  Onofrio  Maggi,  d'anni  33  (n.  1763). 

Il  Co:  Gaetano  suo  fratello,  d'anni  31  (11.  1759  f  1847). 

Il  Co:   Federico  Mazzuchelli,  d'anni  47  (n.    1757). 

Il  Co:  Pietro  di  Carlo  Ducco,  d'anni  24  (n.    1770). 

Antonio  Sabatti,  Ingegnere,  d'anni  27  (n.   1767). 

Giuseppe  Rampini. 

Pietro  Nicolini,  Oste. 

Mazza,  Chincagliere. 

Dopo  parecchi  mesi  dacché  era  aperto  il  Casino  il 
Rappresentante  Veneto  Antonio  Savorgnan  denunciò  al 
Consiglio  dei  X  quel   ritrovo    in    cui   tenevansi   adunanze 


(1)  Carlo  Arici  -  Avvenuta  la  rivoluzione  fece  parte  del  Governo 
Provvisorio,  al  ritorno  degli  Austriaci  esulò  in  Francia  ove  prese  mo- 
glie. Sotto  il  Regno  Italico  fu  nominato  sottoprefetto  e  Cavaliere  della 
Legion  d'Onore.  Nel  1814  fece  ritorno  a  vita  privata;  vendette  una 
celebre  libreria  di  libri  bresciani  con  tanta  fatica,  raccolti  da  suo  Padre, 
sostituendovi  opere  di  economia  politica.  —  Morì  in  Brescia. 

Giuseppe  Lechi  -  Nominato  dal  Governo  Provvisorio  del  1797 
Comandante  delle  truppe  cittadine,  esulò  in  Francia  nel  1799,  e  ri- 
tornò Generale  vincitore  nel  1800.  —  Si  era  arruolato  giovanissimo 
nell'  armata  austriaca,  e  nella  incominciata  guerra  contro  i  francesi 
servì  coraggiosamente  e  intelligentemente  per  cui  ottenne  il  grado  di 
capitano,  ma  mentre  era  per  passare  maggiore,  rinunciò  e  venne  in 
patria  ove  tosto  si  dichiarò  amico  delle  nuove  idee.  Radunati  diversi 
amici,  che  seco  lui  convenivano  in  special  modo  alla  Motta  di  Ghedi, 
organizzò  la  congiura  contro  la  Repubblica  Veneta  e  fondò  a  scopo 
di  maggiore  unione  il  Casino  della  Società  dei  Buoni  Amici.  Nel  1797 
fu  il  capitano  della  Rivoluzione  per  mezzo  della  quale  sali  poi  ai  mag- 
giori gradi  militari.  —  Mori  di  colera  in  Brescia  nel   1836. 


157 
tendenti  a  realizzare  perniciose  massime  di  insubordinazione, 
illimitata  libertà  ed  assurda  eguaglianza-  L'Arici,  il  Conte 
Mazzuchelli  ed  i  due  fratelli  Conti  Lechi  furono  citati  a 
Venezia  ove  dovettero  comparire  alla  Bussola  dei  lagni, 
cioè  alla  porta  del  Consiglio  dei  X.  Colà  furono  severa- 
mente ammoniti  e  minacciati  di  pene  nel  caso  che  conti- 
nuassero ad  essere  settatori  ed  a  spargere  riprovevoli  mas- 
sime. Gli  altri  sopranominati  furono  per  ordine  del  detto 
Consiglio  fatti  ammonire  dal  Podestà  in  Brescia,  perchè 
«  non  si  ritenevano  settatori,  ma  solo  imprudenti  spacciatoli 
delle  dette  massime  »  (i). 

Lo  stesso  Podestà  per  ordine  superiore  fece  chiudere 
il  casino  dei  'Buoni  Amici  e  trasportare  tutte  le  carte  in 
Broletto.  Non  ostante  tutto  ciò  i  più  ardenti  non  tacquero, 
né  si  acquetarono,  per  cui  l'anno  dopo  gli  Inquisitori  ve- 


Angelo  Lechi  -  Fratello  del  suddetto  ma  dotato  di  minore  in- 
gegno dopo  essersi  distinto  nel  Governo  Provvisorio  percorse  anch'esso 
la  carriera  militare  fino  al  grado  di  Generale  di  brigata.  Vi  rinunciò 
nel  1814. 

Francesco  Gambara  -  Immischiatosi  nella  Rivoluzione  fu  Coman- 
dante di  militi,  ma  la  sua  disfatta  a  Salò  diede  testimonianza  che  man- 
cava di  carattere  e  di  preparazione  militare.  Andatogli  a  male  il  pa- 
trimonio visse  scrivendo  prose  e  poesie  e  sopra  argomenti  storici  bre- 
sciani. —  Morì  nel  18 18  in  un  ronco  da  lui  tenuto  in  usufrutto. 

Francesco  e  Gaetano  Maggi  -  Furono  del  Governo  Provvisorio. 
Gaetano  fu  benemerito  per  l'organizzazione  delle  scuole,  uomo  serio, 
onesto  e  molto  stimato  in  città. 

Federico  Mazzuchelli  era  l' anziano  fra  quei  giovani  congiurati 
essendo  egli  nato  nell'anno  1757.  Servì  poi  nell'esercito  Napoleonico 
raggiungendovi  il  grado  di  Generale.  Caduto  1'  Impero  e  tornato  in 
patria  l'Austria  lo  volle  tra  i  suoi  e  lo  fece  più  tardi  Tenente-Maresciallo. 

(1)  Bazzoni  -  Annotazioni  degli  Inquisitori  -  Arch.  Storico  Ven., 
31  serie,  voi.  XI,  parte  2a,  pag.  53  e  seg.-Arch.  di  Stato.  Brescia,  a.  1796. 


158 

neti  per  nuove  accuse  fecero  rinchiudere  Carlo  Arici  nel 
Castello  di  Bergam  ),  il  Conte  Federico  Mazzuchelli  nel 
Castello  S.  Felice  in  Verona,  Giuseppe  Rampini  e  Pietro 
Nicolini  nelle  carceri  di  Brescia  ove  stettero  parecchi 
mesi  (i).  Fu  allora,  cioè  sulla  fine  del  1795,  che  Giuseppe 
Lechi  incominciò  le  sue  escursioni  a  Milano  per  stringere 
lega  coi  capi  di  alcune  società  segrete  gallofile  che  colà 
si  erano  aumentate,  e  vi  conobbe  i  primi  emissari  francesi, 
fra  gli  altri    il   Barella  ed  il  Salvadori,  tristo   soggetto  di 

O  '  OD 

Modena,  come  lo  dice  il  De-Castro  2),  il  quale  Salvadori, 
avendo  passato  qualche  anno  addietro  in  Francia  e  divenuto 
famigliare  a  Marat,  si  mescolò  nelle  orgie  sanguinose  della 
Convenzione.  Costoro  si  radunavano  in  casa  Sopransi  in  via 
Rugabella;  laccano  parte  di  quella  adunanza  Rasori,  Porro, 
Serbelloni,  ed  un  Rosignoli  piemontese  così  cupido  e  sgua- 
iato che  rimproverò  poscia  Bonaparte  di  non  averlo  rimu- 
nerato de'  suoi  servigi  (3). 

Sorgeva  il  1796  ed  il  passaggio  da  Brescia  degli  emis- 
sari e  dei  fuorusciti  aumentavo ,  ogni  tanto  capitavano 
anche  delle  signore  gallofile,  e  fu  allora  che  si  videro  per 
la  prima  volta  in  Brescia  queste  forestiere  vestire  alla 
ghigliottina  od  alla  montanina,  mode  di  odiosa  sconve- 
nienza, contro  cui  Parini  scrisse  una  delle  migliori  sue 
poesie  per  distogliere  Silvia  da  tal  foggia  di  vestito,  non 
seguita  dalle  nostre  signore,  e  deplorata  anche  dal  popolo 


(1)  Id.  id.   (vedi  nota  antec). 

(2)  De-Castro  -  Milano  e  la  Repubblica  Cisalpina  -  Milano,  Lihr. 
Dumolard,   1879. 

(3)  Id.  id.  -  Notizie  contemporanee  -  f.°  3,  esiste  presso  di  me. 


Conte  GIUSEPPE  LECH1 
Pag.  156. 


Conte  ANGELO  LECHI 
Pag.  156. 


Generale  Conte  FEDERICO  MAZZUCHELL1 
Pag.  156. 


Conte  CARLO    DICCO 
Pag.  156. 


1 59 

come  si  argomenta  dalla  bosinata  di  un  nostro  menestrello 
popolare  in  forma  di  dialogo  in  dialetto;  la  trovai  tra  carte 
dell'abate  Bono,  firmata  Nicola  Barbiere  suonatore  di  chitarra. 

Betta     —  Me  go  est  andando  a  messa 
A  vigni  che  dent  en  Bressa 
Delle  si ure  al  tòt  sgolade 
Senza  tresse  e  sparpajade 
Col  bòst  cùrt  e  le  treerse 
Che  parìa  messe  enverse 
Le  ghia  di  òm  con  dei  visticc 
Che  calàa  de  quater  dice 
Capei  drit  hastard  e  bass 
De  fa  rider  anca  i  sass. 
El  ma  dise  sior  Fausti 
En  che  sito  gale  '1  ni 
De  doe  égnele  ste  siure? 

Fausti  —  El  vistit  de  quele  siure 
(se  la  dise  netta  e  seieta 
ghè  de  pianser  siura  Betta) 
I  la  riama  ghigliottina 
tnventat  òna  mattina 
Dal  gran  boja  d'  ossident 
Nel  tajà  el  copi  ala  zent 
Quel  vistit  che  come  '1  sia 
Ga  colpit  la  fantasia 
Dent  nel  sang  1'  è  statt  en  moja 
L'  è  enfamat  per  ma  del  boja. 

Si  approssimava  intanto  il  momento  dell'  invasione 
contro  cui  non  eravi  schierato  che  una  parte  dell'esercito 
austriaco,  ed  i  prodi  soldati  piemontesi,  ai  quali  poco  o 
nulla  portavano  aiuto  gli  altri  Stati  d'Italia.  Napoli  avea 
bensì  spediti  al  campo  tre  reggimenti  di  cavalleria,  ma 
tentennava,  Toscana  dichiarossi  neutrale  coi  suoi  ministri 
più  giacobini  che  italiani,  Genova  mercanteggiava,  gli  altri 
principati  non  davansi    per    intesi,  e    la  generale  inazione 


i6o 

non  venne  scossa  uè  dalle  grida  di  Savoja,  sentinella  d'Italia, 

né  dagli   incitamenti   della  diplomazia,  ne  dalle  preghiere 

degli  antichi  patriotti,  uè  dal  canto  dei  bardi.,  a  nome  dei 

quali  il  Bettinelli,  dopo  la  presa  di  Tolone,  esortava  l'Italia 

ad  armarsi 

Mira  e  diffida  di  tue  coste  alpine 
De'  sperati  tesor  figlia  di  Giano 
E  tu  1'  empie  a  fugar   stragi  e  rapine 
Armi  addoppia  o  Torino,  armi   Milano. 

Ecco  di  Tenda  e  Moncenisio  in  cima 

Qual  gigante  il  terror  con  grido  enorme 
Folgori  e  nembi  a  tutta   Italia  intima, 
Italia  intanto  di   Babel  sull'  orme 
Ne'  suoi  dolci  ozi  in  sua  pigrizia  opima 
Sorda  al  fischiar  della  procella:  dorme. 

Nel  1795  le  armate  francesi  tentarono  aprirsi  un  varco 
ora  pel  Genovesato,  ora  pel  Piemonte,  ma  le  forze  non 
erano  ancora  sufficienti  per  vincere  gli  Austriaci  uniti  ai 
Piemontesi,  e  frattanto  Venezia  cullavasi  nella  sua  neu- 
tralità, e  prodigando  favori  a  Lallernant  nuovo  Ministro 
della  Repubblica  Francese  per  amicarselo,  si  inimicava 
i  Governi  di  Vienna,  di  Berlino  e  di  Londra  ;  il  Senato 
continuava  nell'inazione,  uè  si  circondava  di  ciò  che  rende 
rispettato  e  temuto  uno  Stato,  la  forza,  obbliando  an- 
che uno  de'  più  saggi  principi  politici.  SI  vis  pacem  para 
beli  uni. 

Ma  la  designata  invasione  d'  Italia  dovea  finalmente 
verificarsi.  Fino  al  1796  gli  assalti  francesi  erano  diretti 
più  a  distrarre  le  for/_e  nemiche  che  ad  invadere;  ma  se- 
gnato un  trattato  colla  Toscana,  cella  Prussia,  coll'Olanda 
e  colla    Spagna,  la    Francia  trovossi    più    libera,   aumentò 


x6i 

sollecita  Tannata  dell'Alpi  che  fu  poi  detta  d'Italia  e  de- 
cise di   invadere  la  patria   nostra. 

Il  Generale  Scherer  si  dimise  dal  comando,  e  con  De- 
creto del  Direttorio  2  Marzo  1796  gli  fu  sostituito  Bonaparte 
giovane  di  26  anni,  vivo,  ardente,  operoso,  genio  di  guerra, 
il  quale  un  mese  dopo,  preso  il  comando,  muove  le  sue 
truppe,  si  caccia  fra  l'Appennino  e  l'Alpe  e,  sbucando  nel 
centro  delle  due  armate  Austriaca  e  Piemontese,  in  venti 
giorni  or  l'ima  or  l'altra  di  qua  di  là  le  vinse  a  Monte- 
notte  (12  Aprile',  a  Dego  (15),  a  Mondovì  (24),  ed  a  Chi- 
vasso  costrinse  i  Piemontesi  ad  una  tregua  (28)  e  prose- 
guendo invasioni  e  vittorie  passa  il  Po  a  Piacenza  (7  mag- 
gio), combattendo  varca  l'Adda  sul  ponte  di  Lodi  (io)  e 
si  dirige  alla  Metropoli  Lombarda.  Le  strepitose  vittorie 
spaventano  l'Arciduca  Governatore  che,  nominata  una  con- 
sulta di  cittadini  pel  reggimento  del  Ducato,  abbandona 
colla  sua  corte  la  Lombardia. 

L'armata  francese  adunque  era  alle  porte  della  Repub- 
blica Veneta  la  cui  inqualificabile  inerzia  nella  neutralità 
disarmata  preparava  la  rovina  di  tutto  e  di  tutti. 

Bergamo  e  Crema  prime  città  di  confine  aveano  una 
guarnigione  militare  che  non  oltrepassava  fra  tutte  due  il 
numero  di  700  uomini,  Brescia  non  ne  aveva  che  350, 
Orzinuovi,  Pontevico,  Asola,  Lonato,  Rocca  d'Anto,  Pe- 
schiera e  Legnalo  luoghi  forti  erano  quasi  del  tutto  di- 
sarmati. 

Le  vive,  urgenti  rimostranze  dei  Rappresentanti  Veneti 
in  Bergamo,  Brescia  e  Crema,  non  furono  sufficienti  a 
strappar    dalle    mani    della    Serenissima     un    soldato,    un 


IÓ2 

cannone  di  più,  e  sì  che  le  popolazioni,  non  solo  a  dir 
del  Botta,  ma  anche  secondo  recenti  scrittori  e  documenti 
pubblicati,  se  fossero  state  incoraggiate  e  sostenute  dalla 
Serenissima  avrebbero  valorosamente  difesa  la  patria  contro 
la  straniera  invasione. 

Il  Senato  Veneto  previde  però  che  Austriaci  e  Fran- 
cesi inseguendosi  1'  un  1'  altro  avrebbero  passati  i  confini, 
e  a  tutto  presidio  della  propria  sovranità  elesse  il  Cav.  Ni- 
cola Foscarini  a   Provveditore  Generale  (i)  di  terra  ferma 


(i)  II  'Prove di I or  Generale  Fosca/ini. 

Alli  Generali  comandanti   le    truppe    della   Repubblica   Francese  in  Italia. 

Mentre  le  replicate  proteste  del  Direttorio  esecutivo  al  Ministro 
della  SereniS'.*  repubblica  di  Venezia  in  Parigi j  le  proclamazioni  del 
General  Bonaparte  publicate  nel  suo  ingresso  in  Italia,  e  raccogli- 
mento l'atto  alle  truppe  Francesi,  nel  Veneto  Territorio,  nei  modi  tutti, 
che  l'ospitalità  più  amici  dimanda,  infondevano  piena  lusinga  al  Ve- 
neto Governo,  che  li  soldati  Francesi  si  avessero  a  contenere  in  quelli 
disciplina  che  le  Leggi  Militari  e  l'equità  stessa  reclamano:  e  mentre 
aveva  questo  diritto  di  attendersi  che  i  di  loro  Generali  secondando 
le  rette  intenzioni  della  loro  Repubblica  prestar  si  dovessero  colla  do- 
vuta energia  ad  impedir  li  disordini,  ed  a  reprimere  gli  eccessi,  gli  è 
dolente  al  cuore  del  Veneto  Proveditor  Generale  il  vedersi  defraudato 
di  quella  aspettazione,  che  un  concorso  di  tante  circostanze,  e  che 
l'armonia  felicemente  vigente  Ira  le  due  Repubbliche  gli  promettevano. 

Tutte  le  terre  sull'una  e  l'altra  riva  dell'Adige,  dove  esistono  le 
truppe  della  Repubblica  Francese  estendendosi  lino  a  Castelnovo,  e  nei 
sobborghi  stessi  di  questa  città  sono  più  o  meno  in  preda  alla  licen- 
ziosità de'  soldati.  Li  poveri  villici  sono  derubati  nei  loro  averi,  e 
violentati  nelle  loro  case  :  alcune  anche  incendiate,  come  successe  a 
Castelnovo.  Niente  è  sicuro  dalle  rapine.  Pane,  vino,  foraggi  e  bovi, 
commestibili  d'  ogni  specie,  mobili,  tutto  è  manomesso,  ove  più,  ove 
meno:  le  loro  mogli,  le  loro  vite  sono  esposte,  e  già  alcune  ne  ri- 
masero vittime  innocenti.  Li  sacri  tempii  medesimi  non  sono  rispet- 
tati, e  nel  Comun  di  Soave,  dopo  aver  commessi  molti  danni  a  quelle 
famiglie,  penetrati  ieri  nell'Oratorio  di  S.  Antonio,  derubato  il  danaro 
delle  limosine,  che  si  giaceva  custodito,  hanno  aperta  la  custodia  del 


i63 

col  duplice  incarico  di  mantenere  la  pace  fra  i  cittadini  e 
di  far  rispettare  la  neutralità  dai  belligeranti,  e  Commis- 
sari presso  le  armate  i  due  patrizi  veneti  Francesco  Bat- 
taglia e  Nicola  Erizzo. 

Era  uso  della  Repubblica  Veneta,  sancito  anche  dagli 
Statuti,  di  non  dare  mai  il  comando  delle  truppe  di  terra 
ferma  ad  un  patrizio  Veneziano,  ma  bensì  ad  altri  e  più 
spesso  ad  un  assoldato  forestiero;  onde  poi  le  azioni  guer- 
resche di  costui  fossero  sorvegliate  spedivasi  al  campo  un 


Santuario,  rapiti  li  vasi  sacri,  e  spezzate  le  sacre  pietre  dell'Altare.  Cre- 
scente ogni  dì  più  il  cumolo  di  tali  violenze  contrarie  ali i  reali  prin- 
cipii  della  Repubblica  Francese,  inutili  fino  ad  ora  riuscite  le  verbali, 
e  scritte  rapresentazioni  a  Generali,  che  comandano  le  di  lei  truppe, 
efficacemente  instando  che  vogliano  alla  fine  realizzare  con  ordini  ri- 
soluti, e  severi  quella  disciplina,  che  si  richiede  nel  Territorio  di  un 
Principe  neutro  ed  amico:  nella  conformità  della  di  cui  condotta  per 
il  corso  intero  delle  presenti  combustioni  la  Francia  e  l'Europa  tutta 
ebbe  a  riconoscere  la  costanza  e  l' ingenuità  delle  proprie  intenzioni  , 
e  la  disciplina,  e  la  moderazione  essendo  i  pri-ncipii  che  il  Governo 
Veneto  vuole  egualmente  osservate  da  suoi  sudditi,  il  Proveditor  Ge- 
nerale ha  compiacenza  di  vedere  per  i  fatti  medesimi  reso  manifesto 
quanto  a  fronte  delle  sofferte  sciagure  abbiano  li  sudditi  saputo  ri- 
spettare li  commandi  della  Repubblica.  Ma  egli  nel  tempo  stesso,  a 
scanso  di  sua  responsabilità  non  può  dispensarsi  dal  far  conoscere  che 
qualora  per  parte  de'  Generali  Francesi  non  vengano  prontamente  a 
farsi  cessare  tanti  disordini  non  potrebbe,  malgrado  proprio  rendersi 
responsabile,  né  potrebbero  ne  meno  cadere  a  caiico  del  Governo 
quelle  conseguenze  alle  quali  il  dolore  degli  afflitti  territoriali  spo- 
gliati delle  loro  proprietà  potesse  condurli,  oltrepassando  qnelle  misure 
di  temperanza  che  ha  sempre  procurato,  né  cesserà  di  loro  inspirare. 
Nella  viva  amarezza  il  Veneto  Proveditor  Generale  di  trovarsi 
obbligato  di  fare  una  tale  dichiarazione,  non  sa  abbandonare  ancora 
la  fiducia  che  dando  li  Comandanti  Francesi  quel  giusto  peso,  che 
conviene  alle  sue  rappresentazioni,  eglino  non  sieno  per  cooperare 
dal  canto  proprio  al  prezioso  oggetto  della  comune  tranquillità  che 
tanto  interessa  li  rispettivi  governi,  e  per  mantenere  la  quale  non  si 


i64 

Patrizio  col  titolo  di  Provveditor  Generale  la  cai  presenza 
fra  l'esercito,  se  qualche  volta  tornò  vantaggiosa,  più  spesso 
toglieva  al  comandante  in  capo  la  libertà  di  piani  di  guerra 
o  ne  inceppava  i  movimenti. 

I  Provveditori  venivano  spediti  anche  presso  i  quar- 
tieri generali  di  eserciti  forestieri  che  passassero  pel  terri- 
torio della  Repubblica,  come  in  questo  nostro  caso,  per 
difendere  i  cittadini  dalle  angherie  di  guerra  e  far  rispet- 
tare dagli  ospiti  la  neutralità.  Il  Foscarini  adunque  ebbe 
quel  duplice  incarico,  ma  senza  soldati,  senza  cannoni, 
senza  munizioni,  senza  forza  dovea  tenere  in  calma  ed  in 


lascerà  per  parte  Veneta  di  vigilare  con  ogni  cura,  severamente  casti- 
gando coloro  de'  proprii  sudditi,  che  osassero  turbarla 
Verona  13  :   Agosto   1796 

Foscarini  Proveditor  Generale. 
Risposta 

Verona  27  Thermidor  (17  Agosto) 
anno  quarto  della  Repubblica. 
Berthier  General  di  brigata  comandante  le  truppe  Francesi  nella  città 
e   cittadella   di  Verona    al    Sig.r  Proveditor  Generale  per  la  Re- 
pubblica di  Venezia  in  Verona. 

Ho  communicato,  Sig:"  la  lettera  che  voi  mi  avete  fatto  l'onore 
di  scrivermi  ieri,  al  Generale  divisionario  Augerau,  che  prenderà  le 
misure,  die  la  sua  saviezza  ed  il  suo  amore  per  1'  ordine  e  la  disci- 
plina gli  detteranno  sugli  argomenti  contenuti  nella  medesima.  Per 
me,  o  Sig:",  non  posso  far  altro  che  testimoniarvi  li  miei  dispiaceri 
sopra  gli  eccessi,  che  voi  mi  denunziate,  ed  assicurarvi  insieme  della 
mia  ferma  risoluzione  di  prevenirli  con  tutti  que'  mezzi  che  la  Legge 
ha  messo  in  mio  potere.  Sono  nella  lusinghevole  speranza,  che  eglino 
non  si  rinnoveranno  più  ;  e  già  preveggo,  che  l'  accordo  il  più  per- 
fetto stringerà  più  che  mai  i  legami  dell'  amicizia  che  esiste  fra  le 
due  nazioni. 

Vi  prego  di  ess  re  certo  della  mia  somma  considerazione  pei  voi, 
o  Sig:r  Proveditor.  Berthier. 


.65 

rispetto  cittadini  e  stranieri  armati  -  quanto  tosse  mise- 
randa e  vigliacca  la  pretesa  del  Senato  ognuno  l' intende. 
E  questo  procedere  senza  vigore,  e  quasi  da  inesperti 
fanciulli,  si  manifestava  anche  nella  istruzione  che  il  Go- 
verno dava  a  suoi  rappresentanti,  «  Nel  caso,  scriveva  egli, 
di  possibili  passaggi  di  frappe  sarà  della  vostra  osatela  di 
mantenere  le  disposizioni  vostre  in  quella  innocuità  di  riserva 
che  è  dimandata  dalla  delicatezza  dei  pubblici  rispetti,  ve- 
gliando ad  un  tempo  perchè  tutto  proceda  in  quei  modi  tran- 
quilli non  compromettenti-  i  pubblici  riguardi ...  ed  eserciterete 
tutta  la  vigilanza  onde  mantenere  la  necessaria  disciplina  e 


Armata  d'  Italia 
Libertà.  Eguaglianza. 

Dal  Quartier  Generale  di  Verona    li  29  Thermidor  \  16  Agosto)  anno 

quarto  della  Repubblica  Francese,  una  ed  indivisibile.  Il  General 

di  divisione  Augerau  a  suoi  fratelli  d'armi. 
Camerati 

Voi  avete  vinto  il  nemico,  voi  1'  avete  scacciato  dall'  Italia.  La 
Francia  intera  deve  questi  successi  al  vostro  coraggio  ed  alla  vostra 
intrepidezza.  Voi  vi  siete  coperti  di  allori  e  di  glorie:  ma,  statene  certi, 
che  esistono  fra  voi  degli  uomini  perversi,  che  cercano  oscurare  tante 
belle  azioni.  Questi  uomini  privi  di  costumi  non  cercano  che  il  disor- 
dine ;  Il  saccheggio,  la  violenza,  e  l'assassinio  sono  al  colmo.  Arre- 
state questi  scellerati,  e  conduceteli  ai  vostri  capi,  afinche  la  legge  li 
punisca.  Che  essi  non  suppongano  giammai  che  io  sia  per  tollerare 
le  loro  birbanterie  che  disonorano  l'intera  nazione:  nò  certamente,  ve 
lo  giuro,  che  se  contro  la  mia  aspettazione  simili  disordini  non  ces- 
seranno, io  farò  fucilare  irremisibilmente  tutti  quelli,  che  saranno  ar- 
restati. Un  simile  passo  costerà  caro  al  mio  cuore,  ma  egli  si  rende 
troppo  necessario.  Io  non  voglio  più  vedere  queste  abbominazioni,  ed 
il  soffrirle  più  a  lungo  sarebbe  lo  stesso  che  rendermi  più  colpevole 
di  loro  medesimi.  Bravi  soldati,  e  il  vostro  Generale,  e  li  vostri  Ca- 
merati vi  invitano  a  rientrare  neh'  ordine.  Ricordatevi  che  per  essere 
Repubblicani  bisogna  essere  virtuosi. 


i66 

buon  ordine  onde  corrano  le  cose  in  modo  che  non  venga  al- 
terata quella  tranquillità  a  cui  specialmente  saranno  rivolte 
le  vostre  sollecitudini  (i). 

I  Milanesi  meravigliati  e  sbigottiti  a  tanto  fulmine  di 
guerra  mandarono  tosto  ambasciatori  incontro  al  vittorioso 
Bonaparte  due  decurioni  cittadini,  Giuseppe  Resta  e  Franco 
Mel^i.  A  Melegnano  s' incontrarono  col  vincitore,  e  pre- 
sentandogli le  chiavi  di  Milano  impetrarono  fossero  salve 
e  rispettate  le  proprietà,  la    religione  e    la  vita  dei  citta- 


Truppe  Venete 

dini,  ed  il  grande  Capitano  tutto  promise  e,  racconta  nelle 
sue  memorie,  che  da  quel  di  cominciò  la  sua  stima  pel 
Melzi  serbato  poi  ai  più  alti  onori. 

Il  primo  ad  entrare  in  Milano  fu  Masseria  ai  14  Mag- 
gio ed  entrò  alla  testa  del  suo  corpo  militare  in  mezzo 
ad  alto  silenzio  della  popolazione.   Solochè  mentre  sfilava 


(1)  Raccolta  Cronol.  ragion,  di  docum.  ined.  1.  e.  p.  97,  Tom.  I. 


i67 

la  truppa  un  irate  zoccolante  si  pose  a  gettar  coccarde 
gridando  evviva!  ma  pochissimi  fecero  eco  fi);  qualche 
ora  dopo  entrò  Bonaparte,  indi  Saliceti  2)  Commissario 
della  Repubblica  Fraucese  —  «  Era  un  esercito  di  recìnte 
((  di  giovani,  mancavano  di  vesti,  dì  scarpe,  non  di  gloria  e 
«  di  buon  umore,  lì  popolo  mi  un  lo  accorse,  si  divertì,  si  in- 
a  uà  moro  di  quei  brillante  Slato  Maggiore,  delle  divise  tur- 
«  chine,  di  fiuto  quell'oro,  di  quelle  fascio,  di  quei  cimieri  da 
«  teatro,  di  quegli  eroi   un  po'  da    teatro.  Tel  momento  non 


lmmik^^mm 


Truppe  Veneta 

((  vidde  che  la  parte  bella  luccicante,  gli  ufficiali  coprivano 
«  per  così  dire  i  soldati,  le  splendide  assise  e  i  cenci;  l'oggi 
((  non  lasciava  prevedere  il  domani.  Sono  seduzioni  ottiche 
«  che  producono  grande  effetto,  che  determinano  i  primi  giu- 


(i)  Melzi,  Voi.  I,  pag.  144. 

(2)  Nato    in    Bastia   nel    1757.  Fu  terrorista  e  votò  per  la  morte 
di  Luigi  XVI.  Morì  improvvisamente  in  Napoli  nel  Dicembre  1809. 


i68 

«  J/^i;  por/?/'  jtf/mo  sottrarvisi;  pochi  sanno  rivolgersi  quelle 
«  serie  considerazioni  che  dimenano  la  gioia  del  momento  col 
«pensiero  dell'avvenire  »  (i). 

I  Francesi,  scrive  il  Verri  testimonio  oculare,  accam- 
pavano senza  tende,  senza  compassata  forma,  erano  vestiti 
con  colori  diversi  e  stracciati,  alcuni  non  avevano  ne  scarpe 
né  armi,  stavano  in  sentinella  sedendo;  anziché  d'un  eser- 
cito aveano  l'aspetto  d'una  popolazione  arditamente  uscita 
dal  suo  paese  per  invadere  le  vicine  contrade  (2). 


Truppe  Venete 

Bonaparte  alloggiato  nel  palazzo  Serbelloni  da  quel  dì 
decise  la  conquista  di  tutta  la  Lombardia  fino  ni  Mincio. 
Ed  infatti  ad  una  deputazione  di  noti  demagoghi  milanesi 
disse  con  mezza  verità  e  mezza  menzogna:  «  Voi  dunque 
sarete  liberi  e  vivrete  più  sicuri   dei  Francesi.  Gli  abitanti 


(1)  De  Castro  Gio.  -  Milano  e  la  Repubblica  Cisalpina.  Milano, 

1879,  Pa£-  6/- 

(2)  Cantù.  Cronistoria,  Voi.  I,  pag.  98. 


169 
del  vostro  stato  sommeranno  a  quattro  0  cinque  milioni. 
Tutti  i  Cispadani,  Bergamo,  Crema  e  Brescia  sono  per  voi. 
Milano  sarà  a  capo  ;i  ».  —  E  frattanto  il  Veneto  Seuato 
dormiva  m  braccio  alla  neutralità   disarmata. 

Fermossi  Bonaparte  a  Milano  dieci  giorni,  e  molteplici 
erano  le  cause  che  lo  trattennero  nella  Metropoli  Lom- 
barda ;  prima  di  tutto  il  riposo  dell'  armata  dopo  tante 
rapide  marcie  e  combattimenti,  poi  sopravenne  la  solleva- 
zione di  Pavia  e  suo  contado  contro  gli  invasori,  la  quale 


Grosse  Cavaler.e 


Hussard 
Truppe  Francesi 


Art'flerie  à  cheval 


Bonaparte  soffocò  col  cannone,  col  saccheggio  e  cogli  in- 
cendi, indi  la  ratifica  dell'armistizio  con  Ercole  III  Duca 
di  Modena,  a  cui  imponeva  il  pagamento  di  io  milioni 
di  contribuzioni  in  viveri  e  la  consegna  di  molte  opere  d'arte, 
che  mandò  a  Parigi  con  quelle  portate  via  da  Parma. 

Per  amicarsi  poi  i  Giacobini  Lombardi  fece  deportare 
a  Cuneo  i  sessanta  Nobili    Decurioni,  compreso  il  Melzi, 


(1)  Melzi,  Voi.  I,  pag.  145. 


n 


ed  nlla  Giunta  di  Governo  lasci;. ta  dall'  Arciduca  sostituì 
una  Congrega/ione  ed  una  nuova  Municipalità,  ma  l'una  e 
l'altra  dipendenti  da  un  governo  militare  col  titolo  appro- 
priatissimo  di  Agenzia,  e  i  tre  Agenti  furono  tre  francesi 
Morin,  Reboul  e  Patrand,  ed  aveva  pieni  poteri  anche  quel 
Despinoy(iy  detto  per  la  sua  furia  il  generale  vcntiqnat? or&. 


L  ccr  d'Infanterie  Inf  nt:ne  Grem  ier  Voltieeur  Cu  de        éné' 

Truppe  Francesi 

Ma  il  Direttorio  a  Parigi  e  Tarmata  volevano  denaro, 
quindi  si  saccheggiò  il  Banco  di  S.  Ambrogio,  il  Monte 
di  Pietà,  il  Fondo  di  religione,  ed  a  chi  ebbe  il  coraggio 
di  lamentarsi  Masseria  rispondeva  :  «  Credi  forse  tu  che 
io  abbia  da  lavorare  ogni  dì  senza  mandare  a  casa  mia   il 


(i)  Il  Conte  Giacinto-Francesco-Giuseppe  Despinoy  nacque  a  Va- 
lenciennes il  25  Maggio  1764,  e  mori  nel  1848.  Entrato  a  'ó  anni 
nell'armata  francese,  nominalo  generale  di  brigata  il  2}  Giugno  179}. 
funzionò  da  capo  di  Stato  Maggiore  di  Dugommier  nell'armata  dèi 
Pirenei-Orientali  tino  all'agosto  1794.  Fece  la  campagna  d'Ita'ia  con 
Bonaparte  nel  j 796,  prese  Milano,  e  fu  promosso  generale  di  divi- 
sione. Comandò  poi  varie  piazze  -  Perp'gnan,  Alessandria  (Piemonte), 
Strasbourg,  e  altre.  -  Fu  degli  aderenti  alla  ristorazione,  e  proseguì 
la  carriera  militare.  Scrisse  un  poema  -  Cothiluina  011  les  Amis  rivaux  - 
ad  imitazione  d'Ossian. 


171 

premio  di  tanta  faticr.  ?  E  ciò  che  non  lece  M.assena  lo 
fece  l'Agenzia,  la  grande  ladrona,  come  la  chiamò  un  Gia- 
cobino d'allora,  la  quale  rubò  quanti  cavalli  più  potè,  mise 
balzelli,  ed  in  pochi  giorni  un  prestito  di  due  milioni  col- 
l'aggiunta  d'altri  tre  poco  dopo.  L'armata  avea  bisogno  di 
tutto  e  dovea    mantenersi  a  spese    d'  Italia,  perchè  il  Di- 


Gcnerale  Despinov 

rettorio  non  voleva,  né  forse  potea,  mantenerla  ed  andava 
scrivendo  ai  suoi  vittoriosi  rappresentanti,  1' Italia  è  ricca, 
mungetela. 

Frattanto  Bonaparte  scriveva  due  documenti,  il  primo 
indirizzato  al  Popolo  d' Italia,  l'altro  al  Direttorio;  e  questi 
due  documenti,  osserva  il  Iung  nel  suo  recente  ed  inte- 
ressante lavoro  su  Bonaparte,  furono  stesi  non  solo  nello 


I72 

stesso  mese,  ma  probabilmente  nello  stesso  giorno.  Il  primo 
dunque  diceva  :  «  Popolo  d' Italia  !  L'armata  d' Italia  (cioè 
di  Francia)  viene  per  rompere  le  vostre  catene.  Il  popolo 
francese  è  l'amico  di  tutti  i  popoli,  venite  con  confidenza 
innanzi  a  lui  »,  ed  il  secondo  inviato  al  Direttorio  diceva: 
«  Noi  tireremo  da  questo  paese  venti  milioni  di  contri- 
buzioni, questa  contrada  è  una  delle  più  ricche  dell'  uni- 
verso »  (i). 

Bonaparte  dopo  la  sosta  di  Milano   levava  gli  accam- 
pamenti e  dirigevasi  alla  volta  di  Brescia. 


(i)  Th.  Iung  -  Bonaparte   et  son  temps  1/69-1799.  Paris,  Char- 
pentier,   1881,  3*  edit.,  Tom.  Ili,  pag.  172. 


LE  ARMATE  BELLIGERANTI 

NELLA    PROVINCIA    DI    BRESCIA 


Il  9  Maggio  l' Arciduca  Ferdinando  Governatore  di 
Lombardia  partì  da  Milano  e  giunse  a  Bergamo  alle  6 
pom.,  colà  pernottò ,ed  al  mezzodì  del  io  arrivò  a  Brescia 
passando  frammezzo  al  materiale  dell'  armata  austriaca  di 
cui  un  corpo  era  arrivato,  con  un  centinaio  di  prigionieri 
francesi,  il  giorno  prima  con  militi  affamati  e  stanchi  e  si 
era  fermato  lungo  lo  stradale  di  S.  Giovanni  ed  in  Campo 
Fiera.  Nello  stesso  giorno  passò  anche  il  Co:  Witsek  ple- 
nipotenziario imperiale  a  Milano  (i).  L'  Arciduca  entrato 
in  città  non  si  fermò  al  Gambero  che  due  ore  intanto  che 
il  mastro  di  posta  approntava  i  cavalli  per  la  sua  carrozza 
e  per  quelle  del  seguito.  Erano  con  lui  Maria  Beatrice 
d'  Este  sua  consorte,  il  Principe  Albani,  la  maggiordama 
Marchesa  Cusani,  il  maggiore  Litta  e  suo  fratello  membro 


(i)  Raccolta  Cronol.  ragionata  di  documenti  inediti  s.  a.  Voi.  I, 
pag.  98. 


i74 

della  Giunta  straordinaria  Lisciata  dall'Arciduca  al  governo 

di  Milano,  ed  il  Co:  Emanuele  Remitez. 

Due  giorni  dopo  giunse  altra  truppa  austriaca  che  fece 
sosta  per  due  giorni  lungo  la  via  di  circonvallazione  da 
porta  S.  Giovanni  a  Torrelunga,  finalmente  gli  ultimi 
drappelli   de'  vinti    passarono    il    giorno   13.   Gli  Austriaci 


CORA^ZJERfc  2AHPAT0RE  CACCIATORA 


* 


1  ™ 


II  ili 


Truppe    Tedesche 

rispettarono  la  neutralità  e  nessun  armato  varcò  le  porte 
della  città.  La  maggior  parte  de'  cittadini  non  avevano  mai 
veduti  soldati  austriaci  e  non  nutrendo  per  essi  ne  pre- 
dilezione, uè  odio,  spinti  da  naturale  curiosità  molti  sali- 
vano sulle  mura,  altri  li  trattavano  con  singolare  confi- 
denza (1). 

(1)  Brogxoli,  1.  e.  I,  p.  21   —  Piccixelli  -  Raccolta  di  novità, 
Voi.  I,  mss.  presso  il  Sig.  Lodovico  Guarneri  di  Cazzago. 


'75 

Intanto  sicure  notizie  annunciavano  al  Mócenigo  che   i 

Francesi   volevano   entrare  nel  territorio  della   Repubblica. 

Il  Senato  avea  già  n<  minato  quale  Provveditore  sti aor- 
dinario in  terra  ferma,  con  residenza  in  Verona,  il  Nob. 
Uomo  Foscarini  affinchè  per  ogni  evenienza  potesse  ridursi 
in   una  sola   mano  il  potere  della  provincia  e  la   corrispon- 


ARTIttUERl 


Truppa  Tedesch 


denza  col  Governo  di  S.  Marco,  e  nello  stesso  tempo  av- 
visava il  Podestà  Mócenigo  che  se  i  Francesi  avessero 
varcato  l'Oglio  andasse  loro  incontro,  ed  usando  ogni  ri- 
guardo, ricordasse  al  comandante  il  rispetto  alla  neutra- 
lità col  non  entrare  nella  città  murata  e  col  trattare  quali 
amici  i  sudditi  nostri.  Il  Mócenigo  non  ostanti  che  pre- 
vedesse nei   Francesi   la   rovina  delle  patrie  istituzioni   oh- 


i76 

bedì  (i).  Nella  notte  del  24-25  Maggio  l'armata  francese, 
lasciata  la  Lombardia  austriaca,  passava  l'Oglio  ad  Urago, 
e  tanto  poca  era  la  simpatia  del  nostro  popolo  per  essa, 
che  a  Chiari,  non  ancor  giunta  l'avanguardia,  si  chiusero 
tutte  le  botteghe  e  le  case,  mettendosi  gli  abitanti  in 
somma  paura  ed  agitazione  ;  lasciando  deserte  le  vie,  e 
l5  unico  che  mosse  incontro  festoso  ai  vincitori  fu  il  pos- 
sidente Paolo  Bigoni  noto  per  le  sue  idee  gallofile  (2). 
Il  timore  di  quella  gente  proveniva  dalle  notizie  di  ciò 
che  1  Francesi  avevano  consumato  nei  territori  di  Milano, 
Lodi  e  Pavia,  cioè  le  minacele,  le  angherie  ed  i  saccheggi 
di  ogni  cosa  più  o  meno  necessaria  all'armata.  Ed  il  ti- 
more non  fu  vano.  Appena  che  la  truppa  francese  avea 
passato  l'Oglio  un  corpo  di  militi  si  staccò  dagli  altri,  e 
sparsosi  per  la  campagna  prese  quasi  d'assalto  le  ville  e  le 
case  coloniche,  e  minacciando  e  maltrattando  que'  poveri 
villici  esportava  biade,  tieni  ed  ogni  raccolto  lasciandoli 
privi  d'ogni  bene.  Il  Sig.  Frugoni  (3),  che  nella  sua  qua- 
lità di  provveditore  del  Mercato  Grani  di  Brescia,  trova- 
vasi  in  que'  giorni  vicino  all'Oglio,  ha  parole  meste  per 
quella  povera  gente,  e  lamenta  quelle  deplorevoli  scorrerie 
e  saccheggi  in  territorio  neutrale;  e  mentre  ciò  succedeva, 
il  general  Rusca  al  servizio  de'  Francesi,  a  capo  della  sua 


(1)  Brognoli,  1.  e.  —  Avanzini,  1.  e. 

(2)  Balladore  Giobatta  -  Zibaldone  degli  avvenimenti  seguiti 
al  tempo  del  passaggio  delle  truppe  belligeranti  da  Chiari  nel  1796. 
Mss.  presso  i  suoi  eredi  in  Chiari.  —  Piccinelli  -  Raccolta  di  notizie 
mss.  Voi.  I,  presso  il  Sig.  Lodovico  Guarneri  in  Cazzago. 

(3)  Frugoni  -  Relazione  al  Governo  di  Brescia  -  Doc.  mss.  presso 
l'egregio  avv.   Pietro  Frugoni. 


177 
divisione  (i),  incontrava  n  Coccaglio  il  rappresentante  Ve- 
ne,:o  Mocenigo,  al  quale  assicurò  che  l' armata  francese 
avrebbe  rispettate  le  proprietà  e  le  persone,  come  era  con- 


Gen.  Francesco  Rusca 


veniente    in   paese   neutrale,  e  gli    prometteva  che  nessun 
soldato  sarebbe  entrato  in   Brescia,  ma  rello  stesso  tempo 


(i)  Francesco  Rusca  nativo  di  Mondovì  (secondo  il  Papi  Comm. 
della  Rivol.  Frane,  Voi.  I,  Lib.  5,  pag.  21)  o  di  Nizza  (secondo  Beau- 
champs  Biogr.  Univ.)  1761-1813)  prima  medico,  poi  giacobino,  poi 
aiutante-generale  militare,  indi  generale  di  brigata,  e  come  tale  venne 
a  Brescia.  Ferito  a  Salò  ebbe  il  grado  di  luogotenente-generale.  Ca- 
de in  disgrazia  di  Napoleone  nel  1799.  Richiamato  al  servizio  nel 
1807  perdette  la  vita  combattendo  in  Svizzera  nel  1813.  Fu  il  braccio 
destro  di  Aufirerau. 


i78 

chiedevagli  il  favore  di  lasciare  entrare  gli  ufficiali  perchè 
meglio  potessero  rifocillarsi  e  riposarsi  dopo  le  subite  fa- 
tiche, ed  il  Podestà  credette  di  concedere  il  chiesto  per- 
messo. 

Finita  la  conversazione  il  Moeenigo  invitò  il  generale 
ad  ascendere  sulla  sua  carrozza  ed  insieme  s'indirizzarono 
verso  la  città,  ove  arrivati  il  generale  discese  nella  casa 
(ora  Finadri  a  S.  Ambrogio  N.  15)  posseduta  dai  Rusca 
negozianti  liguri,  parenti  del  generale  (1),  ed  il  Podestà 
chiamati  a  sé  alcuni  nobili  cittadini  li  pregò  di  dare  ospi- 
talità nelle  loro  case  agli  ufficiali  francesi  che  stavano  per 
giungere. 

Fd  infatti  poche  ore  dopo  in  sul  vespro  (vigilia  della 
festa  del  Corpus  Domini  comparvero  ad  un  tratto  sotto 
Brescia  8  mila  Francesi  e  furono  condotti  ad  accampare 
nella  spianata  del  Vescovo  Inori  di  Canton  Mombello. 
Pochi  cittadini  uscirono  di  città,  ma  fitta  folla  erasi  finta 
sulle  mura  a  vedere  lo  spettacolo  per  essa  strano  di 
quella  moltitudine  di  soldati  malamente  ed  in  diverse 
foggie  vestiti  ed  armati;  e  da  quella  folla  non  un  grido, 
non  un  atto.  Messi  in  campo  i  soldati  gli  affidali  innon- 
darono la  città,  ed  il  Vescovo  stante  questo  insolito  mo- 
vimento sospese  la  processione  del  Corpus  Domini,  che 
dovea  il  domani  solennizzarsi  (2).  Nel  giorno  26  altro 
corpo  francese,  che  aveva  passato  1'  Oglio  a  Solicino,  ed 
avea  rispettata  la  fortezza  d'  Orzinuovi,  si  incamminava 
verso  Brescia  ;   il    grosso    dell'  armata    francese    comparve 

(1)  Gambara  -  Ragionamenti  di  Storia  patria,  Voi.       ,  pag. 

(2)  Avanzini  1.  e. 


179 
sotto  la  nostra  città  il  giorno  27  mattina  con  alla  testa  il 
Generale  in  capo  Bonaparte  col  suo  Stato  Maggiore.  Entrò 
in  città  ricevuto  a  porta  S.  Nazzaro  dal  Rappresentante 
Veneto  e  dal  general  Rusca,  e  volendo  egli  riposarsi  più 
vicino  che  fosse  al  suo  esercito,  accampato  alla  spianata 
del  Vescovo  e  lungo  gli  stradali  di  Venezia  e  di  Mantova, 
scelse  per  sua  abitazione  il  monastero  dei  Benedettini  in 
S.  Eufemia  a  porta  Torlunga,  e  l'ab.  di  governo  l'erudito 
D.  Mauro  Soldo  (1}  patrizio  bresciano  cedette  al  giovane 
condottiero  il  suo  appartamento,  il  cellerario  cedette  il 
suo  agli  aiutanti  di  Bonaparte.  Berthier  (2)  pose  il  suo 
ufficio  nel  palazzo  Bargnani  (ora  Liceo).  A  Masseria  (3) 
fu  assegnato  un  quartiere  in  casa  Fenaroli  via  Marsala  17, 
il  Commissario  generale  Flament  a  casa  Calini  ai  Fiumi, 
Lamberti  in  casa  Gambata  via  Battaglie,  Augerau  al  Gam- 
bero, la  Posta  in  casa  Rizzardi  in  Paganora,  e  la  Cassa  di 
guerra  in  casa  Fisogni  a  S.  M.   Calcherà. 

Nella  sera  dello  stesso  giorno  Bonaparte,  dopo  un  col- 
loquio col  Mocenigo,  nella  sala  di  ricevimento  dell'  abate 
radunò  un  Consiglio  di  guerra,  indi  presa  la  penna  in  parte 
scrisse  ed  in  parte  dettò  lettere  ed  ordini  che  leggonsi  nella 
corrispondenza,  scritti  circa    la    mezzanotte  del  27-28  (4). 

Il  suo  piano  di  guerra,  in  quel  Consiglio  approvato,  era 
il  seguente  :  spedire  un  corpo  a  Salò  e  Desenzano  tìngendo 


(1)  Avanzini  e  Picclnelli  1.  e. 

(2)  Berthier  capo    di    Stato    Maggiore,  Principe  di  Wagram  e  di 
Neuchatel,  nato  a  Versailles   175 3- 181 5. 

(3)  Massena  Andrea    Duca    di    Rivoli,    Principe    d'  Esling,  nato  a 
Nizza  1758-1817. 

(4)  Corrisp.  di  Napoleone  I.  -  Parigi    1858. 


di  voler  tagliare  la  ritirata  all'  armata  austriaca  verso  il 
Tirolo,  radunare  il  resto  delle  truppe  nelle  campagne  di 
Montechiaro,  Castiglione  e  Solferino  pronte  ad  attaccare 
gli  Austriaci  a  Borghetto,  sforzando  il  passo  di  quel  ponte, 
e  portarsi  sulla  riva  sinistra  del  Mincio.  Mentre  però  questo 


NAPOLEONE   BONAPARTK 

genio  di  guerra  si  apprestava  a  dar  battaglia  sul  Mincio 
era  ancora  sotto  1'  influenza  di  inquietanti  impressioni. 
Carnot  gli  avea  scritto  da  Parigi  che  1'  armata  Francese 
in  Italia  dovesse  dividersi  iti  due  eserciti,  che  F  uno  con 
Bonaparte  continuasse  a  battere  gli  Austriaci,  e  l'altro  con 
Kellerman  discendesse  per  la  penisola  a  levar  denari  e  far 
conoscere  la  potenza  francese  al  Papa,  a  Napoli,  agli  In- 
glesi guardanti  i  porti  Italiani. 


i8i 

Tale  ordine  spiacque  al  giovane  condottiero,  e  baldo 
della  sua  vittoriosa  situazione  annunciava  a  Carnot  che  si 
sarebbe  dimesso  se  in  Italia  si  tosse  spezzata  1'  unità  del 
comando.  Nel  dì  che  Bonaparte  stava  in  Brescia  ancora 
non  era  venuta  a  tale  proposito  l'ultima  parola  da  Parigi; 
e  lo  inquietava  anche  la  resistenza  che  i  Tedeschi  prolun- 
gavano nel  Castello  di  Milano,  e  spesso  gli  ritornava  alla 
mente  eziandio  l'opposizione  armata  che  avea  sofferta  dalla 
popolazione  del  contado  milanese  e  della  Città  e  Provincia 
di  Pavia  ch'egli  ed  i  suoi  chiamarono  tosto  ribellione;  e 
sotto  quest'ultima  impressione  scrisse  da  Brescia  il  giorno 
28  un  proclama  al  popolo  milanese  contro  i  ribelli  e  lo 
mandò  al  generale  Despinoy  da  stamparsi  con  lettera  ed 
ordini  severi  militari  (1). 

Il  giorno  28  1'  armata  francese  a  norma  degli  ordini 
dati  si  mosse,  e  Bonaparte  prima  di  portarsi  a  Calcinato, 
scelto  a  stanza  del  Quartier  Generale,  fece  stampare  quel 
famoso  proclama,  detto  nella  Storia  il  Manifesto  di  Brescia, 
che  la  mattina  del  29  comparve  appiccicato  sugli  angoli 
della  Città  colla  data  dello  stesso  giorno. 

Ecco  il  manifesto  : 

Anno  IV  della  Repubblica  Francese 
una  indtvisibile 

Libertà  Eguaglianza 

^Alla  Repubblica   Veneta. 
Egli  è  per  liberare  le  più  belle  contrade  d'Europa  dal 
giogo  di  ferro  dell'orgogliosa  casa  d'Austria  che  l'armata 


(1)  Id.  id.  ].  e.  20  Maggio  1796. 


182 

Francese  ha  trovati  ostacoli  più  difficili  da  sormontare,  e 
la  vittoria  d'accordo  colla  giustizia  hanno  coronati  i  suoi 
sforzi.  Gli  avanzi  dell'armata  nemica  si  sono  ritirati  di  là 
del  Mincio.  L'armata  francese  passa  per  seguirla  nel  terri- 
torio della  Repubblica  Veneta.  La  religione,  gli  usi,  le 
proprietà  saranno  rispettate;  che  i  popoli  sicno  tranquilli. 
La  più  severa  disciplina  sarà  sempre  mantenuta;  tutto  ciò 
che  sarà  amministrato  (?)  all'armata  sarà  esattamente  pa- 
gato in  denaro.  Il  Generale  in  capite  impegna  gli  ufficiali 
della  Repubblica  Veneta,  li  Magistrati  e  li  Preti  a  far  co- 
noscere i  suoi  sentimenti  al  popolo,  affinchè  la  confidenza 
consolidi  l'amicizia  che  dopo  tanto  tempo  unisce  le  due 
nazioni.  Fedele  nel  cammino  dell'  onore  come  in  quello 
della  vittoria  il  soldato  francese  non  è  terribile  che  per 
1'  inimico  della  sua  libertà  e  del  suo  governo. 

Brescia  29  Maggio  1796,  Anno  IV  della  Repubblica  Francese 
una  ed  indivisibile. 

BONAPARTE. 

Il  Gen.  di  Divisione  Capo  dello  Stato  Maggiore 
dell' armata  d'  Italia 

Berthier. 

Nel  quale  manifesto  Bonaparte  prometteva  rispetto  an- 
che verso  le  proprietà.  Ma  ne'  pochi  giorni  da  che  il  suo 
esercito  era  entrato  nella  nostra  Provincia  aveva  già  recati 
gravissimi  danni  at  possidenti  facendo  requisizioni  senza 
compensi,  calpestando  ogni  sorta  di  seminati,  estorquendo 
dai  Comuni  denari  e  viveri  senza  pagare  di  questi  il  prezzo, 
e,  mentre  Bonaparte  scriveva  il  manifesto,  il  Rappresentante 
Veneto  riceveva  proteste  e  lamenti  dai  possidenti,  proteste 


i83 

e  lamenti  eli1  egli  mandava  a  Venezia,  tacendosi  frattanto 
quasi  mallevadore  presso  i  danneggiati  allineile  non  avve- 
nissero reazioni. 

Bonaparte  parla  di  rispetto,,  ma  non  protesta  di  voler 
eseguire  le  leggi  e  le  esigenze  della  neutralità,  alle  quali 
era  già  sua  intenzione  di  non  sottoporsi.  Ed  infatti  par- 
tendo egli  da  Brescia  dichiarò  con  altro  proclama  che  la- 
sciava qui  il  Comandante  Tulliè  a  reggere  la  piazza,  co- 
mechè  Brescia  fosse  città  francese,  e  questo  fu  il  primo 
suo  atto  di  lesa  neutralità  ;  il  secondo  poi  lo  compì  il 
Tulliè,  imperocché  nel  giorno  30  Maggio  fece  quietamente 
entrare  in  città  circa  mille  soldati  occupando  tosto  il  Se- 
minario Vescovile  convertendolo  in  Ospedale  Militare  (1) 
e  parte  dei  Monasteri  di  S.  Domenico  e  di  S.  Alessandro 
per  la  truppa,  di  S.  Faustino  per  gli  ufficiali  e  la  parte 
coperta  del  Duomo  Nuovo  per  magazzeno  di  fieno  e  biade; 
e  così  Brescia  fu  militarmente  occupata.  Il  Mocenigo  pro- 
testò, chiese  istruzioni  al  Provveditore ,  dal  quale  però  non 
ebbe  risposta. 

Che  faceva  frattanto  il  governo  Veneto?  che  l'esercito 
Austriaco  ? 

Pochi  giorni  prima  della  battaglia  di  Lodi  il  Veneto 
Senato  spediva  a  Peschiera  il  colonnello  Gio.  Antonio  Car- 
rara coli'  ingiunzione  di  non  lasciar  entrare  in  quella  for- 
tezza né  Tedeschi  ne  Francesi. 


(1)  Avanzini  1.  e.  -  Piccinelli  1.  e.  Voi.  I,  pag.  61.  -  L'antico 
Seminario  da  quel  dì  serve  ancora  di  Ospedale  Militare  ed  al  Semi- 
nario fu  dato  in  compenso  il  Convento  di  S.  Pietro  a  cui  più  tardi  si 
aggiunse  il  Convento  di  S.  Cristo. 


184 

Il  Carrara  arrivato  a  Peschiera  si  spaventò  della  con- 
dizione di  quel  forte  arnese,  «  e  se  voghamo  farla  da  pa- 
droni, scriveva  egli  al  Provveditore,  è  spedlente  spedirmi 
uomini  e  materiale  dì  guerra.  Sessanta  invalidi  formano  la 
guarnigione,  le  artiglierìe  sono  smontate  scn^a  corrispondenti 
letti,  la  piarci  possiede  solo  cento  libre  di  cattiva  polvere,  le 
fortificazioni  sono  in  sommo  disordine,  i  ponti  levatoi  non  si 
possono  aliare,  gli  esteriori  sono  sen\a  palizzate  e  le  pianta- 
gioni degli  alberi  occupano  perfino  le  strade  coperte  (i). 

A  questo  straziante  rapporto  il  Provveditore  non  ri- 
spose, e  mentre  i  Francesi  si  avvicinavano  a  Brescia  il 
Supremo  Comandante  Austriaco  con  pretesto  che  Peschiera 
nello  stato  in  cui  si  trovava  era  da  considerarsi  piuttosto 
un  campo  aperto  che  fortificato  ordinò  al  gen.  Liptav  (2) 
di  occuparlo,  ed  inflitti  vi  entrò  nel  giorno  25  Maggio, 
impotente  il  Carrara  a  tenerlo  fuori.  Alcuni  storici  dicono 
che  gli  Austriaci  hanno  allora  occupata  Peschiera  perchè 
i  Francesi  aveano  militarmente  occupata  Brescia,  ma  ci 
sembra  impossibile  che  il  Comandante  Austriaco  si  sia 
valso  di  questo  pretesto  per  realizzare  quella  occupazione, 
impeiocchè  nel  dì  che  Liptav  entrava  in  Peschiera  i  Fran- 
cesi non  aveano  ancora  occupata  Brescia  uè  gli  altri  luoghi 
forti  del  nostro  territorio. 

Dal  dì  del  combattimento  di  Lodi,  io  Maggie,  fino  al  29 
dello  stesso  mese  Bonaparte  non  schierò  più  sua  armata 
in    battaglia  e    frattanto    Beaulieu    condotto    il   suo  deci- 


(1)  Dispaccio  del  Col.  Carrara  agli  Inquisit.  di  Stato  24  Maggio 
nella   Raccolta    cronologica    ragionata  1.  e.  Tom.  I,  pag    150  e  seg. 

(2)  Liptay  Ant.  n.  a  Izuscry  1728,  m.  per  ferita  a  Padova  1800. 


i8j 

mato  esercito  sul  Mincio  preparossi  alla  difesa.  Avuti 
alcuni  rinforzi  dal  Tirolo,  munita  Mantova  di  soldati  e 
di  vettovaglie,,  appoggiando  la  sua  destra  a  Peschiera  ed  il 
suo  centro  in  Valeggio  con  un'avanguardia  di  sette  mila 
combattenti  in  Borghetto  al  di  qua  del  Mincio  e  colla 
riserva  a  Villafranca,  attese  il  nemico.  Bonaparte  non  die- 
desi  pensiero  di  Mantova,  ma  guardò  a  Peschiera  e  fece 
verso  quella  fortezza  appoggiare  la  sua  ala  sinistra  affinchè 
tormentasse  colà  il  nemico  per  fargli  supporre  che  volesse 
girare  il  lago  e  precludergli  la  ritirata  verso  il  Tirolo. 
Da  che  era  venuto  da  Francia  Bonaparte,  dice  il  Thiers, 
non  avea  mai  potuto,  anche  per  le  difficoltà  dei  luoghi, 
usare  della  sua  cavalleria  poco  addestrata  alle  cariche  e 
temente  la  cavalleria  austriaca,  la  quale,  e  insieme  l'alleata 
napoletana  sotto  gli  ordini  del  Principe  Cutò,  godeva  fama 
di  peritissima  in  guerra,  e,  specialmeute  nelle  difficili  riti- 
rate, aveva  resi  importanti  servigi  e  recati  gravi  danni  ai 
Francesi.  Volle  adunque  Bonaparte  ad  ogni  patto  far  battere 
la  propria  cavalleria,  ed  appoggiatala  a  destra  ed  a  sinistra 
colla  infanteria  e  colla  artiglieria,  ordinò  a  Murat  (i)  che 
piombasse  sul  nemico  a  Borghetto.  Il  cozzo  fu  agli  Au- 
striaci fatale,  ed  il  bollente  Murat  fece  far  prodigi  a  suoi 
cavalieri  ed  assicurò  la  sua  fama.  Il  nemico  si  ritirò  di  là 
del  ponte  indi  ne  fece  saltare  un  arco  per  impedire  che 
lo  si  seguisse,  ma  un  branco  di  granatieri  condotti  dal 
generale  Gardanne  (2)  guadarono  il  fiume  tenendo  fuor 
d'acqua  le  armi  e  sorpresero  la  retroguardia  austriaca  che 


(1)  Murat  ri.  nel   1767,  m.  nel   181 5. 

(2)  Gardanne  n.  a  Marsiglia  nel  1766,  m.  nel   1816. 


£86 

si  ritirava  verso  Verona.  Il  combattimento  incominciato 
alle  8  del  mattino  ebbe  fine  alle  2  pom.  Quando  Bona- 
parte  passò  il  ponte  poco  mancò  che  rimanesse  prigioniero 
di  un  corpo  austriaco,  il  quale  dal  basso  Mincio  saliva  per 
unirsi  a  Beaulieu.  Pensò  allora  di  formarsi  una  guardia 
personale,  e  sempre  dappoi  l'ebbe  d' intorno  fino  alla  sua 
finale  caduta. 

Beaulieu  (i)  perduta  la  battaglia  ordinò  tosto  a  Liptay 
di  abbandonare  Peschiera  e  difendere  la  ritirata,  come  fece, 
ed  alle  cinque  pom.  la  fortezza  non  aveva  più  Austriaci  ; 
un'  ora  dopo  entravano  Augereau  (2)  e  Berthier.  Il  primo 
ricevette  sdegnoso  il  veneto  colonnello  Carrara,  mentre  il 
secondo,  scrive  il  Carrara,  «  si  portò  con  somma  civiltà  al  mio 
alloggio  con  molti  ufficiali  e  mi  chiese  da  mangiare  »  (3). 

Il  Provveditore  Foscarini,  all'  arrivo  sotto  Verona  dei 
primi  Austriaci  annunziatiti  la  disfatta,  atterrito  spedì  im- 
mediatamente il  Tenente  Colonnello  Giacomo  Giusti  presso 
il  generale  Francese  a  Valeggio  «  a  complimentarlo  a  di  lui 
«  nome  e  della  Repubblica,  esibendogli  di  prestarsi  con  tutto 
«  V  impegno  per  somministrargli  ciò  che  occorresse  a  lui  ed 
«  all'armata  da  lui  dipendente  in  quanto  coincidere  potessero 
«  le  regole  della  perfetta  neutralità  »  (4)  e  nello  stesso  tempo 
consegnava  al  Giusti  pel  Bonaparte  un  foglio  col  quale  la 
Repubblica  Veneta  domandava    i    risarcimenti  per  presta- 


(1)  Beaulieu  Pietro  feld  maresciallo  n.  nel  Brabante  il  1725,  ni.  a 
Linz  nel   1819. 

(2)  Augerau   Pietro  Francesco  n   da  un   mercante  di  frutta,  creato 
poi  Duca  di  Castiglione  (1757-1816). 

(3)  Raccolta  Cronologica  1.  e.  Voi.  I,  pag.   115. 

(4)  Storia  Diplom.  1.  e.  pag.   316  e  seg. 


i87 
zioni  e  pc;  danni  infetti  dalle  truppe  francesi  ai  suoi  sud- 
diti di  Brescia  e  Crema. 

Compì  il  Giusti  da  gentiluomo  la  sua  missione  nelle 
prime  ore  del  giorno  31,  ma  Bonaparte  letto  il  foglio 
«  Ho  ben  altro,  disse,  di  che  lamentarmi,  vi  sono  dei  fatti 
che  valgono  assai  più  dei  piccoli  danni  recati  dalle  mie 
truppe.  La  Repubblica  Veneta  lasciò  entrare  gli  Austriaci 
in  Peschiera  contro  le  regole  della  vantata  neutralità  e 
tenne  per  tanto  tempo  ospite  in  Verona  il  nemico  della 
Repubblica  Francese  fratello  del  condannato  Re  »  e  volendo 
il  Colonnello  giustificare  il  proprio  governo  fu  da  Bona- 
parte licenziato  dicendogli  :  «  Fate  sapere  al  Provveditore 
che  si  trovi  oggi  in  Peschiera  ove  ci  vedremo  e  parleremo 
non  potendo  io  accettare  scuse  col  me%{0  di  un  ufficiale  ben- 
ché gradualo  »  (1). 

Il  Giusti  lasciò  il  campo  francese  e  corse  difilato  a 
Verona  a  render  conto  di  sua  missione  al  Provveditore. 
Il  Foscarini,  che  nella  sua  lunga  carriera  diplomatica  avea 
dato  prove  di  destrezza  e  di  fermo  carattere,  in  questa 
occasione  partecipò  alla  debolezza  d'animo  ed  alle  peritanze 
da  cui  era  affetto  il  suo  governo.  Al  racconto  che  gli  fece 
il  Giusti  crebbero  i  suoi  timori  e  prima  di  partire  per 
Peschiera  scriveva  al  Senato:  «  Parto  sul  momento  e  conduco 
meco  il  circospetto  Segretario,  Dio  voglia  benedire  i  miei  voti, 
il  mio  olocausto  pel  bene  della  patria  »  (2),  parole  che  troppo 
chiaramente  indicavano  lo  stato  dell'animo  suo.  Il  ricevi- 
mento che  gli  fece  il  Bonaparte  non  fu  infatti  il  più  lu- 


(1)  Race.  Cronol.  Storica  1.  e.  pag.  116. 

(2)  Storia  Dipi.  1.  e.  p.   167. 


lòò 

singhiero.  Erano    presenti  al  dialogo   il    generale  Berthier 

e  Rocco  Sanfermo  segretario  del  Provveditore. 

A  Bonaparte  era  insopportabile  il  rispetto  alla  neutra- 
lità proclamata  da  Venezia  ;  egli  nella  sfrenata  sua  corsa 
di  guerra  non  volea  né  impedimenti,  nò  riguardi,  e  nella 
sua  albagìa  voleva  che  nulla  fosse  a  lui  di  ostacolo;  egli 
in  quel  giorno  si  sentiva  non  solo  fortunato  guerriero,  ma 
dittatore,  re,  dispositore  d'ogni  cosa.  In  tale  stato  d'animo 
gridò  e  si  lamentò  col  Foscarini,  contro  la  Repubblica 
Veneta  perchè  avea  lasciati  entrare  gli  Austriaci  in  Pe- 
schiera, per  guadagnare  la  quale,  disse  con  vera  menzogna 
che  avea  sacrificato  1500  uomini,  e  si  lamentò  perchè  il 
Senato  avea  dato  ricetto  a  tanti  emigrati  e  specialmente 
per  due  anni  al  Conte  di  Lilla  pretendente  al  trono  di 
Francia,  che  se  poi  era  stato  sfrattato  ciò  non  era  avve- 
nuto per  spontanea  volontà  della  Repubblica  ma  solo  per 
timore  «  e  questi,  soggiungeva  egli,  sono  ben  maggiori  delitti 
che  quello  di  dlcuui  danni  recati  a  Crema  ed  a  Brescia  da 
miei  soldati  (1).  Lo  sbigottito  Foscarini  difese  se  stesso  e 
la  Repubblica,  ma  Bonaparte  coli'  aspetto  sempre  adirato 
disse,  con  altra  menzogna,  di  aver  ricevuto  ordine  dal  Di- 
rettorio di  abbruciare  Verona  se  non  gliela  avessero  con- 
segnata  pacificamente  e  che  già  il  general  Massena  era  in 
viaggio  per  eseguir  l'ordine.  «  Ogni  sito  sformo,  scriveva  il 
Foscarini  al  Senato,  per  convincere  od  attenuare  almeno  nel- 
l'  animo  di  questo  giovane  generale  ebbro  di  ambizione  e  di 
gloria  il  senso  violento   che   avea   manifestato  fu  vano  e  non 


(1)  Raccolta  Cron.  ragionata  1.  e.  png.   119. 


1 89 
potei  ottenere  altro  che  una  dilazione  di  ore  »  1 1  concessa 
come  il  vincitore  detta  legge  al  vinto. 

1/ aspetto  dell'intimorito  Provveditore,  e  la  disarmata 
neutralità  della  nostra  Repubblica  aveano  incitato  il  Bona- 
parte  a  maggiormente  spaventare  l' Inviato  Veneziano,  che 
così  bene,  pur  troppo,  rappresentava  gli  errori  e  la  debo- 
lezza della  Regina  del  mare.  Lo  stesso  Bonaparte  nel  suo 
Dispaccio  20  Luglio  al  Direttorio  (2)  confessa  di  avere  in 
quell'occasione  mentito  e  che  ciò  avea  tatto  per  intimo- 
rire, riuscendovi  perfettamente. 

Terminato  il  colloquio  il  Foscarini  ritornò  a  Verona 
ed  ordinò  al  generale  Salimbeni  di  ricevere  in  città  il  ge- 
nerale Massena  colla  sua  divisione,  la  quale  entrava  infatti 
il  giorno   i*  Giugno. 

Non  è  a  dire  quanto  sgomento  e  quanta  indignazione 
fosse  negli  animi  de'  Veronesi,  quanto  il  dolore  di  Ve- 
nezia appena  corsa  la  notizia  di  sì  finto  procedere  del  Bo- 
naparte (3).  «  Nel  Senato,  scriveva  Gasparo  Lippamano  al 
Quirini  ambasciator  Veneto  a  Parigi,  il  dolore,  la  confusione, 
V imbarderò  ed  il  [errore  sono  in  tutti  gli  ordini  e  nella  faccia 
d'i  tutti.  Onesto  eccesso  di  malafede  non  me  lo  sarei  aspettato  ». 
E  sebbene  Bonaparte  lasciasse  ancora  in  Verona  il  governo 
civile  in  mano  della  Repubblica  «  pure  da  questo  dì  inco- 
minciò la  caduta  della  Repubblica  »  (4).  Gli  storici  del  Bo- 
naparte, compreso  Thiers,  passano  sopra  a  queste  iniquità, 


(1)  Race.  Cron.  ragionata  1.  e.  pag.   120. 

(2)  Correspondence  de  Napoleon  I.  Doe.  X.  770. 

(3)  Sariatti  Mem.  del  Doge  Lodovico  Manin.  Venezia  1886,  p.XLII. 

(4)  Race.  Cron.  ragionata  1.  e.  pag.   122. 


9o 

esclama  qui  un  recente  storico  Francese  (i)  «  e  ciò  mostra 
qua!  fede  meritano  le  apologie  del  eBonaparte  sulla  caduta 
della  Repubblica  veneta.  Le  minacele  e  le  confessioni  erano 
indegne  della  Francia.  Se  invece  di  mostrarsi  sommesso  Fo- 
scarini  avesse  fatto  suonare  a  stormo,  se  il  Senato  avesse  ri- 
sposto coli'  armamento  delle  lagune,  se  la  Venezia  tutta  si 
fosse  sollevata^  vi  sarebbero  state  molte  vittime,  molte  città 
avrebbero  sofferto,  ma  la  Repubblica  sarebbe  stata  salva,  come 
lo  furo) io  la  Spagna  nel  1810  e  la  Russia  nel  18 12.  Il  pa- 
triottismo non  ha  gradi  e  la  diseredazione  degli  Stati  auto- 
rità ogni  sollevazione,  ogni  rappresaglia.  Gli  storici  Francesi 
abbagliati  dalla  gloria  imperiale  non  condannarono  le  male 
arti  contro  Venefici,  tua  non  per  questo  la  storia  deve  sempre 
inchinarsi,  e  dimentica  de'  suoi  doveri  perpetuamente  far  di 
cappello  al  successo  »  (2). 

Subito  dopo  il  combattimento  di  Borghetto  una  sta- 
fetta  che  era  diretta  a  Milano  portò  a  Mocenigo  una  let- 
tera del  Bonaparte  con  cui  gli  annunciava  la  riportata  vit- 
toria (3).  E  quando  Mocemgo  seppe  che  il  Provveditore 
non  si  oppose  all'  entrata  de'  Francesi  in  Verona,  disse 
all'  amico  suo  il  Conte  Francesco  Martinengo  Cesaresco  : 
«  Il  leone  si  è  addormentato  e  quando  si  sveglierà  non 
troverà  più  le  sue  ali  sul  dorso,  uè  il  suo  libro  fra  le 
zampe,  e  non  sarà  più  il  leoa  di  S.  Marco  »  (4). 


(1)  Caduta  d'una  Repubblica  -  scritta  da  Edmondo  Bonnal  trad. 
dell'Ughi.  Venezia   1881,  pag.  69. 

(2)  Bonnal  1.  e.  pag.  69-70. 

(3)  Corresp.  de  Nap.  I. 

(4)  Udita  dalla  bocca  stessa  del  Conte  Prancesco  Martinengo  Ce- 
saresco amico  del  Mocenigo. 


191 

Il  Provveditore  Foscarini  corrucciato  pel  trattamento 
usatogli  da  Bonaparte  e  per  la  previsione  della  prossima 
totale  rovina  della  patria  ottenne  dal  Senato  d'essere  tolto 
dalla  carica  che  occupava.  I  Savi  allora  sapendo  essere  il 
loro  collega  Francesco  Battaggia,  Commissario  presso  l'e- 
sercito francese,  in  buoni  rapporti  con  Bonaparte,  lo  pro- 
posero successore  al  Foscarini,  sperando  forse  che  colla  sua 
parola  potesse  indurre  a  più  miti  propositi  il  fortunato 
guerriero. 

Il  perchè  un  giorno  della  prima  metà  di  Giugno  com- 
parve in  Brescia  il  nuovo  Provveditore  rrendendo  alloggio 
nel  Monastero  di  S.  Faustino  maggiore,  abitazione  che  ri- 
tenne fino  alla  sua  cacciata  da  Brescia  (Marzo  1797).  Fran- 
cesco Battaggia  di  illustre  famiglia  nacque  in  Venezia  nel 
1743  da  Giovanni  ed  Elisabetta  Corner.  Ebbe  la  sua  prima 
educazione  in  famiglia,  compiuta  poi  in  Padova.  Giovane 
ancora  ebbe  posto  in  Senato.  Dicesi  che  a  lui  presto  arri- 
dessero le  massime  francesi,  ma  forse  più  ancora  il  pen- 
siero di  riforme  a  più  libero  reggimento  della  Repubblica. 
Entrato  nel  collegio  de'  Savi  votò  sempre  per  la  neutralità 
disarmata. 

Scelto  insieme  all'altro  patrizio  Nicola  Erizzo  Commis- 
sari del  Governo  di  S.  Marco  presso  gli  eserciti  belligeranti, 
il  Battaggia  vide  Bonaparte  e  tosto  divenne  ammiratore  del 
suo  genio,  del  suo  carattere,  della  sua  attività.  Egli  aveva 
avuti  dal  suo  governo  ampli  poteri  nel  territorio  fra  l'Adda 
ed  il  Mincio,  che  era  già  tutto  occupato  dai  Francesi. 

Nella  amministrazione  dell'  alta  sua  carica  si  trovò  in 
disaccordo  coi  Podestà  di  Brescia,  Bergamo  e  Crema  pa- 


192 

trizii  veneziani  e  franchi  conservatori.  I  gallofili  bresciani 
lo  vedevano  di  mal  occhio  quale  rappresentante  di  S.  Marco, 
i  conservatori  lo  accusavano  come  troppo  francese,  e  gli 
uni  egli  altri  non  Mi  negavano  l' interesse  che  metteva  a 
prò  di  cittadini,  perchè  se  il  Battaggia  fu  parco  ed  equivoco 
colle  sue  relazioni  al  Senato  facendo  nascere  in  Venezia 
dei  dubbi  intorno  alla  sua  patriottica  fede,  ninno  tuttavia 
dimenticò  la  ditesa  della  giustizia  pel  benessere  economico 
dei  cittadini. 

Fanno  testimonianza  la  difesa  del  Cardinal  di  Ferrara 
al  cospetto  di  Bonaparte,  le  sue  discussioni  con  Saliceti  af- 
finchè mettesse  un  argine  all'  ingordigia  dei  Commissari 
ed  appaltatori  dell'armata,  che  pretendevano  più  del  dop- 
pio di  quello  che  ai  corpi  militari  abbisognasse,  ed  ottenne 
poi  diminuzione  di  ingiuste  imposizioni.  Verso  la  Repub- 
blica fu  ne'  suoi  atti  più  passivo  che  attivo,  come  poco 
si  curava  di  frenare  i  gallofili  e  i   giacobini  della  città. 

Con  tutto  ciò  scoppiata  la  Bresciana  rivoluzione  Marzo 
1797)  fu  dai  Bresciani  scacciato  e  nessuno  lo  pianse.  Rice- 
vuto in  Venezia  udì  essere  dai  vecchi  patrizii  accusato  di 
tradimento,  eppure  il  governo  lo  annoverò  fra  gli  Avogadori. 

Entrati  poco  dopo  i  Francesi  in  Venezia  il  Battaggia  si 
corruccio  quando  vide  la  Regina  del  mare  tutta  schiava  di 
Francia  ed  ancor  più  si  addolorò  quando  Bonaparte,  in  cui 
egli  avea  posta  tanta  fiducia,  vendette  Venezia  all'Austria 
col  trattato  di  Campoformio,  e  la  terra  ferma  fino  all'Adige; 
ed  al  suo  dolore  non  sopravisse,  essendo  morto  nel  1799. 

Il  primo  Giugno  arrivarono  in  Brescia  i  prigionieri 
fatti  a  Boi-ghetto,   fra  i  quali    il    Principe  Cutò  ferito  alla 


193 
testa  ed  il  Tenente  Colonnelli)  Agostino  Colonna  di  Sti- 
gliano Comandanti  della  cavalleria  Napoletana  e  furono 
condotti   nel  Monastero  di   S.   Faustino  (i). 

E  frattanto  la  società  Bresciana  sbalordita  dinnanzi  a 
tanto  strepito  di  guerra  chiedeva  notizie  intorno  a  quel 
giovane  condottiero  che  fino  allora  potea  dire  come  Cesare 
—  veni,  vidi,  vici.  Noi  immaginiamo  che  cosa  avranno 
risposto  i  baldi  ufficiali  francesi,  i  cortigiani  del  generale  e 
gli  emissari  del  Direttorio,  ma  quei  racconti  non  erano 
né  potevano  essere  storia,  bensì  entusiastiche  parenesi  del 
giovane  Corso. 

La  storia  vera  lasciò  che  la  passata  generazione  nar- 
rasse, scrivesse,  elogiasse  fin  che  ^olea,  ma  frattanto  essa 
considerava,  esaminava  i  fatti,  le  memorie  ed  i  documenti 
e,  sceverando  il  vero  dal  falso  1'  esagerato  dal  positivo,  è 
oggi  in  grado  di  giudicare  il  Bonaparte  tal  quale  visse 
ed  operò. 

Il  giovane  condottiero  era  Corso  ed  ancora  non  avea 
26  anni  quando  venne  in  Brescia.  x\veva  temperamento, 
istinti,  passioni  ed  immaginazione  in  modo  smisurato,  non 
somigliava  punto  a  suoi  concittadini,  a  suoi  contemporanei 
ma  pareva  uomo  d'altra  razza,  d'altra  età. 

Allevato  a  spese  del  Re  in  una  scuola  francese  a  Brienne 
si  dichiarò  apertamente  Corso  con  Paoli.  Passato  nel  Col- 
legio militare  a  Parigi  perseverò  ne'  suoi  sentimenti.  Corso 
di  nazione  e  di  carattere,  scriveva  allora  il  suo  professore  di 
storia,  «  Bonaparte  andrà  lontano  se  le  circostanze  saranno 


(1)  Avanzini,  pag.  8  -  Moresca,  pag.   38. 


194 

a  lui  favorevoli  ».  Uscito  dalla  scuola  di  oruarni^ione  in 
Valenza  e  ad  Auxonne  volle  farsi  scrittore,  ma  poco  cono- 
sceva l'ortografìa,  dice  Taine  (i),  ignorava  l'arte  della  lingua, 
il  senso  proprio  delle  parole,  la  mutua  convenienza  delle 
frasi,  egli  camminava  violentemente  secondo  i  dettami 
dell'  indole  sin  attraverso  ad  incoerenze,  ad  italianismi,  a 
solecismi,  per  inesperienza,  per  eccesso  di  ardore  e  di  foga  ; 
solo  alcuni  pochi  concetti  indicavano  che  la  stoffa  di  quel 
giovane  era  fine  e  fuor  della  comune.  Bonaparte  mante- 
nuto nei  due  collegi  a  spese  del  pubblico  erario,  non  sentì 
di  prender  parte  per  l'antico  regime,  gli  piacque  però  di 
essere  gentiluomo,  ringraziò,  e  nuli'  altro.  Povero,  tor- 
mentato dall'  ambizione,  lettore  di  Rousseau,  patrocinato 
da  Ravnal,  Bonaparte  parla  col  gergo  dei  tempi,  ma  non 
gli  crede,  le  frasi  di  moda  sono  per  lui  un  decente 
drappo  d'accademia;  non  è  vinto  nò  dal  berretto  rosso,  né 
dalla  illusione  democratica,  non  prova  che  disgusto  per 
la  rivoluzione  effettiva  e  per  la  sovranità  del  popolaccio. 
Essendo  in  congedo  il  20  Giugno  1792  nel  forte  della 
lotta  fra  la  monarchia  ed  i  rivoluzionari  assiste  come  sem- 
plice curioso  all'  invasione  delle  Tuilleries,  e  vedendo  ad 
una  finestra  il  re  coperto  con  un  berretto  rosso  esclama 
con  voce  abbastanza  alta  :  oh  !  che  minchione  ;  come  si  è 
lasciata  entrare  questa  canaglia,  si  dovrebbe  spazzarne  coi 
cannoni  qualche  centinaio,  ed  il  resto  andrà  da  se.  —  Il  io 
Agosto  al  suono  delle  campane  a  martello  il  suo  disprezzo 


(1)  Bonaparte  scrisse  :  T)iscours  sur  les  verilcs  qu'  ils  importe  le 
plus  d'iuculqticr  aux  hommes  pour  leu)  bonheur.  Lettres  de  la  Corse  de- 
diees  a  l'abbi  Raynal  ijgo. 


195 
è  uguale  così  pel  re  come  pel  popolo.  In  seguito  forzato 
il  castello  percorre  le  Tuilleries,  guarda,  osserva  e  non 
fa  motto  ;  nessuna  delle  credenze  politiche  e  sociali  che 
avevano  allora  tanto  impero  sopra  gli  uomini  ha  potere 
sopra  di  lui;  riflessivo,  non  pensa  che  al  suo  io.  Prima 
del  9  termidoro  sembra  un  repubblicano  montagnardo  e 
va  per  qualche  mese  in  Provenza  ed  al  fianco  di  Robe- 
spierre, il  giovane  vede  per  la  prima  volta  l'Italia,  ma 
dopo  quel  dì  si  toglie  bruscamente  da  quella  amicizia  com- 
promettente. Ritorna  a  Parigi,  rifiuta  d'andare  in  Vandea  ; 
il  giacobinismo  tramontava  ed  esdi  si  avvicina  ai  Termi- 
doriani  ed  alla  loro  Ninfa  Egeria,  Madama  Tallien,  presso 
la  quale  conobbe  per  la  prima  volta  Giuseppina  Beauhar- 
nais  ed  il  generale  fioche  suo  rivale.  Egli  però  si  mette 
sotto  il  patronato  di  Barras  il  più  sfrontato  dei  rivoluzio- 
nari che  avea  rovesciato  e  tatti  uccidere  due  suoi  protet- 
tori, uno  de'  quali  il  Beauharnais.  Fra  il  fanatismo  che 
invade  ed  i  partiti  che  si  urtano,  il  giovane  Corso  rimane 
freddo,  indifferente,  disponibile  e  solo  devoto  alla  sua  for- 
tuna. Quando  la  Convenzione  citò  Paoli  a  Parigi  egli 
scrisse  per  difenderlo,  ma  quando  Paoli  gli  confidò  che 
volea  staccarsi  di  Francia  appoggiandosi  all'  Inghilterra  la 
ruppe  con  lui,  e  fu  allora  che  l'Assemblea  Corsa  dichiarò 
i  Bonaparte  perturbatori  dell'  ordine  pubblico.  Fu  spedito 
quale  capitano  d'  artiglieria  al  6°  reggimento  all'  assedio 
di  Lione  difesa  dai  federalisti  contro  la  centralizzazione. 
Vinta  Lione  ritornò  a  Parigi  e  presentossi  a  Barras  con 
espressioni  sì  esagerate  di  demagogia  che  gli  accrebbero 
le  simpatie  del  protettore  il  quale  soleva  dire  «  come  non 


avrei  amato  Bonaparte  che  tanto  somigliava  a  Marat  ch'io 
adorai  ».  Barras  ottenne  che  il  giovane  capitano  d'  arti- 
glieria fojse  nominato  capo  di  battaglione  e  spedito  all'as- 
sedio di  Tolone  difesa  dagli  inglesi  ed  alleati,  e  colà  ebbe 
il  comando  d'artiglieria.  A  iuta  Tolone  a  Bonaparte  si  attri- 
buirono anche  i  meriti  di  Masse  uà  ;  e  ritornato  a  Parigi 
nel  Comitato  di  salute  pubblica  dispiegò  dinnanzi  a  Carnot 
talenti  topografici.  Barras  il  12  vendemmiale  lo  chiama 
e  gli  chiede  se  seutivasi  in  caso  di  sbarazzare  le  Tuilleries 
dai  Convenzionalisti.  Bonaparte  prende  pochi  minuti  per 
riflettere  poi  decide  di  far  scomparire  il  Comitato  di  Sa- 
lute Pubblica  sostituendo  1'  impero  della  forza  a  quello 
della  libertà  licenziosa.  Impianta  l'artiglieria  in  taccia  alla 
via  di  S.  Onorato  ed  inesorabilmente  mitraglia  le  sezioni 
di  S.  Rocco  e  la  tur  ha  ammutinata,  e  lascia  dietro  a  se 
tre  o  quattrocento  ira  uccisi  e  feriti  ;  così  arriva  fino  alle 
Tuilleries.  Fu  questa  la  prima  sconfitta  della  piazza,  fat- 
tosi per  tal  modo  condottiero  diventa  di  più  in  più  indi- 
pendente e  sotto  1'  apparenza  della  sommissione,  col  pre- 
testo del  pubblico  interesse  comincia  a  fare  il  suo,  egli 
è  già  per  suo  conto  generale  e  condottiero  della  più  grande 
specie.  Egli  aspira  già  alle  più  alte  sommità  senza  punti 
di  fermata,  se  non  anche  la  ghigliottina  od  il  trono.  Il 
vecchio  Schòrer  condottiero  della  così  detta  armata  d'Italia 
dovea  essere  sostituito;  Bonaparte  e  la  futura  sua  sposa 
si  agitano,  brigano  e  cospirano  ed  il  generaletto  viene  pre- 
ferito a  Massena  e  ad  Hochc  e  nominato  generale  dell'ar- 
mata d'  Italia.  Sposata  Giuseppina  parte  per  Nizza  e  da 
quel  dì  impone  a  se  stesso  un   programma  e  un  contegno; 


i97 
i  vai  fulminei  tengono  a  distanza  e  intimoriscono  i  più 
audaci.  Nel   suo   passaggio   da  Lione   l'ammiraglio  Decres 

amico  suo  va  a  visitarlo,  io  corro,  scrive  egli,  pieno  di 
contentezza,  si-  apre  la  porta  vado  per  abbracciarlo,  quando 
il  suo  contegno,  il  suo  sguardo,  la  sua  voce  mi  arrestano. 
Nulla  vi  era  in  lui  di  ingiurioso,  ma  da  quel  dì  non  tentai 
più  di  avvicinarmi  a  lui. 

Arrivato  a  Nizza  trova  36  mila  francesi  o,  come  al- 
lora diceasi,  giacobini  senza  vesti,  senza  denaro,  senza  ca- 
valli, senza  provvigioni,  ma  pieni  di  coraggio,  di  ardore 
repubblicano,  e  frammezzo  a  loro  dei  valenti  capitani. 
Bonaparte  saluta  tutti  ma  si  astiene  da  ogni  famigliarità 
repubblicana,  smette  il  tu  caratteristico  dei  democratici, 
si  atteggia  seriamente  a  capo  d'armata  ed  impone  benché 
sia  il  più  giovane  di  età.  Ai  generali  distribuisce  quattro 
luigi  per  uno,  ed  ai  soldati  dice  :  «  Voi  malpasciuti,  voi 
malvestiti,  ed  il  Governo,  che  a  voi  deve  tutto,  per  voi 
nulla  fa,  ma  io  vi  condurrò  nel  paradiso  terrestre,  colà 
piani  ubertosi,  grandi  città,  tante  provincie.  Là  vi  aspet- 
tano onore,  gloria,  amore,  ricchezze  ». 

Arriva  in  Albenga  ove  pone  il  suo  Quartiere  generale 
e  vi  chiama  i  generali  di  divisione  ad  udire  i  suoi  or- 
dini. Quei  generali  sono  maldisposti  verso  il  piccolo  con- 
dottiero spedito  da  Parigi,  il  favorito  di  Barras,  il  mitra- 
gliatore vendemmiano  orenerale  di  città.  Così  dicea  il 
rustico  ed  eroico  Augereau  riero  della  sua  alta  statura  e 
prodezza  nell'armi,  figlio  della  piazza.  Sono  introdotti  da 
Bonaparte  il  quale,  fattosi  prima  attendere,  compare  ve- 
stito colla  sua  solita  giubba,  colla  spada  al  fianco,  si  copre 


198 

il  capo,  gira  su  tutti  i  generali  un  vivissimo  sguardo  scru- 
tatore, spiega  le  sue  disposizioni,  dà  i  suoi  ordini,  indi  si 
congeda.  Augereau  resta  muto  e  non  è  che  fuor  di  quella 
casa  che  è  capace  di  dire  parole  piazzaiuole,  e  conviene 
con  Masseria  che  quel  piccolo  arnese  di  generale  gli  ha 
fatto  paura  e  non  può  comprendere  la  for^a  da  cui  si  sentì 
schiacciato  al  primo  colpo  d'occhio  che  vibrò  su  di  lui. 

L'armata  Francese  finalmente  si  mosse  e  noi  già  con- 
siderammo le  pronte  vittorie  ed  i  segnalati  trionfi  dall'Alpi 
a  Milano.  Notiamo  però  che  la  storia  della  brillante  cam- 
pagna d'Italia,  quale  si  apprende  oggi  dai  documenti,  risulta 
un  po'  diversa  da  quella  trasmessaci  da  Bonaparte  stesso 
nell'epistolario,  nella  corrispondenza  col  Direttorio  e  nel 
memoriale  di  Sant' Elena,  e  da  quella  che  Thiers  ed  altri 
storici  raccolsero  dagli  innamorati  veterani.  A  Montenotte 
chi  riparò  alcuni  sbagli  di  Bonaparte  fu  Massella,  a  Dego 
e  Mondovì  Augereau  ed  il  suo  braccio  destro  occuparono 
le  posizioni  senza  ordini  e  decisero  della  vittoria,  ma  Bo- 
naparte comparve  sempre  a  tempo  per  attribuirsi  tutto  il 
merito,  uè  c'era  alcuno  che  volesse  o  potesse  dire  il  con- 
trario. 

Le  trattative  di  Cherasco  fecero  perdere  de'  giorni  pre- 
ziosi e  diedero  tempo  a  Beaulieu  di  eseguire  ordinatamente 
la  sua  ritirata  a  proteggere  la  quale  lasciò  5  mila  uomini 
sulla  sinistra  dell'Adda.  Bonaparte  giunse  sull'altra  sponda, 
battè  il  nemico  e  passò  il  ponte,  ma  gli  Austriaci,  secondo 
gli  odierni  tattici,  aveano  raggiunto  il  loro  scopo  e  s'  ap- 
poggiano al  Mincio  non  molestati  perchè  Bonaparte  non 
li  insegue  ma  si  volge  verso  Milano. 


199 
Quest'ultimo  fatto  d'armi  non  tu  una  battaglia,  disse 
Bonaparte  al  Vescovo  di  Lodi  che  lo  visitava,  fu  poco 
più  d'una  scaramuccia  ;  ma  pei  suoi  fini  volle  tosse  cal- 
colata come  una  grande  battaglia  che  incoronava  la  con- 
quista della  Lombardia  Austriaca.  Ed  intatti  nella  sua  cor- 
rispondenza col  Direttorio  magnificava  quel  combattimento, 
e  da  quel  dì  trovossi  abbastanza  torte  e  potente  da  scri- 
vere al  Direttorio  ciò  che  voleva;  da  quel  dì  cominciò 
a  fare  da  sé  non  chiedendo  il  di  farsi,  ma  solo  annun- 
ciando ciò  che  avea  fatto.  La  spiegata  sua  alterezza  gli 
procurò  alacri  nemici  nel  Governo  di  Parigi,  ma  nessuno 
avea  coraggio  di  abbassare  un  uomo  che  in  poco  più  di 
un  mese  avea  conquistato  tanto  paese  ed  avea  mandato 
milioni  e  capilavori  d'  arte  a  Parigi.  Bonaparte  era  pa- 
drone della  sua  posizione  e  poco  gli  importava  di  Italiani 
e  di  Francesi  ;  era  pronto  a  barattare  i  primi  coi  Paesi 
Bassi  e  ad  annientare  la  democrazia  dei  secondi;  non  pen- 
sava che  a  sé  stesso  ed  alla  sua  gloria.  Dopo  l'occupazione 
di  Verona  Bonaparte  cominciò  a  fare  da  sé  il  Politico  ed 
il  Diplomatico;  si  indirizzava  ai  Ministri  accreditati  presso 
s:li  Stati,  trattava  con  amici  e  nemici,  indi  scriveva  a  Pa- 
rigi,  ma,  dice  il  Bonnat,  la  sua  diplomazia  si  risolveva 
nell'arte  di  costringere  più  che  di  persuadere. 

Ecco  coni'  era  quel  fortunato  e  valoroso  guerriero  di 
cui  i  Bresciani  andavano  chiedendo  notizie  e  che  rivede- 
vano di  nuovo  in  Brescia  ai  5  Giugno.  E  noi  a  comple- 
tare il  ritratto  morale  del  Bonaparte  termineremo  questo 
capitolo  narrando  un  fatto  successo  nella  nostra  città  qual- 
che giorno  dopo  la  battaglia  di  Borghetto. 


200 

Andata  a  male  la  prima  proposta  d'  una  lega  italica 
contro  la  Francia,  il  Governo  di  Napoli  si  era  collegato 
cogli  Inglesi  e  cogli  Austriaci,  ed  a  Tolone  si  distinsero 
coi  primi  i  suoi  granatieri,  e  coi  secondi  la  sua  cavalleria; 
ma  fattasi  dalla  Francia  la  pace  colla  Spagna,  col  Pie- 
monte, colla  Toscana,  il  Re  di  Napoli  si  decise  di  ini- 
ziare anch'  esso  delle  trattative  col  Bonaparte  e  si  stabili 
un  armistizio  a  patto  che  il  campo  militare  napoletano 
unito  agli  austriaci  ritornasse  a  Napoli.  Richiamato  allora 
da  Madrid  il  suo  rappresentante  D.  Antonio  Pignatelli 
Principe  di  Belmontc  lo  mandò  a  trattare  col  vincitore 
dell'alta  Italia.  La  scelta  tu  ottima  perchè  quel  gentiluomo 
era  dotato  di  molta  intelligenza  e  di  estese  cognizioni, 
abituato  agli  affari,  di  carattere  fermo,  di  modi  gentili  era 
quindi  assai  adatto  alle  circostanze  di  que'  giorni,  e  tornò 
a  sua  lode  che  In  uno  dei  pochi  venuti  al  cospetto  di 
Bonaparte  non  intimidito  nò  ammaliato  dal  suo  sguardo 
o  dalla  sua  parola.  Belmontc  si  portò  in  Toscana  ove  da 
Manfredini  hi  presentato  a  Miot  ministro  francese  che  gli 
si  offerse  pacero.  Da  Firenze  venne  a  Crema  credendo  che 
colà  tosse  Bonaparte,  ma  gii  si  disse  che  aveva  presa  la 
via  di  Brescia.  Corse  qui,  e  il  generale  era  partito  per 
Calcinato.  Lasciata  la  sua  carrozza  all'  albergo  del  Gam- 
bero, col  corriere  Gomez  in  una  specie  di  calesse  a  quattro 
ruote  col  solo  abito  che  si  trovava  in  dosso  arrivò  a  Cal- 
cinato ove  udì  che  il  generale  erasi  già  portato  agli  avam- 
posti. Aspettò  fino  al  seguente  mattino  in  cui  seppe  della 
battaglia  di  Borghetto  e  della  prigionia  dei  suoi  concitta- 
dini Principe  Cutò  ed  Agostino  Colonna.  Il  31   si  portò  a 


201 

Valèggio  mentre  Bonaparte  era  già  a  Peschiera,  ove  lo  rag- 
giunse. Alle  9  del  mattino  dello  stesso  giorno  fu  intro- 
dotto dal  generale  clic  lo  ricevette  con  cortesia  ma  con 
un  tono  di  superiorità.  Consegnate  le  credenziali  ed  esposto 
il  desiderio  di  pace  per  parte  del  suo  Re,  Belmonte  chiese 
la  conferma  dell'armistizio  :he  in  massima  non  fu  da  Bo- 
naparte rifiutata;  ma  quando  si  avviarono  le  trattative  per 
la  pace  incominciarono  le  gravose  esigenze  del  Generale, 
con  franchezza  e  forza  dal  Belmonte  ripudiate.  Si  batte- 
rono per  più  di  tre  ore,  e  finirono  a  non  accordarsi.  Bo- 
naparte malcontento  di  aver  dinnanzi  un  uomo  che  non 
si  piegava  a  suoi  voleri  conchiuse:  «  Veggo  che  le  vostre 
istruzioni  non  sono  d'accordo  colle  mie,  dovremmo  dispu- 
tare ancora,  per  molte  ore,  ed  io  sono  così  affollato  d'af- 
fari che  non  ho  tempo.  Dopo  domani  sarò  libero  e  mi 
porterò  a  Brescia  per  poi  passare  a  Milano  ove  troverò 
Miot  e  Saliceti  ».  Belmonte  acconsentì,  e  lasciata  Peschiera 
giunse  qui  il  2  Giugno  smontando  all'Albergo  del  Gam- 
bero. Bonaparte  dovea  trovarsi  in  Brescia  il  3  ma  invece 
mandò  lettera  di  scusa  pel  ritardo,  e  frattanto  Y  Inviato 
delle  Due  Sicilie  visitava  in  S.  Faustino  i  militi  napole- 
tani. La  sera  del  4  giunse  inaspettato  in  Brescia  Miot, 
stanco  di  attendere  il  Bonaparte  a  Milano,  e  scese  alla 
Regina  d' Inghilterra  (1).  Belmonte  fu  a  visitarlo  e  da  lui 
seppe  che  Azara  ministro  di  Spagna  e  fanatico  gallofilo 
brigava  con  Saliceti    perchè  non  si  accettasse  1'  armistizio 


(1)  Ora  casa  del  Conte  A.  di  Zoppola,  Via  Trieste,   34. 


202 

con  Napoli  come  dannoso  alla  Francia.  Il  5  ritornò  in 
Brescia  Bonaparte  e,  rifiutato  uno  splendido  alloggio  pro- 
postogli, volle  ritornare  presso  F  abate  di  Sant'  Eufemia. 
Miot  fu  subito  da  lui,  e  nella  stessa  sala  di  ricevimento 
dell'  abate  si  ripresero  le  trattative  fra  Bonaparte  e  Bei- 
monte  alla  presenza  di  Miot  ;  qui  lasciamo  la  parola  al 
sig.  Maresca  che  sopra  documenti  Francesi  e  Napoletani 
ricostituì  non  è  molto  la  storia  della  pace  fra  le  Due  Si- 
cilie e  Francia  nel  1796,  interessante  lavoro  che  ha  un 
capitolo  intitolato  «  Armistizio  di  Brescia  »  (1).  Miot  fu 
prima  solo  da  Bonaparte  e  fece  to.»to  cadere  il  discorso 
sulla  presenza  di  Belmonte  a  Brescia  e  gli  propose  di 
mettere  fri  le  condizioni  dell*  armistizio  la  chiusura  dei 
porti  del  Regno  agi'  Inglesi,  ma  Bonaparte,  che  già  aveva 
avuto  agio  di  notare  dai  discorsi  tenuti  coli'  inviato  napo- 
letano che  non  era  cosa  facile  ad  ottenersi,  rispose  brusca- 
mente, essere  questa  politica  da  diplomatici,  pel  momento 
far  d'uopo  stipulare  che  Napoli  ritirasse  immediatamente 
le  truppe  che  aveva  nell'esercito  austriaco.  Egli  fece  l'elo- 
gio di  queste  :  «  Sapete  che  hanno-  quattro  eccellenti  reg- 
gimenti di  cavalleria  che  mi  hanno  cagionato  molto  male 
e  di  cui  mi  sta  a  cuore  sbarazzarmi  il  più  presto  possi- 
bile? »  Terminò  dicendo  che  gli  facesse  venire  Belmonte 
ed  il  trattato  sarebbe  presto  conchiuso.  Belmonte  venne 
ed  in  presenza  di  Miot  si  ripigliò  la  discussione  special- 
mente su  due  punti  rimasti  controversi,  cioè  l'invio  d'un 


(1)  Maresca  Benedetto  -  La  Pace  del  1796  fra  le  Due  Sicilie 
e  la  Francia,  studiata  sui  documenti  dell' Arch.  di  Stato  di  Napoli. 
Ivi.  Nicola  Iovene  1887,  pag.  50  e  seg. 


203 
Ministro  napoletano  a  Parigi  ed  il  chiudere  i  porti  agli 
Inglesi.  Si  cominciò  dal  secondo  argomento  e  si  dibattè 
a  lungo  cercando  Miot  di  moderare  le  idee  di  Bonapartc. 
Questi  si  mostrò  persuaso  in  parte,  ma  replicò  :  «  Sarà 
dunque  possibile  che  mentre  regni  una  sospensione  di 
ostilità  tra  le  due  potenze,  e  che  la  cavalleria  napoletana 
si  separa  dalla  austriaca,  i  legni  da  guerra  napoletani  si 
mantengano  uniti  alla  squadra  inglese?  Questa  sarebbe  una 
mostruosità.  Bisogna  che  ritornino  nei  loro  porti  ».  Oh  ! 
questo  poi  no,  rispose  Belmonte,  oltre  l' incertezza  degli 
avvenimenti  del  mare  volete  voi  che  restino  in  sequestro 
durante  l'armistizio?  Io  non  posso  acconsentirvi,  come  non 
posso  consentire  a  qualunque  sospensione  di  ostilità  sul 
mare,  se  questa  non  sia  reciproca,  per  assicurarmi  contro 
qualunque  intrapresa  della  squadra  di  Tolone. 

Allora  Miot  ripigliò,  —  io  vi  metterò  d'  accordo.  Con- 
chiudendosi  1'  armistizio  cessano  le  ostilità  sul  continente 
e  la  cavalleria  napoletana  si  separa  dagli  Austriaci  ;  non 
è  vero?  Or  bene  fate  lo  stesso  per  mare.  Ecco  l'articolo 
che  vi  propongo:  «  La  sospensione  d'armi  avrà  luogo  sul 
mare  fra  le  squadre  delle  due  potenze,  durante  la  quale 
i  vascelli  di  guerra  di  S.  M.  il  Re  di  Napoli  si  separe- 
ranno al  più  presto  possibile  dalla  squadra  inglese  ». 
Questo  articolo  concilia  tutto  :  si  evita  la  mostruosità  di 
battersi  in  mare  mentre  esiste  un  armistizio  in  terra:  si 
assicura  la  corte  di  Napoli  durante  1*  armistizio  dalle  in- 
traprese della  squadra  di  Toione  e  si  lasciano  in  libertà 
i  legni  napoletani,  separati  una  volta  dagli  inglesi,  di  an- 
dare liberamente  e  sicuramente  ove  meglio  loro  convenga 


204 

e  di  riunirsi  anche  di  nuovo  alla  sguadra  inglese  qualora 
rompendosi  o  terminando  P  armistizio  si  ripigliassero  le 
ostilità. 

Questo  articolo  così  modificato  da  Miot  non  sconve- 
niva a  Belmonte  e  finì  per  accettarlo.  Si  parlò  poi  del- 
l' invio  del  Ministro  napoletano  a  Parigi  per  la  pace.  Bei- 
monte  volea  che  le  trattative  di  pace  fossero  fatte  a  Basilea 
od  in  qualche  altra  città  neutrale  ma  non  a  Parigi,  e  Bo- 
naparte  si  ostinò  per  ottenere,  come  esso  diceva,  questa 
specie  di  deferenza  dovuta  alla  superiorità  della  Repubblica 
Francese.  Per  la  stessa  ragione  Belmonte  si  mantenne 
fermo  nella  negativa  non  ostante  le  congiunte  premure 
di  Bonaparte  e  Miot.  Anzi  furono  più  d' una  volta  sul 
punto  di  separarsi  senza  concluder  nulla,  quando  Miot  dopo 
aver  riflettuto  alquanto  parlò  così  :  ce  Noi  aspettiamo  fra 
inorili  le  risoluzioni  del  Direttorio  sul  luo^o  in  cui  vi 
saranno  uno  o  più  plenipotenziari  francesi  per  trattar  la 
pace,  questo  luogo  può  essere  Basilea,  Genova,  Firenze  o 
altro  simile.  Può  anche  essere  che  il  Direttorio  voglia 
assolutamente  trattar  la  pace  a  Parigi.  Or  ditemi  voi  si- 
gnor Principe,  in  quest'  ultimo  caso  vorrà  forse  la  corte 
di  Napoli  tralasciare  di  far  la  pace  per  non  mandare  uno 
o  più  plenipotenziari  a  Parigi  ?  Belmonte  rispose  non  po- 
terlo asserire  con  sicurezza  per  non  conoscete  le  inten- 
zioni della  sua  corte  ;  questa  certamente  esser  risoluta  a 
tar  la  pace  purché  le  condizioni  ne  fossero  eque  ed  ono- 
revoli e  venissero  precedute  da  un  armistizio:  potere  forse 
per  conseguenza  condiscendere  all'invio  di  un  negoziatore 
a  Parigi  ;  in  quanto    a    sé    però    non    avere    la    facoltà  di 


2.>5 

permetterlo  nò  molto  meno  di  stipularlo.  Ebbene^  soggiunse 
Miot,  prendiamo  un  mezzo  termine  e,  senza  nominar  Pa- 
rigi diciamo  nel  luogo  che  verrà  designato  dal  Direttorio 
esecutivo.  Però  Belmonte  oppose  che  la  forinola  da  lui 
proposta  al  Generale  nelle  conferenze  di  Peschiera  era  più 
che  sutficente  dicendo  :  «  dai  rispettivi  plenipotenziari  nel 
luogo  a  tal  effetto  designato  ».  Allora  Bonaparte  si  alzò 
dalla  sua  sedia,  prese  il  cappello  e  si  avviò  verso  la  pòrta 
dicendo  :  «  Vedo  bene  che  non  volete  conchiudere  nulla. 
Ho  fretta  di  andare  a  Mihno,  i  cavalli  son  pronti,  vado 
a  mettermi  in  carrozza,  ma  prima  vi  dichiaro  che  ogni 
negoziazione  resta  rotta  fra  noi,  e,  se  il  volete,  da  Milano 
ve  lo  dichiarerò  per  scritto  ».  La  situazione  di  Belmonte 
diventava  critica  ;  Bonaparte  era  già  fuori  della  stanza, 
Miot  prendeva  anch' egli  il  suo  cappello  per  andarsene. 
Se  si  fosse  perduto  quel  momento  1'  armistizio  o  non  si 
sarebbe  più  conchiuso  o  si  sarebbe  dovuto  trattare  a  Mi- 
lano dove  la  presenza  di  Azara  avrebbe  guaste  o  almeno 
rese  difficili  le  trattative.  Costretto  dunque  dalla  necessità 
acconsentì  che  si  dicesse  :  «  nel  luogo  designato  dal  Dlret- 
torlo  ».  Allora  Miot  richiamò  Bonaparte  nella  stanza.  Si 
venne  all'  ultimo  articolo  sul  passaggio  del  corriere  e  su 
questo  non  sorse  alcuna  discussione.  Così  fu  convenuto 
F  armistizio.  Però  Bonaparte  stava  per  partire  e  disse  a 
Belmonte  di  recarsi  a  Milano  ove  si  sarebbero  messi  in 
netto  e  sottoscritto  gli  articoli.  Belmonte  rispose  che  lo 
avrebbe  seguito  a  Milano  a  condizione  però  che  1'  armi- 
stizio portasse  la  data  di  Brescia  e  del  5  Giugno  in  cui 
si  era  convenuto.  Volle  questo  perchè  pubblicandosi  Par- 


206 

mistizio  con  la  data  di  Brescia  e  non  di  Milano  non  si 
sarebbe  potuto  credere  che  Azara,  che  era  a  Milano  in  qua- 
lità di  Ministro  spagnolo  avesse  avuto  parte  nei  negoziati 
o  nella  conclusione  di  esso.  Bonaparte  assenti  e  s'  avviò 
verso  Milano,  ove  due  ore  dopo  lo  seguì  anche  Belmonte. 
Questo  diplomatico-militare  episodio  ebbe  luogo  nella  sala 
di  ricevimento  dell'abate  dello  storico  monastero  di  S.  Eu- 
femia tramutato  in  caserma  militare. 


-isws-  mi.  -e*e-  -©+e-  -©a- 


LA  GUERRA  CONTINUA 


Partito  Bonaparte,  i  nostri  cronisti  non  ci  danno  che 
notizie  dell'arrivo  di  truppe  dirette  al  campo,  del  molti- 
plicarsi dei  militari  in  città,  nonché  di  spedali  aperti  per 
feriti  ed  ammalati  francesi  e  di  prigionieri  e  feriti  austriaci; 
l'Avanzini  (i)  narra  delle  gravissime  requisizioni  di  grano, 
di  fariue,  di  legna,  di  calzature,  e  come  i  provveditori  re- 
quisissero buoi  e  cavalli  necessari  all'agricoltura  e  sforzas- 
sero i  contadini  a  condurli  al  campo,  e  narra  eziandio  come 
nel  giorno  20  Luglio  entrassero  in  città  200  buoi  requi- 
siti, ma  abbandonati  dai  contadini  stanchi  delle  militari 
sevizie  (2). 

La  popolazione  della  città  lamentavasi,  quella  del  ter- 
ritorio dolevasi.  Il  perchè  il  Conte  Giuseppe  Fenaroli  (3) 
pel  Comune  e  Paolo  Spagnoli  pel  territorio,  partirono  il 


(1)  Avanzini  -  1.  e.  p.   14  e  seg. 

(2)  Idem  -  1.  e.  pag.  15. 

(3)  Giuseppe  Fenaroli  di  Bartolomeo  fratello  di  Girolamo  su  ci- 
tato (1765-1825)  ebbe  incarichi  dalla  Repubblica  Veneta,  poi  nel   1804 


2  08 

27  Giugno  per  Verona  onde  protestare  dinnanzi  al  veneto 
Provveditore  generale,  contro  tanti  mali.  Solo  che  il  po- 
vero Foscarini  sbigottito,  e  sul  finire  della  sua  missione, 
per  tutta  risposta  disse:  che  avrebbe  scritto  a  Venezia,  la 


Como  GIUSEPPE  FENAROL! 


quale,  continuando  nella  sua  solita  indolenza  che  dovea 
perderla,  rispondeva  al  Foscarini  che  avrebbe  finta  rimo- 
stranza a  chi  doveasi,  e  frattanto  usasse  vigilanza  e  man- 


da Napoleone  fu  nominato  suo  maggiordomo  e  decorato  della  grande 
Aquila  della  Legion  d'Onore;  Paolo  Spagnoli  ottimo  borghese,  in- 
dustriale, possidente  e  della  Deputazione  del  Teritorio. 


209 

tenesse  i  pubblici  riguardi  e  la  disciplina  (i),  e  mandasse 
al  Battaggia  gli  oratori,  E  quasi  non  bastasse  il  tormento 
s'aggiunse  pei  deboli  l' insulto  e  lo  spregio.,  e  la  mentita 
lagnanza  a  coonestare  le  esorbitanze  delli  invasori.  Valga 
a  testimoniare  la  lettera  indirizzata  dal  grande  condottiero 
al  veneto  provveditore  Battaggia  da  Castiglione  Stiviere  il 

21  Luglio,  u  Cicche,  egli  scrive,  voi  siete  a  Brescia  le 
forniture  per  i  bisogni  dell'armata  sono  cessate;  voi  mi 
avevate  fatto  sperare  che  avreste  rimediato  agli  assalti  che 
si  commettono  e  si  raddoppiano,  voi  mi  avete  promesso 
di  mettere  ordine  e  di  dare  i  locali  per  gli  ospedali,  e 
tutto  è  ridotto  in  uno  stato  miserando.  Il  vostro  prede- 
cessore si  conduceva  favorevolmente  coi  francesi  e  questa 
è  la  ragione  per  cui  cadde  in  disgrazia.  Io  vi  prego  di 
farmi  conoscere  sopra  che  io  debba  contare.  Voi  non  sop- 
porterete che  i  nostri  fratelli  d' armi  muoiano  senza  soc- 
corso entro  le  mura  di  Brescia  o  assassinati  sopra  i  grandi 
stradali.  Se  voi  siete  insufriceute  a  fare  la  polizia  del 
vostro  paese  ed  a  far  provvedere  dalla  città  di  Brescia  ciò 
che  ella  deve  per  1'  erezione  degli  ospedali  e  dei  bisogni 
dell'armata  io  prenderò  delle  misure  più  efficaci  (2)  ». 

E  poiché  il  Provveditore,  a  scongiurare  danni  maggiori, 
mandava  a  Bonaparte  il  colonnello  Andrea  Frattacchio, 
vedasi  quale  esito  irrisorio  s'avesse  la  missione,  come  ne 
riferisce  il  colonnello  stesso  nel    suo  rapporto  inedito  del 

22  Luglio  (5). 


(1)  Storia  Cron.  ragionata  di  Doc.  ined.  Augusta,  t.  I,  p.  134. 

(2)  Corresp.  di  Napol.  I,  N.   79.). 

(3)  Archivio  di  Stato.  Brescia. 


210 

<(  Onorato,  io  colonnello  Andrea  Fratacchio,  dalla  ri- 
spettabile autorità  di  V.  E.  di  partire  la  scorsa  notte  per 
Castiglione  Stiviere  per  consegnare  personalmente  una  let- 
tera di  V.  E.  al  generale  in  capite  Bonaparte  con  alcune 
istruzioni  al  caso  che  avesse  dato  luogo  al  dialogo,  mi 
sono  prestato  ad  ubbidire  alla  commissione  colla  più  sol 
lecita  forma.  Arrivato  a  Castiglione  alle  ore  i  3  di  questa 
mattina  (9  ant.)  mi  sono  fatto  annunciare,  ed  ebbi  in  ri- 
sposta :  che  mi  pregava  di  pochi  minuti  di  dilaziore  tanto 
che  finita  avesse  una  lettera.  Passati  dunque  pochi  minuti 
fui  introdotto  dal  generale  Marat.  Trovai  il  generale  in 
capite  seduto  ad  un  tavolino  il  quale  mi  ricevè  grazios.i- 
mente.  Fatto  il  dovuto  complimento  per  parte  di  V.  E. 
ed  avendogli  aggiunto  che  neppure  era  andato  a  riposo 
per  rispondere  srbito  alla  sua  lettera,  presentai  la  sua  e 
t>li  aggiunsi  che  V.  lì.  mi  aveva  incaricato  dirgli  che  era 
dolente  che  ascoltato  avesse  1  rapporti  non  veri  de'  suoi 
commissionati  sull'articolo  di  trascuranza  alle  ricerche  dei 
bisogni  domandati  per  ospitali  ed  altro  :  quando  invece 
V.  E.  si  prestava  continuamente  onde  stabilir  metodi  co- 
stanti e  figure  apposite  a  tali  e  tante  esigenze  combinabili 
con  le  deficenze  di  alcuni  generi  che  si  vanno  esaurendo 
e  che  sono  continuamente  ricercati,  e  che  tutto  al  più  ciò 
produceva  una  qualche  dilazione  per  qualche  genere,  giac- 
che non  essendo  ridotto  in  massa  e  a  portata  d'  averlo 
subito  era  questa  indispensabile.  Si  levò  in  piedi  e  rispose: 
bene  leggiamo,  portandosi  ad  una  finestra.  Letto  che  ebbe 
la  lettera  mi  disse  che  era  infatti  poco  contento  in  genere 
e  sovratutto  degli  assassini  che   nascevano    continuamente 


21  I 

ai  soldati  francesi  e  che  perciò  pensava,  se  re  nascessero 
ancora  di  far  ciò  che  aveva  fatto  a  Bagnasco  ed  a  Pavia. 
Gli  domandai  con  rispetto  se  permetteva  che  un  militare 
parlasse  con  la  verità  di  cui  faceva  professione:  mi  guardò 
pei  rispose  :  dica  pure.  Aggiunsi  c\iq  di  questi  assassini 
dopo  l' arrivo  dell'  Ecc.  Provv.  Battaggia  non  ne  avvisò  a 
sua  notizia  che  un  solo  nato  in  Brescia  e  pel  quale  aveva 
prontamente  dati  li  più  risoluti  ordini  per  il  fermo  dello 
scellerato;  ma  che  questo  si  era  subito  sottratto  e  salvato 
nelle  montagne.  Che  non  era  di  nessuna  nazione  né  di 
niun  popolo  il  voler  chiamare  responsabili  le  popolazioni, 
la  città  o  il  governo  se  uno  scellerato  commetteva  un 
assassinio,  che  a  lui  era  solo  riferto  ciò  che  arrivava  alle 
truppe  di  sua  dipendenza,  ma  che  gli  eccessi  da  questi 
commessi  li  ignorava  quantunque  portati  ai  suoi  ufficiali. 
Rispose  che  non  era  un  solo,  ma  che  in  vari  luoghi  erano 
molti,  e  che  lui  avrebbe  prese  delle  risoluzioni  relative  se 
mai  ne  accadessero  e  che  avrebbe  principiato  dal  Ponte 
S.  Marco  ove  sapeva  die  ne  erano  stati  fatti  (i)  e  che 
quanto  ai  ricercati  bisogni  per  gli  ospedali  ed  altre  som- 
ministrazioni in  Brescia  se  non  fossero  state  fatte  egli  a- 
vrebbe  posta  un'imposizione  di  due  milioni  alla  ricca  città 


(i)  Bonaparte  alludeva  a  parecchi  soldati  francesi  trovati  morti 
vicino  al  Ponte  S.  Marco  il  giorno  6  Luglio,  ma  Mocenigo,  fatte  le 
debite  inquisizioni,  gli  risultò  che  i  francesi  si  erano  uccisi  fra  loro 
in  rissa.  Per  contentare  però  i  francesi  pubblicò  un  proclama  col  quale 
comunicava  pena  a  chi  avrebbe  insultato  od  offeso  qualcuno  apparte- 
nente all'armata  e  raccomandava  alla  forza  armata  veneta  di  sorve- 
gliare i  malviventi  (6  Luglio  fir.  da  Filippo  Novi  Cancell.  Pretorio 
ed  Antonio  Zanini  Cancell.  Prefett.  stamp.  Locatelli). 


212 

di  Brescia,  con  li  quali  danari  avrebbe  provvisto  ai  bisogni. 
Aggiunse  che  nessuno  più  di  lui  aveva  aggradito  che  il 
Sig.  Battaglia  fosse  a  Brescia,  giacché  molto  lo  conside- 
rava, ma  che  non  corrispondeva  e  che  la  di  lui  missione 
iti  detta  città  era  un  indizio  che  poco  si  approvava  la  con- 
dotta del  Mocenigo  dal  quale  era  stata  molto  bene  servita 
l'armata  francese.  Replicò  poscia  che  intatti  era  poco  con- 
tento e  che  sapeva  anco  che  comunemente  si  diceva  che 
li  paesani  bergamaschi  e  bresciani  uniti  alle  valli  potevano 
imporre  se  volessero  ai  francesi,  del  che  si  rideva  perchè 
li  avrebbe  ridotti  come  li  paesani  della  riviera  di  Genova. 
Risposi  che  queste  erano  voci  soltanto  dei  malitenzionati, 
capricciosi  e  maligni  che  cercavano  di  allontanare  la  buona 
intelligenza.  Anche  gli  ammalati  francesi,  soggiunse,  si 
lasciano  morire  sulle  strade,  cose  contrarie  alla  carità.  Gli 
risposi  che  ciò  era  assolutamente  falso,  e  che  S.  E.  Batta- 
glia avea  già  colle  sue  cure,  con  le  sue  ricerche  e  con  le 
sue  insinuazioni  trovato  a  quest'ora  in  sei  conventi  luoghi 
opportuni  per  collocare  1500  letti  per  gli  ammalati  e  che 
si  prestava  pure  a  trovare  il  sito  per  gli  altri  500  a  norma 
della  ricerca,  e  che  tino  ad  ora  erano  stati  somministrati 
8  o  900  paglioni,  e  che  si  lavorava  il  resto  non  essendo 
questa  cosa  di  momento,  che  tutto  ciò  poteva  essergli  as- 
sicurato da  suoi  direttori  degli  ospedali,  che  a  momenti 
saranno  da  lui,  e  che  S.  E.  Battaglia  lo  pregava  a  non 
credere  ciò  che  li  commissari  o  incaricati  gli  partecipa- 
vano, che  tutte  le  ricerche  di  carri,  fieni,  vino,  medica- 
menti, legna,  carni  ed  altro  erano  stati  forniti  nelle  misure 
possibili,  e  che  non   si    ommetteva  diligenza  ed  amicizia. 


2'3 

Allora  prendendo  un  tono  più  risoluto  soggiunse:  A  Ve- 
nezia si  sono  armati  nella  supposizione  forse  di  imporre 
ai  progressi  delle  armate  francesi,  giacche  suppongono  vi- 
cina la  discesa  degli  austriaci.  Io  batterò  gli  austriaci  e  li 
veneziani  paghino  le  spese  della  guerra,  giacche  avevano 
dato  il  passaggio  ai  nemici.  Chiesto  di  nuovo  il  permesso 
di  parlare,  soggiunsi  che  la  Ser.ma  Repubblica  non  aveva 
permesso  il  passaggio  né  agli  uni,  uè  agli  altri  e  che  S.  E. 
ben  sapeva  che  Ella  non  aveva  una  neutralità  armata  per 
impedirlo.  Al  che  mi  disse  che  mi  apriva  il  suo  cuore  : 
che  se  li  veneziani  non  disarmavano  a  Venezia  e  subito, 
egli  andava  a  dichiarare  loro  la  guerra  e  che  ciò  le  sarà 
stato  detto  anco  dall'ambasciatore. 

«  Si  rasserenò  un  poi.o,  ed  aggiungendomi  di  salu- 
tare V.  E.  mi  comnrse  di  pregarla  in  suo  nome  di  vo- 
lere domani  essere  a  Verona,  ove  sarebbe  egli  pure  arri- 
vato, desiderando  di  parlarle.  Gli  aggiunsi  che  non  poteva 
rispondere  di  ciò  non  sapendo  se  tenga  pubblico  permesso 
di  potersi  colà  trasferire  V.  E.,  ed  allora  mi  replicò  per 
ben  tre  volte  che  la  pregassi  in  suo  nome. 

«  Staccatomi  sul  momento  per  restituirmi  alla  obbe- 
dienza di  V.  E.  dalla  quale  mi  deriva  l' inchinata  com- 
missione di  estendere  tutto  il  colloquio  in  scritto,  al  che 
la  mia  riverente  ubbidienza  si  prestò  a  fare  colla  presente 
con  stile  soltanto  militare  ed  ingenuo  (i)   ». 

L'insistenza  degli  austriaci  di  invedere  le  nostre  valli 
colla  fiducia  di  prendere  alle    spalle   l'armata  francese  fé' 


(i)  Archivio  di  Stato  in   Brescia. 


214 

nascere  al  Bonaparte  il  desiderio  di  conoscere  ed  ispezio- 
nare quelle  montuose  situazioni  e  quegli  sbocchi  alpini, 
ed  infatti  per  Nave  e  Caino  giunse  in  Valsabbia.  E  qui 
lasciamo  la  parola  al  Dott.  Pietro  Riccobelli  testimonio 
contemporaneo  (i). 

«  Il  giorno  15  Agosto  circa  le  sette  pom.  pei  venne 
per  la  strada  di  S.  Eusebio  (volgarmente  di  S.  Osset)  alla 
casa  d'  Odolo,  osteria  vicina  a  quel  paese,  il  generale  in 
capo  Bonaparte  col  suo  Stato  Maggiore,  co'  principali  ge- 
nerali e  con  suo  fratello  Luciano  (2),  scortato  da  400  dra- 
goni di  cavalleria,  e  volle  colà  o  bene  o  male  passar  la 
notte.  Era  albergatore  in  quel  tempo  certo  Savoldi;  Bo- 
naparte prima  di  coricarsi  fece  dalla  soldatesca  circondare 
F  albergo  ;  per  sua  camera  scelse  una  stanza  a  pian  ter- 
reno attigua  alla  cucina,  ove,  fatta  portare  della  paglia  e 
un  materasso  vi  si  sdraiò  sopra  vestito.  Molti  però  degli 
ufficiali  con  alcune  guardie  si  portarono  nel  paese  di  Odolo 
e  ivi  piescro  in  comode  case  alloggio.  In  sullo  spuntar 
del  giorno  si  misero  tutti  in  marcia  e  fecero  alto  a  La- 
venone.  Il  generalissimo  smontò  verso  le  nove  del  mat- 
tino alla  casa  signorile  di  Pietro  Roberti,  non  senza  sor- 
presa di  lui,  e  vi  sostò  a  riposarsi,  ed  egli  e  il  suo  nu- 
meroso Stato  Maggiore  vi   pranzarono  facendo  al  padrone 


(1)  Memorie  storiche  della  Provincia  Bresciana  e  particolarmente 
delle  Valli  Sabbia  e  Trompia.  -  Brescia  Tip.  Venturini  1847,  Pag-  3^ 
e  seg. 

(2)  Non  Luciano,  ma  Luigi  nato  nel  1778  ad  Ajaccio,  morto  a 
Livorno  nel  1846.  -  Napoleone  dice  che  suo  fratello  Luigi  era  in 
Brescia  fra  gli  ufficiali  che  si  divertivano  a  corteggiare,  per  cui  ebbe 
un  tristo  ricordo  dalla  Contessa  C. 


2I5 

di  casa  molte  e  minute  ricerche  sul  nostro  governo  ve- 
neto,, e  se  di  quello  il  popolo  si  trovasse  contento.  Appena 
finito  il  desinare,  in  tutta  fretta  levossi  da  tavola  ripetendo 
«  mon  cheval,  mon  cheval,  tout  de  suite,  tout  de  suite  »  e 
come  vento  prese  la  strada  per  Anto,  e  col  seguito  re- 
cossi a  visitare  1"  accampamento  di  Storo.  Dati  gli  ordini 
al  generale  Sauret,  retrocesse  celeremente,  e  nel  passare 
alla  Rocca  d'Anfo,  latte  alcune  osservazioni,  comandò  fosse 
demolita,  quantunque  proprietà  neutrale,  e  ciò  per  togliere 
quanto  al  caso  poteva  riuscirgli  un  inciampo  su  quella 
frontiera,  facendo  insieme  trasportare  a  Salò  le  artiglierie 
che  ivi  si  trovavano. 

«  Sulla  sera  del  16  Agosto  al  suo  ritorno  scelse  per 
alloggio  la  bella  ed  ampia  casa  Gerardini  in  Lavenone,  e 
tutta  la  cavalleria  prese  campo  nel  prato  Chiusura  a  quella 
attigua  e  di  rimpetto,  non  senza  prima  avere  qua  e  là 
appostate  le  opportune  scolte.  Prima  di  coricarsi  si  assise  il 
generalissimo  presso  una  finestra  della  sala,  e  ai  padroni 
di  casa  fece  le  stesse  ed  altre  domande,  che  la  mattina  fatte 
aveva  al  Roberti,  aggiungendo  di  più,  che  il  Governo  de' 
Veneziani  era  divenuto  ormai  troppo  vecchio.  Senza  pre- 
tendere di  aver  il  dono  della  profezia  era  ben  da  preve- 
dersi da  tali  ricerche  ed  espressioni  che  i  disegni  del  gio- 
vine guerriero  sino  d'  allora  miravano,  quando  che  fosse, 
ad  annientare  l' antica  Repubblica  e  impadronirsene,  e 
vieppiù  chiara  la  cosa  diveniva  poi  dal  vedersi  occupare 
dalle  truppe  francesi,  senza  alcun  assenso  del  Senato  veneto 
e  senza  il  menomo  riguardo  alla  stipulata  neutralità,  le 
fortezze  più  importanti  dello  Stato,  appropriandosene  in- 


2l6 

sieme  le  artiglierie.  Ora  tornando  al  generalissimo  Bona- 
parte,  dopo  l'accennato  colloquio,  preso  un  po'  di  brodo, 
andossene  a  letto. 

«  Appena  fatto  giorno,  sotto  un'  acqua  dirotta  montò 
a  cavallo,  e  colla  solita  sua  rapidità  portossi  a  Salò.  Io  vidi 
quell'uomo  straordinario  passare  la  mattina  del  17  Agosto 
col  suo  seguito  per  Vestone.  Giunto  a  Salò  prese  stanza 
nella  casa  Laffranchi,  ove  appena  ricevuto  un  reficiamento 
e  alquanto  riposatosi  si  diresse  per  Salò  a  Verona  (1)  ». 


GIUSEPPINA    BONAPARTE 

Ritornato  il  Bonaparte  in  città  venncgli  annunciato 
l'arrivo  di  due  personaggi,  ed  a  quell'annunzio  due  con- 
trari sentimenti  gli  si  suscitarono  nell'  animo,  1'  uno  di 
affetto  e  di  contento,  l'altro  di  rammarico  e  di  alterigia. 
L'  uno  di  quei  personaggi  era  la  moglie  sua  Giuseppina, 
a  cui  fu  assegnata  abitazione  in  casa  Fenaroli,  1'  altro  il 
Cardinale  Alessandro  Mattei  Arcivescovo  di  Ferrara,  ac- 
cusato di  aver  accettata  dal  Papa  le  facoltà  di  Legato 
Apostolico  (governatore'  di   Ferrara. 


(1)  Il  Riccobe'ili  dice  Verona,  ma  Bonn  parte  da  Salò  venne  a  Brescia. 


2iy 
E  qui  è  spediente  ricordare  come  ne'  passati  giorni  un 
corpo  dell'esercito  francese  dopo  avere  occupato  i  ducati 
di  Parma  e  di  Modena  invase  Ferrara.  Senonchè  per  es- 
sere più  libero  a  combattere  gli  austriaci  al  di  qua  del  Po, 
Bonaparte  segnò  un  armistizio  col  generale  Colli,  nulla 
sospendendo  fuorché  il  combattere. 

Il  Mattei  arrivava  in  Brescia  il  17  Agosto  bene  accolto 
come  ospite  dall'abate  di  S.  Faustino  Don  Raffaele  Balestra; 
nello  stesso  monastero  abitava  il  Commissario  veneto  Bat- 
taggia,  il  quale  nel  giorno  seguente  condusse  il  Cardinale 
al  Palazzo  Fenaroli,  e,  dopo  qualche  aspettazione,  furono 
insieme  ricevuti  dal  Bonaparte. 

La  conversazione  tra  l'irato  Generale  ed  il  mitissimo 
Cardinale  è  narrata  dal  D.r  Lazzarini  (1). 

—  È  ella  F  Arcivescovo  di    Ferrara  ?  chiesegli  il  Ge- 
nerale. 

—  Sì,  ìispose  il  Cardinale. 

—  Con  quale  facoltà,  riprese  il  Bonaparte,  ha  assunta 
la  Legazione  di  Ferrara  ? 

—  Io,  signor  Generale,  non  presi  il  comando  della 
città,  ma  diedi  solo  alcune  disposizioni  per  ricevere  chi 
dovea  assumere  la  vacante  delegazione,  e  ciò  per  obbedire 
al  Santo  Padre. 

—  Ella  non  doveva  obbedire  al  Papa,  ma  alla  Repub- 
blica Francese  di  cui  ella  è  suddito  giurato.  Il  suo  delitto 
in  politica  è  imperdonabile,  e  ringrazi   il  Duca  di  Parma 

(1)  Dettaglio  storico  della  prigionia  in  Brescia  del  Sig.  Cardinale 
Alessandro  Mattei.  -  Venezia,  presso  Andreoli,  1799,  p.  20  e  seg. 

14 


2l8 

ed  alcuni  miei  amici  di  Bologna  che  mi  hanno  scritto  a 
di  Lei  favore,  perchè  altrimenti  l'avrei  fotta  fucilare,  indi 
continuò  ad  inveire  contro  Roma.  Dissegli  poi  che  lo  a- 
vrebbe  fatto  condurre  a  Milano;  ma  ad  intercessione  del 
Battaggia  e  del  Generale  francese  Gauthier  lo  lasciò  a 
Brescia  (i). 

Il  giorno  dopo,  trovandosi  il  Battaggia  a  pranzo  dal 
Bonaparte,  caduto  il  discorso  sul  Cardinale  ne  prese  mo- 
deratamente le  difese,  ma  il  Generale  si  inquietò  ed  eruppe 
nuovamente  contro  il  Cardinale  ed  il  Papa,  allora  Giu- 
seppina rivoltasi  con  molto  affetto  verso  il  marito:  —  Voi 
che  siete  tanto  buono  volete  ora  apparire  cattivo  (2). 

S'acquietò  il  Bonaparte  e  disse  lo  avrebbe  mandato  a 
Roma,  ma  lo  tenne  sequestrato  a  S.  Faustino,  ove  il  por- 
porato ebbe  conforto  da  quei  monaci  e  dai  numerosi  bre- 
sciani ed  esteri  visitatori.  Ma  ci  vollero  la  perseveranza 
del  veneto  Commissario,  le  raccomandazioni  del  generale 
Gauthier  e  del  rappresentante  francese  Lallemand  (3)  affin- 
chè il  generale  Bonaparte  gli  lasciasse  libero  il  ritorno  alla 
sua  diocesi  dopo  quasi  due  mesi  di  sequestro  (4). 

Giuseppina  (5)  adunque  attratta  da  grande  desiderio  di 
riveder  lo  sposo  che  ardentemente  la  invitava,  come  ap- 
pare  dalla   loro   corrispondenza  (6),  partì    da    Parigi  ed  a 


(1)  Paolo  Gauthier  nato  a  Brest  1737,  morto  a  Parigi  nel  1814. 

(2)  Ragguaglio  I.  p.  24. 

(3)  Lallemand  nato  a  Metz   1774,  morto  a  Parigi   1834. 

(4)  Ragguagli  1.  0 

(5)  Giuseppina  Tacher  de  la  Pagerie,  nata  alla  Martinica  nel  1763, 
vedova  di  Alessandro  visconte  di   Beauharnais. 

(6)  V.  corrispondenza  di  Napoleone. 


219 
posta  corrente,  accompagnata  dal  cognato  Giuseppe  Bona- 
parte  (i)  e  dal  generale  Murat  (2)  con  essi  unitasi  a  Mi- 
laiiOj  entrò  in  Brescia  ospitata  con  ogni  aristocratica  con- 
venienza dalla  Contessa  Barbara  Agosti  moglie  del  Conte 
Girolamo  Fenaroli,  colla  quale  fu  poi  veduta  il  giorno 
de  pò  in  carrozza  sul  Corso. 

Gli  ammiratori  del  Bonaparte,  ed  a  di  lui  contempla- 
zione,   pensando   di    far    divertire    1'  illustre    coppia   (come 


Contessa   Barbara  Agosti  Fenaroli 

gli  avi  nostri  aveano  fatto  divertire  la  Regina  di  Cipro 
nel  1496)  (3)  circondarono  la  Giuseppina  di  tutte  le  più 
vive  dimostrazioni. 

Siccome  poi  non  era  ancora  del  tutto  pronto  lo  spet- 
tacolo d'opera  della  fiera,  1'  E%io  del  maestro  Lineili,  così 


(1)  Nato  in  Ajaccio  nel   1768,  morto  a  Firenze  nel   1845. 

(2)  Avanzini  -  1.  e. 

(3)  Fé  -  Storia.  Tradiz.  Ar.  bresc  ,  fase.  I,  p.  1   -  fase.  IX,  p.  55, 


220 

per  avere  gli  Ospiti  in  teatro  si  improvvisò  un'Accademia 
nella  quale  cantò  la  Grassini,  il  Crescentini  ed  il  Babini 
celebrità  artistiche  di  quei  giorni,  e  vi  assistette  la  Giu- 
seppina insieme  col  marito.  La  sera  dopo  i  coniugi  Bona- 
parte  intervennero  a  festa  da  ballo  dal  Moceiiigo  Capitano 
Vice  Podestà  Veneto  in  Broletto,  ove  comparvero  anche 
Giuseppe  Bonaparte,  il  Ravizza  generale  del  Re  di  Na- 
poli (i),  generali  ed  ufficiali  francesi  e  veneti,  nonché  il 
Commissario  Provveditore  Battaglia  col  suo  seguito,  ed 
alcuni  della  bresciana  aristocrazia  con  signore,  fra  le  quali 
distinguevasi  la  avvenente  contessa  Lechi-Gerardi. 

Il  Bonaparte  per  soli  tre  giorni  potè  godere  della  com- 
pagnia della  moglie,  e  in  quei  tre  dì  visitò  gli  spedali 
ove  era  una  quantità  di  ammalati  e  feriti,  indi  i  magaz- 
zini, ordinò  poi  a  tutti  gli  ufficiali,  i  quali  avevano  fatto 
di  Brescia  la  loro  Capua,  di  ritornare  ai  loro  campi  sotto 
pena  di  castigo,  ed  avendo  ricevuta  pressante  notizia  si 
avviò  verso  Mantova  da  lui  assediata. 

Frattanto  11  Veneto  Senato,  male  affidavasi  alla  neu- 
tralità disarmata  fra  incertezze,  imprevidenza  e  debolezze 
a  cui  si  abbandonava,  di  fronte  alF  astuzia  e  alla  prepo- 
tenza del  Bonaparte  e  dei  suoi  generali,  le  quali  venivano 
rovinando  ogni  podestà,  ogni  influenza,  che  ancora  potes- 
sero tener  vivo  e  composto  il  decrepito  stato.  Quando  più 


(i)  Il  Borbone  di  Napoli  sperando  di  fare  una  onorevole  pace 
colla  Repubblica  Francese  richiamò  i  reggimenti  dell'armata  Napole- 
tana che  si  erano  uniti  ai  combattenti  austriaci  contro  i  francesi,  ed 
il  generale  Ravizza  era  comandante  dei  militi  napoletani  diretti  a  Na- 
poli. —  Ma  vedremo  poi  come  Bonaparte  impedisse  loro  di  raggiun- 
gere lo  Stato  delle  Due  Sicilie  tenendoli  ostaggi  o  prigionieri. 


221 

necessitava  ogni  energia  di  uomini  per  salvare  la  Repub- 
blica, quando  era  necessaria  la  forza  ed  il  fiero  linguaggio 

'      1  o        oc 

di  un  Ottolini  e  di  un  Pesaro,  Bonaparte  si  trovò  in 
faccia  un  uomo,  il  Provveditore  generale  Foscarini,  che 
senza  gagliardìa,  spossato,  costretto  in  un  angusto  orizzonte, 
non  trovava  gli  slanci  del  patriottismo  e  il  calore  della 
parola,  e  non  seppe  con  vigorìa  minacciosa  far  ricordare 
l'antica  gloria  dei  Dandolo,  dei  Mocenigo,  dei  Giustiniani. 

Ma  ecco  che  il  giorno  30,  a  tutti  inaspettata,  si  sparse 
in  città  la  notizia  che  un  corpo  Austriaco  stava  per  en- 
trare dalle  porte  Pile  proveniente  dalla  Valsabbia.  Lo  sgo- 
mento fu  generale.  Gli  austriaci  poco  dopo  le  nove  ant. 
(13  st.  it.)  entrarono  in  città,  e  dividendosi,  parte  di  essi 
percorsero  varie  contrade  ed  andarono  a  sorprendere  i  ma- 
gazzini degli  spedali,  fecero  prigionieri  il  generale  Murat, 
il  Commissario  generale  di  guerra  Flamant  e  Casanova 
comandante  della  piazza,  con  tutti  gli  ufficiali  e  soldati 
che  poterono  rinvenire,  e  li  condussero  nel  convento  di 
S.  Pietro,  meno  i  generali  ed  ufficiali  superiori,  rimessi  in 
libertà  sul  loro  onore  (1). 

Un  corpo  di  Francesi  che  bivaccava  in  fiera  fu  assalito 
dai  tedeschi  e  dovette  cedere.  In  tale  scontro  pochi  furono 
i  morti,  parecchi  i  feriti  da  ambe  le  parti,  trasportati  in 
città,  tra  questi  un  luogotenente  colonnello  ungherese.  Fu- 
rono fotti  invece  prigionieri  e  condotti  al  quartiere  ge- 
nerale il  generale  Murat,  il  comandante  della  piazza  Casa- 
nova, il  Commissario  di    guerra  e  circa  tre    mila  uomini 


(1)  Avanzini,  tom.  I.  1.  e.  pag.  28  —  Brognoli,  1.  e. 


di  truppa.  A  tale  movimento  i  cittadini  spaventati  chiu- 
sero le  botteghe  e  le  porte,  mentre  il  grosso  delle  milizie 
tedesche  era  schierato  in  piazza  del  Duomo  con  cannoni  a 
miccia  accesa,  ed  altra  parte  era  sulla  strada  dietro  il  Castello. 

Il  gen.  Stausberg,  che  comandava  questi  nuovi  ospiti, 
si  può  dire  che  non  discese  mai  da  cavallo  aggirandosi 
di  continuo  per  le  vie;  in  questo  guerresco  tafferuglio  poco 
mancò  rimanesse  prigioniera  cogli  altri  anche  Giuseppina 
Bonaparte  partita  per  Milano  appena  pochi  momenti  prima 
dell'arrivo  degli  Austriaci  sotto  Brescia  (i). 

Nella  seguente  notte  gli  Austriaci  uscirono  dalla  città 
in  diverse  direzioni,  ma  poi  verso  sera  ritornarono  per 
andarsene  definitivamente  la  mattina  del  i°  Agosto,  rifa- 
cendo la  strada  di  Vallesabbia  e  seco  conducendo  due  mi- 
gliaia circa  di  francesi  prigionieri. 

In  sul  mattino  del  i°  Agosto  una  voce  corre  in  città  che 
arrivava  la  truppa  francese,  e  l'avanguardia  era  già  alla  porta 
Torlonsm.  Nuovo  sgomento  fra  i  cittadini  e  non  senza  ragione. 

Alle  5  poni,  entrarono  veramente  di  là  quindicimila 
francesi  che  sfilarono  sul  Corso  del  Teatro  e  volsero  a 
settentrione  mettendo  in  fuga  per  porta  Pile  gli  ultimi 
tedeschi.  Non  era  però  finito  il  flusso  e  il  riflusso  delle 
truppe  belligeranti,  e  nel  mattino  del  giorno  dopo  (2  Agosto) 
risonò  di  nuovo  il  grido,  vengono  i  tedeschi  ! 

Il  Bonaparte  uscì  loro  incontro  con  tutti  i  suoi  fuor 
di  porta  Torlonga,  ma  frattanto  rinnovavasi  fra  i  cittadini 
l'allarme  e  maggiore  di  quello  di   due  giorni 


(1)  Avanzini,  1.  e.  pag.  35. 


223 

spettacolo  veramente  singolare,  scrive  il  cronista,  vedere 
in  sulla  piazza  dell'Erbe  (i)  venditori  e  venditrici  caricare 
in  fretta  sulle  spalle  i  panchetti,  le  ceste  delle  frutta,  ed 
in  fretta  fuggire  lasciando  vuota  la  piazza,  mentre  nella 
via  si  richiudevano  le  botteghe  e  le  porte  delle  case  e 
l'allarme  durò  tutto  il  giorno.  Un  corpo  di  Francesi  in- 
seguì gli  Austriaci  e  raggiunta  la  retroguardia,  dopo  breve 
combattimento,  ne  fece  prigionieri  circa  duecento. 

Fu  dopo  questo  fatto  che  i  Francesi  si  resero  padroni 
del  Castello  e  lo  armarono  con  cannoni,  protestando  il  Moce- 
nigo  ed  il  Governatore  delle  armi.  Era  prigioniero  in  Ca- 
stello Giorgio  Pisani  senatore  e  procuratore  di  S.  Marco 
condannato  politico  del  governo  veneto.  Il  Mocenigo  re- 
sponsabile della  sicurezza  di  quel  prigioniero  lo  fece  tra- 
sportare in  Broletto.  Frattanto  Bonaparte  trovavasi  col  suo 
Stato  Maggiore  in  Castenedolo  con  abitazione  nella  casa 
Ferrari,  ora  Ruspini. 

Come  fosse  avvenuto  l'audace  tentativo  degli  Austriaci 
di  prendere,  od  almeno  di  disturbare  alle  spalle  l'armata 
francese,  ce  lo  dice  la  storia 

Sconfìtto  dal  Bonaparte  l'esercito  nemico,  l'Austria  rin- 
novò la  sua  armata  confidando  il  comando  supremo  al 
Maresciallo  Wùrmser  che  pose  sul  Piave  il  suo  quar- 
tiere generale  coli' intento  di  raffs:iuii£ere  Mantova  e  co- 
stringere  il  nemico  a  togliere  l'assedio.  Per  divertire  l'at- 
tenzione di  Bonaparte  ordinò  a  Quosdanovich  di  far  scen- 
dere una  sua  divisione  dal  Tirolo  e  da  ogni  sbocco  alpino 


(i)  Brognoli,  1. 


224 

battere  i  francesi  tra  il  Chiese,  il  Mincio  e  l'Adige  e  pro- 
curando di  tagliar  loro  la  ritirata  e  dirigere  un  corpo  sopra 
Brescia.  L' impresa  fu  data  al  generale  Davidovich. 

Il  piano  era  strategico  e  sarebbe  riuscito,  dice  il  Ma- 
resciallo Marmont  (i)  se  Davidovich  fosse  stato  nel  movi- 
mento del  suo  corpo  più  sollecito. 

Fin  dalle  prime  avvisaglie  Bonaparte  comprese  tosto 
il  pericolo  d'esser  posto  fra  due  fuochi  e  la  possibilità  che 
gli  venisse  tolta  la  ritirata.  Collo  spirito  pronto  di  cui  era 
dotato,  richiamò  dal  veneto  Massena  ed  Augereau,  ordinò 
a  Serrurier  di  levare  il  blocco  di  Mantova  riducendo  in- 
servibili i  cannoni,  e  di  unirsi  a  lui  risalendo  il  Mincio. 
Frattanto  Davidovich,  arrivato  agli  sbocchi  delle  nostre 
valli,  diresse  i  generali  Ott  ed  Ottskai  per  la  riviera 
occidentale  del  Garda  verso  Salò  ;  Ottskai,  abbandonato 
Gavardo,  girò  pei  colli  della  bassa  Riviera  procurando  di 
unirsi  ad  Ott  per  marciare  su  Montichiari  loro  obbiettivo. 
Una  brigata  poi  del  corpo  di  Davidovich,  comandata  dal 
generale  Haussberg,  fu  indirizzata  su  Brescia  alle  spalle 
dell'armata  francese. 

La  molteplice  lotta  incominciò  il  giorno  3  Agos:o. 
Wùrmser  sempre  guerreggiando  realizzò  il  principale  in- 
tento, ed  entrò  col  suo  esercito  in  Mantova,  ma  Bona- 
parte  sollecito  battè  sulla  riviera  per  mezzo  di  Massena  il 
generale  Ott,  rinforzato  dal  corpo  del  generale  Reuss,  e 
lo  obbligò  a  ritirarsi  in  Tirolo,  ove  fu  nuovamente  bat- 
tuto; Bonaparte  coll'altra  parte  del  suo   esercito  sbaragliò 


(1)  Marmont  allora  ajutante  di   Bonaparte. 


225 

a  Castiglione  il  corpo  venuto  fuori  di  Mantova  ad  attac- 
carlo. Saputo  poi  che  un  corpo  austriaco  era  dalle  valli 
disceso  a  Brescia,  accertata  la  vittoria  dei  suoi,  spedi 
Augereau  verso  Brescia  ;  ma  gli  Austriaci  nello  stesso  dì 
ritornano    per   le   stesse  valli  in  Tirolo  traendo  reco  loro 


Geaerale   AUGEREAU 

il  generale  Murat  e  gli  altri  prigionieri  di  Brescia,  per- 
seguitati a  tergo  da  Augereau  che  li  raggiunse,  e  fatti  al- 
quanti prigionieri  della  retroguardia  dei  fuggenti,  ritornò 
al  campo  francese. 

Il  generale  Ottskai,  che  abbiamo  veduto   aggirarsi  pei 
colli  della  bassa  Rivieni,  stupefatto  di  non  trovare  il  gè- 


226 

nerale  Ou  al  luogo  stabilito  per  la  riunione  e  non  sapendo 
più  quale  partito  prendere,  si  avvilì  in  modo  che  mandò 
un  parlamentare  a  Lonato. 

Poche  ore  prima  era  arrivato  in  quella  borgata  Bona- 
parte  per  conoscere  meglio  della  vittoria  di  Massella  e  per 
dare  altri  ordini  militari,  non  avea  con  sé  che  mille  uo- 
mini. Condotto  dinnanzi  a  lui  il  parlamentario  dell'Ottskai, 
coli'  audacia  che  Bonaparte  sempre  usava  quando,  giusto 
od  ingiusto,  volea  quid  che  volea  rispose  al  messo: 
«  dite  a  chi  vi  ha  mandato  che  io  sono  qui  colla  mia 
armata  e  che  se  dentro  pochi  istanti  non  si  rende  prigio- 
niero io  lo  annienterò  ».  Il  generale  austriaco  accettò  l' in- 
timazione e  si  arrese  con  quattro  mila  uomini  componenti 
il  suo  corpo 

Gli  entusiasti  gallofili  si  impadronirono  del  latto,  ed 
a  voce  e  sui  giornali  lo  infiorarono  con  circostanze  così 
romantiche  da  far  ritenere  alle  menti  serene  incredibile  il 
fatto;  non  è  quindi  meraviglia  se  non  credette  il  Botta, 
contraddetto  d.\  Thiers.  \i  sebbene  Bonaparte  nel  suo  rap- 
porto al  Direttorio  racconti  nudo  il  fatto  senz'  altre  ag- 
giunte, pure  gli  entusiasti  continuarono  a  propalare  esage- 
razioni, che  ancor  noi  abbiamo  udito  da  diversi  veterani 
della  grande  armata. 

Nacquero  fra  i  nostri  cronistoria  dispareri  intorno  alla  per- 
sona di  quel  generale  fatto  allora  prigioniero.  L'Avanzini  (i) 
dice  che  fu  Ottskai,ed  il  Prof.  Cenedella   2)  scrive  che  fu  Ott. 


(1)  Avanzini,  1.  e.  p.   35. 

(2)  Cenedella  -  Storia  di  Lanuto.   -  Mss    nella  Queriniana. 


227 

Non  avendo  rinvenuto  presso  i  principali  nostri  storici 
argomenti  per  appurare  tale  vertenza  mi  rivolsi  al  Diret- 
tore dell'Archivio  militare  austriaco,  che  mi  fu  cortese  di 
copia  del  seguente  dispaccio  del  generale  Quosdanovich  : 
«  I  generali  Ottskai  ed  Ott  ricevettero  ordine  di  avanzarsi 
«  verso  il  ponte  di  S.  Marco  per  riunirsi  in  quel  punto. 
«  Ma  al  nemico  riuscì  di  guadagnare  la  via  che  conduce 
«  da  Lonato  a  Salò  fra  la  brigata  del  generale  Ott  e  quella 
«  del  generale  Ottskai  (2  Agosto),  Davidovich  mandò  sotto 
«  gli  ordini  del  principe  di  Reuss  soccorsi  nella  direzione 
«  di.  Salò.  Il  3  Agosto  Ott  è  assalito  al  fianco  destro-  Il 
((  nemico  si  getta  su  Salò  e  Gavardo  e  si  impadronisce 
«  della  caserma  della  artiglieria  che  fu  da  me  salvata  e 
«  respinsi  il  nemico  sui  monti  ed  occupai  le  alture  di  Salò 
((  cercando  di  guadagnar  tempo  per  sapere  se  Ott  avesse 
«  conservata  la  posizione  e  ciò  che  potesse  essere  avve- 
«  nuto  di  Reuss  e  di  Ottskai.  Il  nemico  si  è  impadronito 
«  di  Gavardo  ed  ha  occupato  S.  Osello  (1).  Ma  Ottskai 
«  e  Reuss  sono  completamente  isolati  e  la  brigata  del  ge- 
«  nerale  Ottskai  è  affatto  sbaragliata  e  sino  a  quest'ora  si 
«  ignora  ciò  che  sia  avvenuto  ».  E  questo  documento  panni 
sciolga  la  questione  a  ravore  dell'  Avanzini  che  nel  suo 
Diario  scrive  sotto  il  giorno  5  Agosto  :  «  Oggi  arrivò  in 
«  Brescia  il  generale  austriaco  barone  Ottskai  fatto  pri- 
«  gioniero  e  gli  fu  assegnato  per  abitazione  il  palazzo  Mar- 
ce tinengo  Colleoni  ».  Tra  le  carte  poi  mandateci  da  Vienna 


(1)  S.  Eusebio  popolarmente  detto  S.  Osset  ed  il  generale  tedesco 
volle  italianizzarlo  in  Osello  —  colle  a  cavaliere  fra  la  Valsabbia  e 
la  Riviera  di  Salò. 


228 

vi  è  una  relazione  del  generale  Ott  sui  combattimenti  del  4. 
Al  7  dello  stesso  mese  vi  fu  lo  scambio  dei  prigionieri 
ed  il  generale  Ottskai  ritornò  in  Austria  e  rividero  Brescia 
i  generali  Murat  e  Casanova  nonché  Flamant. 

Forse  ci  estendemmo  più  dell'usato  in  queste  ricerche, 
ma  essendo  avvenuto  il  fatto  in  nostra  provincia  ci  parve 
opportuno  estenderci  ai  più  minuti  dettagli. 


YYTTTTTTTTTTTTTTTTTT 


L'  ULTIMO  TRIMESTRE 


Le  battaglie  dell'  Agosto  costarono  molte  vittime  alle 
due  armate  belligeranti,  e  non  pochi  furono  gli  ufficiali 
superiori  rimasti  feriti,  od  assenti  dal  campo  per  malattie. 
Uno  Ira  questi  il  generale  Lannes;  dopo  essersi  curato  a 
Verona,  venne  in  Brescia  colle  ferite  ancora  aperte  e  fu 
ospitato  in  casa  del  Nob.  Francesco  Chizzola,  via  Porta 
Nuova,  N.  33  (i). 

I  Veneti  usavano  tenere  la  Gran  Guardia  principale 
sotto  la  Loggia,  ed  una  secondaria  in  Broletto.  Avvenne 
poi  che  quando  i  Francesi  costituirono  in  Brescia  un  Co- 
mandante militare  vollero  anch'  essi  tenere  la  loro  Gran 
Guardia  sotto  la  Loggia,  e  convennero  che  i  militi  Veneti 
stassero  a  destra  della  porta  Municipale,  i  Francesi  a  si- 
nistra, così  si  continuò  fino  alla  rivoluzione  del  1797, 
eccettochè  dal  3  al  20  Ottobre  1796,  nel  qual  tratto  di 
tempo  i  Francesi  non  comparvero  alla  Loggia  (2). 


(1)  Avanzini,  pp.  54-58.  —  (2)  Id.  pag.  56. 


230 

Bonaparte,  sebbene  avesse  conquistata  molta  parte  del 
Tirolo,  pure  non  si  fidava  di  quei  fieri  montanari  e  pensò 
di  fare  degli  ostaggi  ;  infatti  il  giorno  3  Ottobre  giunsero 
qui  da  Trento  scortati  da  ufficiali  i  signori  Foresti,  Prati, 
Ippoliti  e  Prandini.  Il  bresciano  sig.  Pasotti  cognato  del 
Prati  chiese  ed  ottenne  di  poter  alloggiare  gli  ostaggi  nel 
convento  di  S.  Clemente  che  era  di  sua  proprietà.  Quei 
signori  furono  lasciati  liberi  entro  i  confini  delle  mura  e 
tutti  poterono  vederli  la  sera  in  teatro,  ma  due  giorni 
dopo  furono  condotti  a  Milano  (1). 

Il  dualismo  che  esisteva  fra  le  due  autorità  venete  di- 
veniva sempre  più  accentuato.  Il  Capitano  Vice  Podestà 
Mocenigo  e  la  sua  corte,  come  chiamavansi  gli  utficiaU  ed 
impiegati  a  lui  soggetti,  nutrivano  i  sentimenti  del  sena- 
tore Pesaro  e  del  rappresentante  in  Bergamo  Ottolini  ed 
avrebbero  voluto  salvare  l' onore  della  patria  e  queste 
Provincie  occidentali  al  leone  di  S.  Marco,  resistendo  con 
tutta  energia  alle  prepotenze  francesi;  ma  ai  loro  desideri 
si  opponevano  la  fiacchezza  del  Veneto  Senato  e  le  con- 
trarie opinioni  del  Provveditore  di  terra  ferma  che  avea 
posto  a  Brescia  il  suo  Quartiere  Generale,  come  dicemmo, 
in  S.   Faustino.  Il  Provveditore  Battaggia  (2)  per  sue  an- 


(1)  Brognoli,  voi.  I    pag.   113. 

(2)  Il  Provveditore  Foscarini  corrrucciato  pel  trattamento  usatogli 
da  Bonaparte  e  nella  previsione  della  prossima  totale  rovina  della 
patria,  ottenne  dal  Senato  d'essere  tolto  dall'alta  carica  che  occupava. 
I  Savi  allora  sapendo  essere  il  loro  collega  Francesco  Battaggia  in 
benevolenza  con  Bonaparte  lo  proposero  successore  al  Foscarini  spe- 
rando forse  che  colla  sua  parola  potesse  indurre  a  più  miti  propositi 
il  fortunato  guerriero.  Perciò  un  giorno  della  prima  metà  di  Giugno 


231 
tiche  relazioni  già  inchinevole  alle  idee  francesi,  soprafatto 

dalle  parole,  dallo  sguardo  e  dal  genio  dell'uom    fatale,  non 


comparve  in  Brescia  il  nuovo  Provveditore  prendendo  alloggio  nel 
monastero  di  S.  Faustino  maggiore,  abitazione  che  ritenne  lino  alla 
sua  cacciata  da  Brescia  (Marzo  1797).  Francesco  Battaggia,  di  illustre 
famiglia,  nacque  in  Vene/ia  nel  1748  da  Giovanni  ed  Flisabetta  Corner. 
Ebbe  la  sua  prima  educazione  in  famiglia,  compiuta  poi  in  Padova. 
Giovane  ancora  ebbe  posto  in  Senato.  Dicesi  che  a  lui  presto  arri- 
dessero le  massime  francesi,  e  forse  più  ancona  il  pensiero  di  riforme 
a  più  libero  reggimento  della  Repubblica.  Entrando  nel  Collegio  de' 
Savi  votò  sempre  per  la  neutralità  disarmata.  Scelto,  insieme  all'altro 
patrizio  Nicola  Erizzo,  Commissario  del  Governo  di  S.  Marco  presso 
gli  eserciti  belligeranti  il  Battaggia  vide  Bonaparte  e  tosto  divenne 
ammiratore  del  suo  genio,  del  suo  carattere,  della  sua  attività.  Egli 
aveva  ricevuto  dal  suo  governo  ampli  poteri  sul  territorio  fra  l'Adda 
ed  il  Mincio  già  tutto  occupato  dai  Francesi.  Nella  amministrazione 
dell'alta  sua  carica  si  trovò  in  disaccordo  coi  Podestà  di  Brescia, 
Bergamo  e  Crema  patrizi  veneziani  e  franchi  conservatori.  I  gallofili 
bresciani  lo  vedevano  di  mal  occhio  quale  rappresentante  di  S.  Marco. 
I  conservatori  lo  accusavano  come  troppo  francese,  e  gli  uni  e  gli 
altri  gli  negavano  l'interesse  che  metteva  a  prò  di  cittadini,  perchè  se 
il  Battaggia  fu  parco  ed  equivoco  colle  sue  relazioni  al  Senato  facendo 
nascere  in  Venezia  dei  dubbi  intorno  alla  sua  patriottica  fede  si  ado- 
però sovente  a  difendere  la  giustizia.  Fanno  testimonianza  la  difesa 
del  Cardinale  di  Ferrara  al  cospetto  di  Bonaparte,  le  sue  discussioni 
con  Saliceti  affinchè  mettesse  un  argine  all'ingordigia  dei  Commissari 
ed  appaltatori  dell'armata  che  pretendevano  più  del  doppio  di  quello 
che  ai  corpi  militari  abbisognasse,  e  ne  ottenne  anche  diminuzione  del 
costo  verso  la  Repubblica.  Fu  ne'  suoi  atti  più  passivo  che  attivo,  come 
poco  curavasi  dei  gallofili  e  dei  giacobini  della  città.  Con  tutto  ciò 
scoppiata  in  Brescia  la  rivoluzione  (Marzo  1797)  fu  da  Brescia  scac- 
ciato e  nessuno  lo  pianse.  Ricevuto  in  Venezia,  udì  essere  dai  vecchi 
patrizi  accusato  di  tradimento,  il  Governo  tuttavia  lo  annoverò  fra  gli 
Avogadori.  Entrati  poco  dopo  i  Francesi  si  rammaricò  quando  vide 
la  regina  del  mare  fatta  schiava  di  Francia  e  più  ancora  si  addolorò 
quando  Bonaparte,  in  cui  egli  avea  posta  tanta  fiducia,  vendette  Ve- 
nezia e  la  terra  ferma  fino  all'Adige  all'Austria,  al  suo  dolore  non 
sorvisse,  essendo  morto  nel    1797. 


232 

era  capace  contraddirlo,  e  sebbene  ne  suoi  dispacci  al  Se- 
nato si  dimostrasse  tutto  solerte  al  servizio  ed  alla  difesa 
della  Serenissima,  se  la  intendeva  però  col  Bonaparte  e  coi 
gallofili  nostri,  e  poco  o  nulla  ficea  per  sostenere  il  patrio 
governo,  a  tal  segno  che  dicevasi  allora  in  Brescia  il  Mi- 
nistero o  Quartier  Generale  del  Battaggia  potersi  conside- 
rare come  un  club  giacobino  (1).  Le  relazioni  che  correvano 
Ira  il  Provveditore  e  coloro  che  volevano  l'umiliazione  del 
leone  di  S.  Marco  (2),  finirono  ad  impensierire  gli  stessi 
Inquisitori  di  Stato  che  in  questo  tempo  enuio  Agostine 
Barbarigo,  Angelo  Maria  Michiel  e  Vincenzo  Dolfin  i  quali 
al  20  Ottobre  scrivevano  al  Battaggia  la  seguente  riservata: 


(1)  Raccolta  Crono!,  ragionata,  voi.  I,  pag.  238. 

(2)  La  seguente  lettera  favoritaci  dal  N.  H.  Buzzacarini,  che  ne 
possiede  l'originale,  benché  scritta  posteriormente  agli  avvenimenti 
che  narriamo,  è  una  efficace  conferma  dei  rapporti  corsi  fra  Bonaparte 

Républiojue  Franc.aise 

LlRERTÉ  EgALITÉ 

Ah  Quartier  Gènti  al  de  Monlebeìlo  ij  Messìdor 
An    Vme  de  hi  RèpubVqiie   Une  et  In  divisibile 

Bonaparte  General  ex  chef  de  l'  Armée  d'  Italie 
A  Monsieur  Battaglia  ancien  Provediteur  de  la  Rcpublique  de  Venise  à  Brescia 
J'ai  recu  avec  le  plus  grand  plaisir,  Monsieur,  la  dernière  lettre 
que  vous  vous  étes  donne  la  peine  de  m'  écrire  de  Venise.  Lorsque 
j'ai  vu  vòtre  noni  à  une  infame  proclamation  qui  a  paru  dans  le 
temps  j'ai  reconnu  que  ce  ne  pouvait  ètre  que  l'oeuvre  de  vos  en- 
nemis  et  des  méehants.  La  lovanté  de  vòtre  caractère,  la  pureté  de 
vos  intentions,  la  vraie  philosophié  que  j'ai  reconnu  en  vous  pendant 
tout  le  temps  que  vous  avez  été  chargé  du  pouvoir  suprème  sur  une 
partie  de  vos  compatriotes,  vous  ont  captivé  mon  estime....  si  elle  peut 
vous  dèdommager  des  maux  de  tonte  espò;e  que  vous  avez  essujé  dans 
ces  derniers  temps,  je  me  trouverais  heureux.  Comptez,  Monsieur,  que 
dans  toutes  les  circonstances  jò  desirerai  1'  occasion  de  pouvoir  faire 
quelque  chose  qui  vous  soit  agrèable;  pourquoi  au  lieu  de  Monsieur 


233 

«  Oltre  a  quanto  questo  Tribunale  ha  scritto  a  V.  E.  in 
data  iS  corrente,  nella  somma  urgenza  e  gelosia  dei  tempi 
presenti  non  può  ommettere  per  nessun  riguardo  di  affidare 
alla  prudenza  e  maturità  sua  ed  al  cittadino  suo  %do  dì 
raccomandarle  la  vigilanza  sopra  le  persone  degli  ufficiali 
e  del  Ministero  che  lo  avvicinano.  Devo  an%i  metterlo  in  av- 
vertenza sopra  il  Seg.°  fedele  Giacomo  Sanfermo  di  qualche 
imprudenza  in  discorsi  di  cui  il  Tribunale  è  informato  ed 
Ella  può  ben  distinguere  e  certamente  apporti  delle  conse- 
guente; certo  essendo  che  qualunque  passo  si  rendesse  neces- 
sario agli  eminenti  riguardi  pubblici  non  sarà  da  noi,  dietro 
li  di  lei  ragguagli,  che  attendiamo,  o  trascurato  o  differito  ». 

Pesaro,  ne  me  fùtes  vous  pas  envoyé  à  Gorìtz?  la  force  des  raisons 
et  des  choses  que  vous  auriez  entendu  vous  eùt  mis  à  mème  de 
triompher  des  lois  de  la  ridicule  oligarchie  qui  a  voulu  se  naufrager 
pròsque  au  port.  Oui,  Monsieur,  je  me  plais  à  le  dire  400,  500  Fran- 
cois qui  ont  été  assassinés  à  Verone  vivraient  encore,  et  si  l'oligarchie 
de  Venise  trop  en  dissonnance  avec  les  lumiòres  et  le  mouvement  de 
toute  1'  Europe  aurait  du  céder  à  un  gouvernement  plus  sage,  plus 
humain  et  plus  fonde  sur  les  principes  de  la  vèritable  representation, 
il  aurait  au  moins  fini  sans  se  rendre  coupable  d'  un  crime  dont  les 
historiens  francais  seront  obligés  de  remonter  plusieurs  siècles  pour 
en  trouver  un  semblable. 

Je  vous  ai  connu  dans  un  temps  où  je  prévoyais  peu  ce  qui 
devoit  arriver  et  je  vous  ai  vu  dès  lors  ennemi  de  la  tyrannie  et  dé- 
sirant  la  vèritable  liberto  de  vòtre  Patrie. 

Je  vous  prie,  Monsieur,  de  croire  aux  sentiments  d'estime  et  à  la 
considèration  distinguée  avec  lesquelles  je  suis 

BONAPARTE. 

À  ìhConsieur 
Ila  taglia  ancien  Proveìiteur 

de  la  Rèpublique  de  Venise  à   Brescia 

à   Fé  ni  se. 

15 


234 

Il  Battaggia  difese  a  modo  suo  il  Sanfermo,  ma  gli 
Inquisitori  non  si  acquietarono  e  gli  rescrivevano  di  spe- 
dire tosto  all'ubbedienza  in  Venezia  il  detto  Segretario  e 
lo  avvertivano  di  aver  ordinato  al  circospetto  Conte  Rocco 


Provveditore   BATTAGGIA 

Sanfermo  di  sostituire  il  Giacomo   presso  il  Provveditore 
generale  (i).    . 

Il  Battaglia  s'era  accorto  fin  dall'Agosto  che  gli  In- 

OD  a  o 

quisitori  faceano  spiare  i    suoi    passi  ed  i  suoi  discorsi,  e 


(i)  Raccolta  cronol.  ragion,  eh.  p.  28. 


235 
di  ciò  si  lamentò  con  Bonapatte,  il  quale  parlando  un 
giorno  col  Priuli  rappresentante  veneto  in  Verona  gli  disse: 
«  io  so  che  il  vostro  governo  ha  levato  il  Foscarini  dal 
Provveditorato  perchè  mi  ha  lasciato  entrare  in  Verona, 
ove  però  sarei  entrato  anche  senza  di  lui  :  ma  se  poi  ri- 
chiamassero il  Provveditore  Battaggia  farei  fucilare  quanti 
Provveditori  verranno  da  Venezia   ». 

E  Priuli  riferiva  il  colloquio  agli  Inquisitori  (i),  ed  ecco 
la  cagione  dell'  indulgenza  verso  il  Battaggia. 

Due  ordini  pressanti  venivano  frattanto  dal  Quartiere 
Generale  al  Gerard  Comandante  la  piazza ,  il  primo  era 
che  ordinasse  al  Veneto  Provveditore  di  proibire  ai  Bre- 
sciani di  leggere  in  pubblico  Foglia  Gazzette,  ed  anche 
lettere  private  che  dassero  nuove  della  guerra,  ed  il  Bat- 
taggia tosto  ad  obbedirlo  pubblicò  Y  inibizione  che  com- 
parve sugli  angoli  Y  il  Ottobre  (2),  e  per  di  più  al  18 
dello  stesso  mese  sequestrò  anche  i  giornali  abbastanza 
giacobini  che  venivano  da  Milano  (3). 

Questi  giornali  cominciavano  a  manifestare  sospetti 
e  diffidenze  verso  Bonaparte  e  nello  stesso  tempo  dileg- 
giavano ed  insolentivano  la  Serenissima,  di  modo  che  se- 
questrando que'  giornali,  una  copia  de'  quali  mandava  a 
Venezia,  il  Provveditore  Battaggia  sapeva    che   si  sarebbe 


(1)  Raccolta  cronologica  1.  e. 

(2)  Esemplare  nella  mia  Raccolta. 

(3)1  giornali  di  Milano  che  venivano  allora  a  Brescia  erano  : 
«  Giornale  della  Società  degli  Amici  della  Libertà  »  —  «  Il  Corriere 
Milanese  ossia  il  Cittadino  libero  »,  Milano  Tip.  Veladini,  S.  Rade- 
gonda.  —  «  Il  termometro  politico  della  Lombardia  »,  foglietto  gior- 
nale. 


236 

ingraziato    da    un    lato    Bonaparte,  il   Senato  Veneto  dal- 
l' altro. 

Il  secondo  ordine  che  avea  ricevuto  il  Comandante 
di  piazza  rifletteva  ancora  quegli  ufficiali  che,  non  ostante 
i  proclami  già  pubblicati,  continuavano  nel  dolce  far 
niente  in  Brescia  per  cui  il  Gerard  ordinò  con  pubblica 
notificazione  che  gli  ufficiali  partissero  subito  e  raggiun- 
gessero i  loro  corpi  sotto  comminatoria  di  pene;  che  i 
feriti  e  gli  ammalati  trasportabili  fossero  condotti  al  di 
là  dell'Adda  insieme  ad  ogni  francese  non  impiegato,  e 
che  tutti  gli  addetti  al  corpo  militare  di  Brescia  vestis- 
sero P  uniforme. 

Il  blocco  di  Mantova  continuava,  ma  occorrevano 
braccia  pel  lavoro,  altre  ne  occorrevano  a  Peschiera  per 
fortificazioni,  ed  ai  poveri  soldati  le  male  arie  di  quei 
luoghi  rubavano  la  sanità,  a  molti  anche  la  vita.  Pensò 
allora  Bonaparte  di  mandare  colà  da  diverse  parti  i  ga- 
leotti, ed  il  Brognoli  (1)  e  l'Avanzini  ne  videro  una 
grossa  compagnia  di  100  condotti  dai  birri  passare  da 
Brescia  il  12  Ottobre,  ma  diversi  per  la  lunga  marcia  fitta 
far  loro  rimasero  nelle  nostre  prigioni  impossibilitati  a 
camminare. 


(1)  Antonio  Brognoli,  nobile  bresciano,  fu  dei  più  colti  ed  ono- 
rati ingegni  della  patria.  Fece  i  suoi  primi  studi  a  Brescia,  poi  a 
Milano  ed  a  Parma.  Si  distinse  specialmente  quale  poeta  e  storico. 
Fu  Accademico  Errante  ed  uno  de'  Presidenti  della  Civica  Biblioteca 
Queriniana.  Si  hanno  di  lui  a  stampa  e  manoscritte  molte  opere,  ora- 
zioni, elogi,  canti,  liriche  in  italiano  e  latino,  e  memorie  storiche,  fra  le 
quali  importanti  le  «  Memorie  aneddote  spettanti  all'assedio  dì  Brescia  » 
dell'anno  1438.  Mo/ì  di  83  anni  nel  1806.  Ne  scrisse  l'elogio  il  conte 
G.  B.  Corniani,  suo  illustre  coetaneo. 


^37 


Mentre  i  Bresciani  erano  stati  spettatori  nei  primi 
giorni  eli  questo  mese  al  cambio  dei  prigionieri  e  ne  trae- 
vano buon  augurio  per  la  desiderata  pace,  perdettero  ogni 
illusione  quando  il  giorno   l6  videro   passar    per    Brescia 


ANTONIO  BROGNOLI 


grossi  corpi  di  truppa  con  diversi  generali  avviati  al  campo 
dell'armata  sul    Veneto,  (i) 

La    Cavalleria    Napoletana    che,  come    dicemmo,  era 
stata  allontanata  dalla  città  perchè  benevisa  dal  popolo  in 

(i)  Brognoli,  1/  p.  117. 


238 

confronto  dei  Francesi,  stava  sempre  scaglionata  sul  Bre- 
sciano, sul  Bergamasco  e  sul  Cremasco  ed  in  Brescia  stava 
il  Conte  di  Ventimiglia  Ministro  di  Napoli  preso  la  Corte 
di  Parma  (Palazzo  Martinengo  Cesaresco  a  S.  Brigida  ove 
veniva  spesso  anche  il  Gen.  Ruiz  de  Caravantes).  I  sol- 
dati e  gli  ufficiali  Napolitani  fremeano  per  F  ozio  a  cui 
erano  condannati  fuor  di  Patria.  NelF  Agosto  il  Coman- 
dante levò  da  Ospitaletto  il  Reggimento  Napoli  affetto 
da  febbri  e  lo  concentrò  a  Rovato  ed  il  Generale  stava 
timoroso  di  un  colpo  di  mala  fede  da  Bonaparte. 

La  Corte  di  Napoli  che  da  una  parte  dubitava  per 
le  gravose  condizioni  messe  innanzi  dai  Francesi  sulF  e- 
sito  delle  trattative  di  pace  per  le  quali  era  in  Parigi  il 
Principe  di  Belmonte,  e  d'  altra  parte  tcmea  sempre  che 
Bonaparte  tentasse  impossessarsi  dell'  armi  e  dei  cavalli 
mandò  ordine  al  17  ottobre  al  Conte  di  Ventimiglia  di 
far  marciare  senza  perdita  di  tempo  la  cavalleria  nella 
Valtellina.  (1) 

Ventimiglia  però  comprendeva  non  doversi  per  allora 
temere  un  colpo  di  mano  dai  Francesi  stando  essi  sul 
punto  di  essere  attaccati  dagli  Austriaci,  e  d'  altronde  le 
posizioni  occupate  dalla  cavalleria  sfornita  di  artiglieria  e 
circondata  dai  Francesi,  che  ne  avevano  a  dovizia,  era 
tale  che  essa  non  potea  fare  la  minima  mossa  senza  il 
consenso  di  Bonaparte.  Ciò  non  ostante  comunicò  al  Bri- 
gadiere Ruiz  gli  ordini  ricevuti  e  questi  conoscendo  le 
difficoltà  della  marcia  volle  sentire  il  parere    dei    quattro 


(1)  Marasca,  loco  cit.  p.  230  e  se< 


259 
comandanti  dei  Reggimenti  e  dell'  Intendente  Marchese 
di  Bisogno.  Quest'  ultimo  dichiarò  di  non  aver  denaro 
sufficiente,  e  che  nella  Valtellina  sarebbero  mancati  tutti 
i  mezzi  di  sussistenza  degli  uomini  e  dei  cavalli  per 
essere  quel  paese  incolto  e  misero  al  pari  del  Tirolo. 
I  Comandanti  Francesco  Federici,  Enrico  de  Metsch, 
Principe  d'Assia  Colonnello  Brigadiere  ed  Antonio  Pinedo 
Colonnello  riuniti  dal  Ruiz  in  Brescia  presso  il  Conte  di 
Ventimiglia  sostennero  anch'  essi  non  essere  possibile  ri- 
tirarsi nella  Valtellina  ed  in  una  relazione  sottoscritta  da 
tutti  ne  mostravano  le  ragioni.  Le  strade  per  passare  nella 
Valle  erano  pessime  e  1'  unica  agevole  era  occupata  dai- 
francesi;  nella  Valtellina  mancavano  i  viveri  per  duemila 
cavalli  e  per  passare  da  essa  nel  Tirolo  era  necessario  il 
permesso  degli  Svizzeri  che  certamente  lo  avrebbero  ne- 
gato. Giunta  però  in  Napoli  la  notizia  del  trattato  di  pace 
conchiusa  da  Belmonte  a  Parigi  fu  immediatamente  or- 
dinato a  Ventimiglia  di  sospendere  la  marcia,  tenendola 
tuttavia  pronta  per  qualunque  sorpresa  e  di  vegliare  sui 
movimenti  dei  Francesi.  Il  Conte  di  Ventimiglia  ed  il 
Generale  Ruiz  significavano  a  Bonaparte  la  conclusione 
della  pace,  e  gli  domandavano  di  ritornarsene  in  patria. 
Ma  Bonaparte  giocava  di  mala  fede;  sia  che  veramente 
tentasse  d'impadronirsi  dei  cavalli  di  quei  reggimenti,  da 
lui  assai  stimati,  sia  perchè,  volendo  compiere  l'impresa 
di  Roma,  contasse  di  tenere  quei  reggimenti  quasi  in  ostag- 
gio, per  essere  sicuro  che  il  Re  non  pensasse  di  venire 
alle  armi  rispose:  che  non  aveva  ricevuta  notizia  ufficiale 
della  pace,  (mentre  ufficialmente  la  comunicava  al  Battag- 


240 

già  (i)  e  che  avrebbe  chiesti  ordini  al  Direttorio  —  ogni 
volta  che  il  Ruiz  chiedeva  il  consenso  della  partenza  avea 
da  Bonaparte  buone  parole,  ma  null'altro.  Allora  il  generale 
Napoletano  prevedendo  che  i  sotterfugi  del  generale  Fran- 
cese sarebbero  continuati  Dio  sa  fino  a  quando,  tutto  sollecito 
pel  bene  de'  suoi  militi  e  glorioso  di  comandare  reggi- 
menti invidiati  dal  grande  capitano,  nel  Novembre  scrisse 
al  Provveditore  che  approssimandosi  V  inverno  era  spe- 
diente  gli  assegnasse  altri  locali  non  così  esposti  alle  in- 
temperie come  quelli  che  i  suoi  reggimenti  occupavano 
nelle  diverse  stazioni,  ed  ottenne,  se  non  in  tutto  in  molta 
parte,  ciò  che  desiderava  (2).  Per  ricordare  qui  come 
andò  a  finire  il  malaugurato  affare,  dirò  che  Bonaparte 
tirò  in  lungo  fino  al  Gennaio  1797  ed  allora  fìnse  di  ac- 
cordarsi col  Ventimiglia  fissando  la  partenza  pel  3  Feb- 
braio via  di  Lodi,  ma  venuta  la  vigilia  cambiò  il  3  nell' 8, 
e  alla  fine  non  lasciò  partire  quei  reggimenti  se  non  dopo 
segnato  col  Papa  il  trattato  di  Tolentino  ai   19  Febbraio 

1797  (3)- 

Come  abbiamo  altrove  accennato  il  generale  Sauret  era 

stato  da  Bonaparte  giudicato  inetto  e  condottiero  di  mala 

ventura,  e  perciò  lo    tolse    dal   comando  dell'  avanguardia 

in  Tirolo,  chiamandolo    a    reggere    la    riserva   in   Brescia. 


(1)  Maresca,  1.  e. 

(2)  Maresca,  1.  e. 

(3)  Tutto  che  narrammo  dei  reggimenti  napoletani  lo  abbiamo 
preso  quasi  ad  ìiteram  dall'interessante  lavoro  del  Maresca  da  noi 
già  citato:  e  non  abbiamo  aggiunto  che  alcune  notizie  e  nomi  di 
località  da  lui  forse  ignorate  o  tralasciate  come  di  poca  importanza 
pel  suo  lavoro. 


241 
Egli  però  s'accorse  che  sotto  Bonapartc  non  avrebbe  più 
avuta  fortuna  e  perciò  chiese  ed  ottenne  dal  Direttorio  la 
sua  dimissione  e  se  ne  tornò  in  Francia.  Venne  qui  so- 
stituito dall'inquieto  generale  Macquard  (i)  che  in  pochi 
giorni  cambiò  tre  alloggi,  da  casa  Mazzucchelli  ora  Da- 
tala, in  casa  Chizzola  ai  Cappuccini  ora  Mazzotti,  indi  in 
casa  Poncarali  a  S.  Eufemia  (2). 

Frattanto  Bonaparte,  che  aveva  portato  il  Quartier  Ge- 
nerale a  Bologna,  avuta  notizia  di  novelli  preparativi  guer- 
reschi dell'Austria  piegò  su  Ferrara  e  venne  a  Verona.  Il 
giorno  22  si  sentì  in  Brescia  una  sensibilissima  scossa  di 
terremoto  dalla  quale  il  popolo  presagiva  guerra,  ed  un 
ardente  Giacobino,  il  parrucchiere  Pietro  Cavagnini,  andava 
pubblicamente  gridando  che  quel  terremoto  indicava  che 
la  libertà  veniva  a  mangiare  l'imbecille  Leon  di  S.  Marco, 
per  cui  fu  d.il  Mocenigo  fatto  arrestare  e  condotto  nelle 
carceri  (3)  di  Bergamo.  Nel  dì  27  ari  ivo  a  Chiari  in  car- 
rozza con  cavalli  di  posta  Giuseppina  in  compagnia  di 
Madama  Faipoult  moglie  del  Ministro  Francese  a  Genova  (4) 
e  di  un  ufficiale  superiore.  A  Brescia  smontò  a  casa  Fe- 
naroli  e  la  sera  furono  queste  due  dame  in  teatro  insieme 
al  Co:  Giuseppe  Fenaroli,  ma  il  giorno  dopo  trascorso  il 
mezzogiorno  partirono  per  Verona. 

Il  generale  Macquard  fece  girare  per  due  giorni  la  sua 
truppa  per  le  valli,  lasciò  in  alcuni  paesi  de'  distaccimenti 


(1)  Macquard  Francesco  di  Haumont  dans  la  Meuse  (1738-1841). 

(2)  Allora  Poncarali,  indi  Balucanti,  ora  M^rtinengo  Oldofredi. 

(3)  Bona,  Meni.  ms.  1.  e. 

(4)  Faipoult  Guglielmo  nato  nel  1752,  Ministro  Plenipotenziario 
a  Genova,  morto  a  Parigi    1837. 


242 

e  ritornò  poi  in  città  da  Salò  (i).  Essendo  imminente  la 
ripresa  delle  ostilità  cogli  Austriaci,  Bonaparte  chiamò  al 
campo  il  generale  Victor  (2)  nel  quale  poneva  molta  fi- 
ducia; questi  arrivò  a  Brescia  il  i°  Novembre  ed  alloggiò 
in  casa  Monti  (N.   25   Porta  S.  Alessandro). 

La  guerra  ricominciò,  Alvinzi  (3)  gettò  un  ponte  sul 
Piave  e  si  avanzò  sul  Brenta.  Il  piano  del  supremo  co- 
mandante austriaco  era  che  Davidovich  (4)  sconfiggesse 
Vaubois  nel  Tirolo  e  discendesse  alla  pianura  di  Verona  e 
Mantova,  mentre  la  parte  più  numerosa  dell'  esercito  a- 
vrebbe  per  altra  via  raggiunta  la  stessa  meta.  Masseria  gli 
andò  incontro,  ma  dopo  un  combattimento,  veduta  la 
posizione  di  Alvinzi,  si  ripiegò,  Bonaparte  ed  Augereau 
corsero  a  sostenerlo. 

Al  6  Novembre  Bonaparte  portò  tutte  le  sue  forze  vi- 
cino a  Bassano.  Massella  attaccò  Liptay  (5)  avanti  a  Car- 
miguano  e  lo  costrinse  a  ripassare  il  Brenta.  Quosdanovich 
attaccato  da  Augereau  davanti  a  Bassano  dovette  ritirarsi 
entro  il  paese.  Ma  i  generali  Francesi  ben  s'accorsero  che 
per  ciò  gli  Austriaci  non  erano  vinti.  —  Il  giorno  prima 
Bonaparte  mandò   una    stafetta  a  Vaubois  (6)  scrivendogli 


(1)  Brognoli,  pag.  122. 

(2)  Victor  che  fu    poi    Maresciallo,  Duca  di  Belluno,  nato  1764, 
morto   1829. 

(3)  Alvinzi  Nicola  nato  in  Transilvania  nel   1725,  morto  a  Buda 
nel   1810. 

(4)  Davidovich  Paolo  nato  in  Serbia   nel   1750,  morto  Governa- 
tore di  Gonion  nel    1820. 

(5)  Liptav  Antonio  nato  a  Szeceny  nel    1728,  morto  per  ferite  a 
Padova  nel  1800. 

(6)  Vaubois  nato  nel  1754,  morto  nel   1839. 


243 
di  contenere  con  ogni  sforzo  Davidovich,  ma  un'altra  stu- 
fetta portava  al  Quartier  Generale  francese  la  notizia  che 
Vaubois  assalito  furiosamente  dal  nemico  si  ritirava  dalle 
Valli  Tirolesi.  Bonaparte  spedi  ordini  che  tutta  la  truppa 
disponibile  di  Verona  si  portasse  a  Rivoli  a  sostenere 
Vaubois,  ma  troppo  scarsa  era  quella  guarnigione,  per  cui, 
veduto  il  pericolo,  ordinò  all'  armata  di  ripiegare  su  Vi- 
cenza (7  Novembre),  sbalordita  nel  vedere  una  ritirata  fran- 
cese, ed  il  giorno  8  su  Verona,  ove  lasciò  tutto  l'esercito, 
ed  qqÌì  solo  colla  sua  guardia  fu  a  Rivoli  ove  trovò  Vau- 
bois  che  aveva  potuto,  non  ostante  la  perdita  di  4  mila 
uomini,  riordinare  il  suo  corpo  ed  essere  in  forze  di  re- 
sistere a  Davidovich.  Intanto  Alvinzi  aveva  inseguito  i 
Francesi  fermandosi  a  tre  leghe  da  Verona,  occupando  le 
alture  di  Caldiero.  Agli  1 1  Bonaparte  uscì  da  Verona  e 
pose  P  armata  a  pie'  delle  colline  occupate  dal  nemico. 
Ai  12  si  ingaggiò  la  battaglia.  L'azione  fu  vivissima. 
Alvinzi  respinse  per  due  volte  Massena  sotto  un'acqua  tor- 
renziale e  gelata  che  il  vento  portara  in  faccia  ai  Francesi. 
Il  giorno  dopo  Bonaparte  ritirò  le  sue  truppe  in  Verona, 
sopraffatto  da  quell'  avvilimento  e  da  quell'  angoscia  che 
alcune  volte  sorprendono  anc^e  gli  uomini  più  arditi.  Nella 
notte  non  dormì,  egli  conobbe  tutta  la  gravezza  del  pe- 
ricolo. Se  Davidovich  avesse  vinto  Vaubois  egli,  conside- 
rate le  gravi  perdite  fatte  di  militi  e  di  prodi  generali 
messi  fuori  di  combattimento  per  ferite  o  per  malattie,  si 
teneva  perduto,  molto  più  che  non  azzardava  di  rin- 
novare il  combattimento  con  Alvinzi  mentre  occupava  la 
strategica   posizione    di  Caldiero.   Fu    in  quel    giorno  (13) 


244 

di  scoraggiamento  che  scrisse  urna  lettera  al  Direttorio, 
nella  quale  si  fa  manifesta  1'  angosciosa  condizione  del- 
l'animo suo  (i).  Ne  diamo  un  brano  : 

(Nei  passati  combattimenti)  «  nous  avons  eu  600  blessés, 
200  morts,  150  prisonniers,  panni  lesquels  le  general  de 
brigade  Lannoy.  Le  chef  de  brigade  Dupuy  à  été  blessé 
pour  la  seconde  fois.  L'ennemi  doit  avoir  perdu  davantage. 

Le  temps  continue  à  otre  mauvais,  toute  Y  armée  est 
excédée  de  fatigue  et  sans  souliers.  J'ai  reconduit  l'armée 
à  Verone,  où   elle  vient  d'  arriver 

Aujourd'  bui,  repos  aux  troupes  ;  demain,  selon  les 
mouvements  de  l'ennemi,  nous  agirons.  Je  désespòre  d'em- 
pecher  le  déblocus  de  Manto  ve,  qui  dans  huit  jours  était 
à  nous  Si  ce  malheur  arri  ve,  nous  serons  bientót  derrière 
l'Adda,  et  plus  loin  s'  il  n'arrive  pas  de  troupes. 

Les  blessés  som  1'  élite  de  l' armée  ;  tous  nos  officiers 
superieurs,  tous  nos  géneraux  d'elite  sont  hors  de  combat: 
tout  ce  qui  m'arrive  est  si  inepte  et  n'a  pas  la  confìance 
du  soldat  !  L'  armée  d'  Italie  rèduite  à  une  poignée  de 
monde,  est  épuisée.  Les  héros  de  Lodi,  de  Millesimo,  de 
Castiglione,  de  Bassano,  sont  morts  pour  leur  patrie,  011 
sont  à  T  hópital.  Il  ne  reste  plus  aux  corps  que  leur  ré- 
putation  et  leur  orgueil.  Joubert,  Lannes,  Lanusse,  Victor, 
Murat,  Chabot,  Dupuy,  Rampon,  Pijon,  Chabran,  Saint- 
Hilaire  sont  blessés,  ainsi  que  le  general  Menard. 

Nous  sommes  abandonnés  au  foud  de  l'Italie.  La  pré- 


(1)  Correspondence  de  Napoleon  I.  Paris  1859,  toni.  II.  p.  109-10. 


2^5 

somption  de  aos  forces  nous  était  utile:  Fon  public,  dans 
des  discours  officiels,  à  Paris,  que  uous  uè  somraes  que 
30000  hommes.  J'ai  perdu  datis  cette  guerre  peu  de  monde, 
mais  tous  des  hommes  d'  élite,  qu'  il  est  impossible  de 
remplacer.  Ce  qui  reste  de  braves  voit  la  mort  infaillible, 
au  milieu  de  chances  si  continuelles  et  avec  des  forces  si 
minces.  Peut-étre  1' heure  du  brave  Augereau,  de  l'intrè- 
pide Masséna,  de  Berthier,  la  mienne  est  prète  à  sonner. 
Alors,  alors  que  deviendront  ces  braves  gens  ?  Cette  idée 
me  rend  réservé;  je  n'ose  plus  affronter  la  mort,  qui  se- 
rait  un  sujet  de  découragement  et  de  malheur  pour  qui 
est  1'  objet  de  mes  sollicitudes.  Sous  peu  de  jours,  nous 
essayerons  un  dernier  effort.  Si  la  fortune  nous  sourit, 
Mantove  sera  pris,  et  avec    lui    l' Italie » 

Bonaparte  ritornato  nella  calma  trovò  subito  aiuto  nel 
suo  genio  e  pensò  che  coi  comuni  usi  tattici  nella  sua 
condizione  non  avrebbe  vinto  e  quindi  era  spediente  altri- 
menti operare  per  far  discendere  l' armata  Austriaca  da 
Caldiero.  Immaginò  adunque  di  tirarla  nelle  paludi  di 
Arcole  sulle  quali  non  si  può  impunemente  passare  se 
non  camminando  sugli  argini,  e  chi  primo  li  occupa  ha 
più  probabiiità  di  vincere,  ed  il  maggior  numero  degli  av- 
versari poco  o  nulla  vale  su  quel  vacillante  terreno.  Così 
immaginò,  fece  e  vinse. 

Al  24  di  notte  in  silenzio  uscì  colParmata  da  Verona 
prendendo  la  strada  di  Brescia,  lasciando  credere  al  ne- 
mico che  si  era  avanzato  ancor  più  a  Verona,  che  volesse 
abbandonare  il  Veneto,  ma  poco  dopo  si  volse  a  sinistra 
e  discese  per  la  sponda  destra  dell'Adige  indi  passò  su  di 


246 

un  ponte  di  barche  fatto  da  lui  preventivamente  costruire 
e  si  pose  al  fianco  anzi  quasi  dietro  il  nemico,  occupando 
gli  argini  che  dividono  quelle  paludi.  Accortisi  gli  Au- 
striaci corsero  ad  attaccarlo  e  terribilmente  si  combattè 
d'  ambe  le  parti,  ma  il  giovane  generale  avea  raggiunto 
uno  de'  suoi  obbiettivi  quello  di  costringere  Alvinzi  ad 
abbandonare  le  strategiche  alture  di  Caldiero.  Venuta  la 
notte  cessò  la  grande  lotta  e  Bonaparte  ripassò  l'Adige  e 
bivaccò  in  una  posiz:one  in  cui  nel  caso  si  potesse  soc- 
correre Vaubois.  Nel  26  si  riaccese  la  battaglia  sugli  ar- 
gini. I  Francesi  cariamo  gli  Austriaci  alla  baionetta  e  li 
cacciano  in  palude  e  dopo  incessanti  ed  errici  combatti- 
menti delle  due  armate  Bonaparte  occupa  Arcole  ;  dopo 
72  ore  di  spaventosa  lotta  i  Francesi  ottennero  vittoria. 
Le  due  armate  però  passarono  la  notte  nella   pianura. 

Bonaparte  previde  che  Alvinzi  non  avrebbe  sì  presto 
ritentato  d'  assalirlo,  e  perciò  fece  partire  immediata- 
mente Massena  ed  Augereau  a  difendere  Vaubois,  ma 
arrivarono  quando  questo  generale  era  in  piena  ritirata 
inseguito  da  Davidovich.  Allora  i  due  generali  di  soccorso 
si  posero  dinnanzi  all'  Austriaco,  che  al  primo  combatti- 
mento ritornò  in  Tirolo  ed  il  giorno  dopo  anche  Alvinzi 
ritornò  sul  Brenta. 

Abbiamo  voluto  narrare  un  po'  distesamente  questi 
guerreschi  fatti,  sebbene  non  guerreggiati  nella  nostra  pro- 
vincia, perchè  alcuni  reputati  tattici  ritengono  che  la  batta- 
glia d' Arcole  sia  stata  la  più  audacemente  ingegnosa  e 
fortunata  di  tutte  le  fazioni  campali  del  francese  condot- 
tiero, e  perchè  Brescia  ne  sopportò  le  conseguenze. 


247 
Quando  Bouaparte  parti  da  Verona  verso  Bassano 
Madama  Giuseppina  colla  sua  compagna  di  viaggio  venne 
a  Brescia  e  questa  volta  non  si  fermò,  ma  cambiati  i  ca- 
valli s'avviò  direttamente  per  Milano  (i).  Nello  stesso 
giorno  arrivarono,  credo  dal  Tirolo,  feriti  i  generali  Ram- 
poni (2)  e  Pijon  che  furono  uno  e  l'altro  accolti  nel  pa- 
lazzo Uggeri  (ora  Ferrante,  alla  Pace)  e  Mayer  :?el  palazzo 
Chizzola  ai  Cappuccini  e  dopo  per  più  di  20  giorni ,  con- 
tinuando sempre  l'arrivo  di  feriti  ed  ammalati,  si  distri- 
buirono nelle  Chiese  e  Conventi  di  S.  Eufemia  e  S.  Do- 
menico e  si  improvvisarono  altri  9  o  io  ospedali,  e  fino 
dal  12  Novembre  scriveva  il  Brognoli  che  gli  spedali  erano 
tutti  riboccanti  «  e  pare  impossibile,  esclama,  la  fermezza 
e  la  rassegnazione  con  cui  tanti  poveri  infelici  sopportano 
le  loro  terribili  ferite  e  la  crudele  loro  cura  »  (3).  Per 
lasciar  posto  ad  altri  che  doveano  venire,  il  Comando  mi- 
litare ordinò  l'invio  a  Milano  di  tutti  i  feriti  trasportabili 
e  frattanto  arrivavano  a  Brescia  altri  dagli  spedali  di  Verona. 
Il  giorno  9  Novembre  Brescia  vide  per  la  prima 
volta  la  legione  di  Militi  formatasi  a  Milano  di  cittadini 
dell'antica  Lombardia,  e  qui  giunti  per  unirsi  all'ar- 
mata francese.  Vestivano  una  montura  verde  con  mostre 
rosse,  pantaloni  e  stivaletti,  cappello  con  un'ala  alzata  ed 
all'  intorno  della  coppa  uua  gran  lastra  d'  ottone  dorata 
pegli  ufficiali  e  semplice  pei  soldati  coli' iscrizione:  «  Rige- 


(1)  Avanzini,  1.  e.  I,  p.  25. 

(2)  Ramponi  Ant.  Guglielmo  nato  all'Ardeche  nel  1750,  morto  a 
Parigi  nel   1822. 

(3)  Avanzini,  pag.   131. 


248 

nerazione  italica  -  Libertà,  eguaglianza  o  morte  »  e  l'Avan- 
zini attesta  che  i  Bresciani  sorridevano  al  vedere  quel  ve- 
stito e  quell'aspetto  poco  guerresco.  Se  poi  prestiamo  fede 
ad  uno  degli  aiutanti  di  Bonaparte,  il  Val,  egli  scrisse  ad 
un  suo  amico  a  Parigi  che  quella  legione  era  formata  di 
gente  poco  buona.  Quando  udirono  i  militi  di  questo  corpo, 
che  doveano  essere  avviati  verso  Mantova,  una  buona  parte 
disertò  (i).  Non  passarono  molti  mesi  e  quel  corpo  della 
Italica  Rigenerazione  era  sciolto. 

Dal  giorno  che  Bonaparte  si  portò  col  suo  esercito  al 
Brenta  fino  alla  battaglia  di  Arcole  i  Bresciani  furono  te- 
nuti sempre  all'oscuro  di  ogni  avvenimento;  sapevano  che 
si  guerreggiava  anche  in  Tirolo,  ma  del  resto  nulla.  Le 
comunicazioni  col  Veneto  furono  appositamente  chiuse, 
non  si  lasciavano  passare  ne  viaggiatori,  ne  negozianti, 
ma  solo  i  militari  e  quelli  di  che  conducevano  i  carri 
de'  viveri,  che  si  levavano  dai  magazzeni  di  Brescia.  Era 
stato  fermato  sul  Veneto  anche  il  corriere  della  Serenis- 
sima. Come  avviene  sempre  ne'  momenti  di  grandi  ed 
incerti  avvenimenti  mancanti  di  notizie  certe,  s'immagini 
il  lettore,  scrive  il  Brognoli,  quante  induzioni,  quante  con- 
tradditorie novelle  si  udissero  in  città  (2).  Senonchè  nel 
giorno  in  cui  Bonaparte  si  ritirava  su  Vicenza,  poi  su 
Verona,  e  Davidovich  acquistava  terreno  contro  Vaubois, 
ecco  che  il  generale  austriaco  Laudon  discese  dalle  nostre 
valli  per  approssimarsi  a  Brescia  (9  Novembre).  La  notizia 


(1)  Avanzini,  pag.  76. 

(2)  Brognoli,  1.  e.  voi.  I,  p.   131. 


249 
dell'  invasione  era  già  stata  data  a  Mocenigo  dai  Sindaci 
di  Valcamonica  e  di  Valtrompia,  nonché  dal  Provvedi- 
tore di  Salò. 

Il  generale  Macquard  (i)  che  comandava  la  riserva  in 
Brescia,  ma  non  avea  quasi  più  soldati  per  averli  mandati 
al  campo  principale,  pensò  bene  di  porsi  in  sicurezza. 
Fece  approvvigionare  il  castello,  fece  condurre  lassù  molti 
de1  militari  che  giacevano  negli  spedali  e  mise  in  difesaa 
quelle  fortificazioni. 

I  cittadini  furono  in  grande  apprensione  che  la  città 
ridivenisse  campo  di  battaglia,  e  pregarono  il  Provveditore 
di  convincere  Macquard  ad  uscire  colla  sua  truppa  dalle 
mura,  ma  naturalmente  il  generale  rifiutò  (2). 

II  13  mattina  nuovo  grande  allarme  alla  voce  che  gli 
Austriaci  erano  alle  porte;  la  gente  fuggì  ritirandosi  nelle 
proprie  case  o  botteghe,  e  così  durò  1'  agitazione  tutto  il 
giorno  e  la  sera  si  calmò  (3). 

Ma  queste  disgustose  apprensioni  si  rinnovarono  il 
giorno  16  ed  il  18,  ondechè  i  Francesi  trasportarono  in 
castello  anche  le  po^he  artiglierie  eh'  erano  in  rocchetta 
di  S.  Chiara  ed  il  Provveditore  fece  girare  pattuglie  di 
fanteria  e  cavalleria  veneta,  ma  nel  giorno  21  1'  allarme 
si  fece  più  violento,  sempre  sulla  voce  che  gli  Austriaci 
erano  poco  distanti  da  Porta  Pile.  Dei  Francesi  una  parte 
ritirossi  in  castello  e  parte  si  preparò  a  combattere,  i  cit- 
tadini si  chiusero  nelle  case. 


(1)  Macquard  nato  a  Hanoncourt   1738,  morto   1804. 

(2)  Brognoli,  1.  e. 

(3)  Idem.  16 


250 

Arrivato  finalmente  il  corriere  di  Venezia  si  ebbe  no 
tizia  dei  passati  avvenimenti;  Laudon,  conosciuta  la  riti- 
rata di  Davidovich,  si  ritirò  anch'esso  dalie  valli  ;  questo 
fatto  notificò  pubblicamente  il  Provveditore  per  acquietare 
le  paure  dei  cittadini;  pochi  giorni  dopo  arrivò  in  Brescia 
il  generale  Vaubois  ferito,  estenuato  dalle  fatiche,  ed  al- 
loggiò in  casa  Randini  (ora  Tagliaferri,  a  S.  Maria  Calcherà). 

Mentre  poi  si  sapeva  che  gli  Austriaci  aveano  ripas- 
sato il  confine,  il  generale  Macquard  preso  con  sé  un  corpo 
di  truppa  fece  una  corsa  di  ricognizione  in  valle,  ma  la 
sera  ritornò  in  città.  Bonaparte  dopo  gli  ultimi  per  lui 
gloriosi  fatti  fu  ad  ispezionare  il  blocco  di  Mantova,  indi 
di  là  direttamente  a  Milano  ove  lo  raggiunse  i!  Quartier 
Generale  che  passò  da  Brescia  insieme  alla  guardia  del 
Generale  in  capo.  Col  Quartiere  Generale  capitò  anche 
Murat,  che  diceasi  ferito,  e  si  pose  nel  palazzo  Negroboni 
(ora  del  Credito  Agrario)  e  si  fermò  in  questa  sua  sim- 
patica città,  com'egli  la  chiamava.  Veramente  però  le  sue 
ferite  non  gli  impedivano  di  corteggiare  le  signore  e  di 
passeggiare  sotto  i  portici  col  generale  Macquard,  dove  lo 
vide  l'Avanzini.  Frattanto  i  feriti  erano  diminuiti  pel  tras- 
porto che  si  fece  di  molti  in  altre  città  e  così  lasciavano 
i  loro  letti  a  quegli  infelici  commilitoni  che  la  febbre  della 
malaria  di  Mantova  colpiva  ogni  giorno  a  diecine  e  diecine. 

Non  ostante  le  terribili  lotce  de'  trascorsi  giorni  nulla 
indicava  che  la  guerra  dovesse  cessare  anzi  i  preparativi 
faceano  presumere  che  sarebbe  continuata.  Le  due  armate 
non  erano  in  armistizio  ma  in  una  sosta  forzata  avendo 
bisogno  di  riposo  e  di  riorganizzazione. 


251 

I  due  eserciti  stavano,  l'uno  l'Austriaco  tra  Padova  e 
Bassano  con  un  corpo  in  Tirolo,  1'  altro  tra  Verona  e 
Legnago.  In  questi  ultimi  giorni  di  Novembre  lino  quasi 
alla  metà  di  Dicembre  fu  un  continuo  passaggio  da  Bre- 
scia  di  truppe  che  venivano  da  Francia  e  da  Milano  ed 
andavano  a  rinforzare  l'armata  di  Verona;  ed  un  inces- 
sante arrivo  di  carichi  di  biscotto,  farine,  abiti  venne  ad 
aumentare  le  provviste  dei  magazzeni  bresciani. 

Gli  Austriaci  si  rifecero  presto  perchè  relativamente 
aveano  perduti  pochi  militi,  ma  Bonaparte  dovette  atten- 
dere i  20  o  30  mila  uomini  promessi  da  Francia,  ed  avu- 
tili volea  subito  continuar  la  guerra.  Ma  il  Direttorio,  per 
mezzo  del  generale  Klerk,  gli  annunciò  che  volea  un  ar- 
mistizio, da  domandarsi  e  trattarsi  dallo  stesso  Klerk.  Bo- 
naparte malcontento  obbedì. 

In  questo  frattempo  gli  Austriaci  ripassarono  il  confine 
tirolese  con  scorrerie.  Occuparono  Gargnano  e  vennero 
fino  a  Toscolano  e  condussero  via  il  ^allomano  uob.  Ve- 
spasiano  Dalai.  A  Barghe  e  Vestone  fecero  bottino  di  sale 
e  farine.  Al  19  corse  voce  che  gli  Austriaci  erano  stati 
visti  a  Nave,  e  questa  notizia   gettò  1'  allarme  nella  città. 

II  generale  Macquard,  per  aver  pronta  nel  caso  la  di- 
fesa, pose  alle  principali  crocevie  della  città  un  capo  tam- 
burro  con  tamburoni  pronti  a  battere  la  chiamata  all'oc- 
correnza (1);  duplicò  i  corpi  di  guardia  alle  porte  con  due 
cannoni  rivolti  alle  strade  delle  valli,  e  Murat  prese  il  co- 
mando della  parte  orientale  della  nostra  Provincia  e  scrisse 


(1)  Avanzini.  1.  e. 


252 

a  Condulmer  Provveditore  di  Salò  che  avrebbe  ritenuti 
come  spie  tutti  i  riveraschi  che  fossero  privi  di  passaporto 
rilasciato  dai  Comuni  (1). 

Bergamo,  e  specialmente  le  sue  valli,  non  ostante  che 
costituissero  il  territorio  più  lontano  dalla  dominante  pure 
aveano  sempre  conservato  inalterabile  fede  al  Governo  di 
S.  Marco,  sostenuti  anche  dalla  calda  parola  del  rappre- 
sentante Veneto,  P  Ottolini,  tuttoché  il  debole  Senato  vi 
contrapponesse  quelP  altra  :  rispettale  i  pubblici  riguardi, 
quanto  dire,  non  fate  niente  e  sopportate.  Bonaparte,  co- 
noscendo il  rude  ma  fermo  carattere  dei  Bergamaschi,  de- 
cise di  scompigliare  i  loro  pensieri  e  la  loro  fede.  Bergamo 
non  era  mai  stata  occupata  dai  Francesi  dacché  costoro 
erano  entrati  in  Lombardia,  ma  il  Bonaparte  ordinò  al 
generale  Baraguai  d'Hilliers  di  compiere  quella  occupazione. 
Ai  23  Dicembre  il  generale  francese  divise  il  suo  corpo 
impadronendosi  delle  porte  della  città,  non  ostaute  le  pro- 
teste dell'Ottolini  e  del  Provveditore  2;.  Il  giorno  dopo 
Bergamo  fu  visitata  dai  soliti  emissari  della  libertà,  fra  i 
quali,  diceasi  allora,  vi  fosse  il  famigerato  modenese  Sal- 
vadori,  dipinto  dal  De  Castro  e  dal  Greppi  come  il  più 
sfacciato  e  terrorista  di  tutti  i  rivoluzionari.  Cosi  Bergamo 
fu  posta  nella  stessa  condizione  di  Brescia,  governo  ve- 
neto impotente  ed  occupazione  francese   onnipotente. 

Ai  25  si  pubblicò  dall'autorità  militare  che  gli  Austriaci 
si  erano  ritirati  dalle  valli  e  scomparsi  que'  pichetti  che 
erano  stati  veduti  vicino  a  Brescia.  Si  avvicinava  frattanto 


(1)  Avanzini,  1. 

(2)  De  Castro. 


2)> 

il  carnovale  e  i  Direttori  del  Teatro  degli  Erranti  ora 
teatro  Grande]  stante  le  voci  di  guerra  che  ogni  dì  cre- 
scevano e  lo  stato  d'  animo  ed  economico  dei  cittadini  e 
del  Comune,  erano  in  dubbio  di  aprire  le  rappresentazioni 
in  musica,  ma  i  Francesi  le  volevano  ed  il  conte  Fran- 
cesco Gambara,  che  fu  l'ultimo  dei  Principi  di  quell'Acca- 
demia, molto  amico  dei  Francesi  si  prestò  ai  loro  desi- 
deri e  fu  dato  il  melodramma  serio  Alfonso  e  Cora.  E  nella 
prima  sera  i  Francesi  armati  occuparono  le  porte  interne 
ed  esterne  del  Teatro  con  meraviglia  di  tutti  che  nulla  di 
simile  aveano  mai  visto  sotto  il  dominio  veneziano. 

Crescendo  la  guarnigione  in  Brescia  al  Comando  di 
piazza  venne  in  mente  di  occupare  l'antico  Arsenale  d'arni 
in  Piazza  del  Duomo  i  e  lo  ridusse  a  caserma  metten- 
dovi dentro  una  mezza  brigata. 

La  mattina  del  27  Dicembre  il  generale  Macquard  fece 
la  rivista  delle  sue  truppe  in  Piazza  Vecchia,  terminata  la 
quale  ordino  fosse  lasciato  un  cannone  servito  da  quattro 
uomini  con  miccia  accesa,  a  piedi  dell'arcata  centrale  della 
Loggia,  rivolto  verso  1'  orologio  o  Strada  Nuova.  11  fatto 
impressionò  fortemente  la  città,  molto  più  che  il  Macquard 
non  godeva  la  simpatia  dei  cittadini.  Il  Giudice  di  Col- 
legio Gaetano  Palazzi,  in  quel  mese  Capo  del  Municipio, 
si  portò  sul  vespro  dal  Provveditore  e  dissegli  :  «  o  via 
quell'  insultante  cannone  od    il    gran  Consiglio  si  dimette 


(1)  L'antico  Arsenale  ove  tino  alla  metà  di  quel  secolo  si  fab- 
bricavano armi  e  cannoni,  nel  1796  non  serviva  che  a  custodire  le 
armi.  Divenuto  poi  più  tardi  proprietà  del  Sig.  Polotta,  lo  riformo 
dandogli  Fattuale  nobile  forma. 


254 

in  massa  ».  Fa  d'  uopo  credere  che  il  Provveditore  con 
efficace  rimostranza  abbia  ottenuto  ciò  che  il  Palazzi  chie- 
deva, perchè  nella  notte  il  cannone  fu  tolto. 

L' abate  Bono  (  i  )  spiega  questo  fatto  come  un  dispetto 
contro  il  Palazzi  e  suoi  colleghi  di  Banca  per  aver  egli 
rifiutato  all'irrequieto  generale  il  prestito  di  duemila  lire 
tornesi. 

Al  30  un  piccolo  corpo  di  Austriaci  ripassò  il  confine 
a  Bagolino  e  questo  bastò  per  mettere  in  apprensione  la 
città  e  lo  stesso  Macquard  il  quale,  d'  accordo  col  Prov- 
veditore, pose  un  corpo  francese  in  luogo  avanzato  fuor 
delle  mura,  un  corpo  veneto  entro  le  porte,  ed  appena 
fuori  pose  un  cannone  di  grosso  calibro  appuntato  verso 
la  campagna. 

Così  consumavasi  l'anno  1796.  «  Abbiamo  un  bel  sole, 
ma  quantunque  /'  anno  finisca  col  bel  tempo  per  noi  è  stato 
quasi  sempre  burrascoso,  per  violente,  per  danni  e  continua- 
mente in  timore  di  grandi  avvenimenti.  Iddio  voglia  che  nel 
venturo  anno  si  abbia  a  vedere  il  termine  di  sì  terribile  guerra  ». 
Con  queste  parole  l'Avanzini  finiva  le  sue  note  cronolo- 
giche del  1796,  ed  i  suoi  lamenti  corrispondevano  a  do- 
lorosi finti  (2). 


(1)  Memorie  I.  e. 

(2)  Un    ultimo  capitolo  «  Dolenti    note  »  era  nella  mente  del 
compianto  autore  ;  a  scriverlo  non  gli  bastò  la  vita. 


APPENDICI 


I. 


ELENCO  DELLE  CHIESE 

che  nel  1796  erano  aperte  all'  esercizio  del  culto 
ed  oggi  distrutte  o  volte  ad  altri   usi 


S.  Antonio  N.  Civ.  (vecchio)  1944 


S.  Andrea 

S.  Agostino 

S.  Bartolomeo 

S.  Barnaba 

S.  Brigida 

S.  Cristoforo 

S.  Caterina 

S.  Carlino 


»  1751   - 

»  1   - 

»  802  - 
073  - 
513   - 

»  2824  - 

»  2799  - 

»  2019  - 

S.  Cassiano                      »  162  - 

S.  Domenico                     »  1 115  - 

S.  Desiderio                      »  75   - 

S.  Francesca  Romana     »  2715  - 

S.  Giacomo                       »  2688-89  " 


Via  omon  ma  -  ora  Via  Cairoli  N.  9  - 
Cavallerizza  Comunale. 

Via  del  Lauro  -  ora  Corso  Carlo  Alberto 
N.  44  -  Casa  detta  del  Soccorso. 

Vicolo  omonimo  -  Unito  al  Palazzo  Bro- 
letto. 

Via  omonima  -  ora  dell'Arsenale  X.   io 

-  Arsenale  Militare. 

Piazzetta  omonima  -  ora  Corso  Magenta 
N.  46  -  Istituto  Pavoni. 

Vicolo  omonimo  -  ora  Vicolo  del  Beve- 
ratoi N.   :<5  -  Casa  privata. 

Via  omonima  -  ora  del  Carmine  -  Ca- 
serma S.  Martino. 

Via  omonima  N.  25  -  ora  Corso  Marsala 
N.  28  -  Caserma  -  Uffici  della  regia 
Finanza. 

Via  omonima  -  ora  Corso  Carlo  Alberto 
N.  8  -  Magazzeno  Comunale,  unito 
al   Palazzo  Liceo  ed  Istituto  Tecnico. 

Via  omonima  N.  5  -  ora  Torre  d'Ercole 
N.   5   -  Società  Telefonica. 

Via  S.  Lorenzo  -  ora  Via  Moretto  -  Bagni 
pubblici  Ospedale. 

Vicolo  omonimo  -  ora  Via  Porta  Nuova 
N.  6  -  Unito  al  P.  L.  Convertite. 

Vicolo  omonimo  N.  1 1  -  Magazzeno  pri- 
vato. 

Via  omonima  -  ora  Via  Battaglie  N.  61 

-  Caserma  S.  Martino  e  Archivio  No- 
tarile. 


2S8 

S.  Giulia  N.  Civ.  (vecchio)  1:8 

S.  Girolamo  »  

S.  Lorenzino                    »  :  142 


S.  Mattia 
S.  Matteo 


2598 
2601 


S.  Maria  Mansione  »  1800 

S.  Maria  Maddalena  »  754 

S.  Maria  di  Passione  »  501 

S.  Marta  »  406 

S.  Margherita  »  1297 

S.  Maria  della  Neve  »  2367 

S.  Nicola  »  1833 

S.  Nazaro  de' Disciplini  »  1782 

La  Pietà  »  11 16 

SS.  Pietro  e  Marcellino  »  825 

S.  Paolo  »  226 

S.  Pietro  Martire  »         2081-82 

S.  Siro  »  535 

I  Santi  »  42 

S.  Spirito  »  590 


S.  Urbano 


56 


Via  dei  Padri  Riformati  -  ora  Veronica 
Gambara  -  Museo  Cristiano. 

Via  omonima  -  ora  Via  delle  Grazie  - 
Cavallerizza  Militare. 

Via  omonima  -  ora  Moretto  N.  43  -  Ca- 
serma degli  Accenditori. 

Via  delle  Grazie  N.   5   -  Casa  privata. 

Via  delle  Grazie  N.  9  -  Palestra  Ginna- 
stica delle  Scuole  Comunali. 

Piazzetta  omonima  -  ora  Via  Parallela 
N.  6  -  Fabbrica  carrozze. 

Piazzetta  S.  Lorenzo  -  ora  Via  Moretto 
N.   53   -  Casa  privata. 

Piazzetta  omonima  -  ora  Via  Tosio  N.  1 

-  Casa  privata. 

Giardino  Pubblico  -  ora  Piazza  Mercato 
Nuovo  N.  9  -  Caserma  Artiglieria. 

Via  omonima  -  ora  Paganora  N.  2  - 
Casa  privata. 

Contrada  delle  Cappuccine  -  ora  Via  delle 
Battaglie  N.  38  -  Casa  privata. 

Vicolo  omonimo  X.  25  -  Magazzeno  pri- 
vato. 

Vicolo  delle  Stelle  N.  4  -  Magazzeno 
Comunale. 

Via  S.  Lorenzo  -  ora  Via  Moretto  N.  42 

-  Farmacia  Ospedale. 

Piazzetta  Casa  d'industria  -  ora  Via  Santa 
Eufemia  N.   3   -  Farmacia  Militare. 

Vicolo  omonimo  -  Casa  d' industria  e 
Magazzeno  Comunale. 

Vicolo  omonimo  N.   f   -  Casa  privata. 

Vìcolo  omonimo  N.    f   -  Casa  privata. 

Vicolo  omonimo  N.  2  -  Casa  privata. 

Contr.  omonima  -  ora  Via  Tosio  N.  16 
Scuole  Normali. 

Via  omonima  -  Carceri. 


2)9 
II. 

Diamo  qui  l'elenco  delle  monete  reali  e  di  conto,  che 
avevano  corso  in  Brescia  sulla  fine  del  secolo  XVIII,  in- 
dicandone il  valore  e  la  corrispondenza  approssimativa  in 
lire  italiane.  Diciamo  approssimativa  essendo  impresa  diffi- 
cile, per  non  dire  quasi  impossibile,  stabilire  un  ragguaglio 
esatto  e  sicuro  attese  le  diverse  variazioni  che  molte  di 
quelle  monete  subivano  nel  valore  di  piazza  in  confronto 
a  quello  intrinseco  od  a  quello  ufficiale,  variazioni  cagio- 
nate così  dal  capriccio  della  piazza  di  Brescia  come  dal 
commercio,  specialmente  col  Ducato  di  Milano. 

MONETE  REALI  ED  IDEALI  CORRENTI 


Zecchino  eguale  a  lire  piccole  22,  ora  vale  lire  12,  coi 
suoi  spezzati  (1/2,  1/4)  e  coi  suoi  multipli,  i  più  cospicui 
de'  quali  erano  il  pezzo  da  40  e  quello  da  100  zecchini, 
di  millimetri  80  di  diametro. 

Ducatene  0  S.  Giustina  eguale  a  lire  piccole  11,  ora  vale 
lire  6. 

Tfoppio  Ducato  Veneto  eguale  a  lire  piccole  8,  ora  vale 
lire  4.15  e  bresciane  9.5. 


(1)  Dialogo  fra  un  creditore  e  un  debitore  sul  ragguaglio  delle 
valute,  ecc.  -  Brescia,  Bettoni,   1806,  pag.  5. 

Nuovo  e  preciso  ragguaglio  fra  le  lire  austriache,  italiane  e  mi- 
lanesi, e  viceversa,  colla  tariffa  delle  monete.  -  Brescia,  1824,  presso 
Girolamo  Quadri,  in-8. 

Nazari  -  Le  monete  dei  possedimenti  veneti  di  oltremare  e  terra- 
ferma descritte  ed  illustrate,  Venezia,   185 1. 

Tariffa  delle  monete,  tabella  di  riduzione,  ragguagli  sui  pesi  e 
misure,  tee.  -  Brescia,  Apollonio,   1861. 

Vincenzo  Padovan  -  Le  monete  di  Venezia,  3*  edizione,  Ve- 
nezia,  18S1. 


2Ó0 

Scudo  Veneto  eguale  a  lire  piccole  12.8  (il  quarto  di 
scudo  era  detto  anche  quartarolo). 

Scudo  Bresciano  eguale  a  lire  piccole  7. 

Osella  eguale  a  lire  piccole  3.12. 

Lirasse  0  lirone  da  io  gaiette  eguale  a  lire  piccole  1.6, 
ital.  lire  0.69. 

L'ira  Tlanet  eguale  a  lire  piccole   1.14. 

Lira  piccola  eguale  a  ital.  lire  0.51,  valore  ideale  non 
rappresentato  da  moneta. 

Petissa  e  mei^a  Petissa  -  La  petissa  valeva  in  Brescia 
quanto  la  lira  piccola. 

Traer  -  moneta  d'  origine  milanese  (1). 

Berlinger  0  Berlingotto  -  Aveva  gran  credito  in  Lom- 
bardia ed  era  una  lira  detta  anche  Moceniga. 

Parpaiola  (parpòla)  -  moneta  svizzera-lombarda  portata 
fra  noi  dal  traffico. 

Tròni  eguale  a   lire  piccole. 

Marcello  eguale  a  lire  piccole  0.10  e  a  ital.  lire  0.2550. 

Denaro  -  240  danari  formavano  1  lira  piccola  (valore 
ideale). 

Barattino  -  monetina  lievemente  concava,  il  suo  nome 
vuoisi  derivato  dalla  voce  saracinesca  o  arabica  bagathoh, 
donde  anche  bagattella  che  significa  cosa  vile  o  di  pochis- 
simo pregio.  Era  la  duodecima  parte  del  soldo  e  chiama- 
vasi   talvolta  anche  denaretto. 

Soldo  de  piccoli  -  lire  piccole  0.0.12,  constava  cioè  di 
12  denari  ed  era  1  20  di  lira  piccola,  cioè  era  la  vente- 
sima  parte  di   51   cent.   ital.  ed   aveva  anche  la  sua  metà. 

Settèrnez&o  -  lire  piccole  0.7.10  millesimi. 


(1)  I  milanesi  ritiravano  dal  veneto  moneta  buona  e  davano  in 
cambio  questa  che  era  comoda  ma  errosa  e  la  facevano  pagare  più 
dell'intrinseco,  cioè  soldi  cinque.  Bandita  con  decreto  18  Aprile  1722 
ciò  non  ostante  questa  moneta  conservò  il  nome  nel  commercio  anche 
quando  in  realtà  non  se   ne  trovava  più  in  circolazione. 


26  I 

Gabella  -  valeva  2  soldi  -  30  gazzette  formavano 
una  lirassa. 

Soldo  de  grossi  0  grosso. 

Lira  camerale  che  valeva  lire  piccole  0.15.6  denari. 

Be-^elt  (da  bès,  piccola  monetai  detto  anche  quattrino 
bianco  (1). 

Ouartarolo  eguale  lire  ital.  0.0174. 

Seslno  e  Scsino  doppio  -  originario  milanese  -  Bresciani 
e  Bergamaschi  instarono  presso  il  governo  perchè  ne  co- 
niasse di  simili  (V.  Lazzari,  pag.   145). 

Grosso  e  gros setto. 

Monete  forestiere. 

La  sovrana  e  mezza  sovrana  —  Lo  zecchino  di  Baviera 

—  La  doppia  di  Bologna  —  Il  Luigi  di  Francia  —  La 
Genova  —  Il  gigliato  di  Firenze  —  La  doppia  di  Milano 

—  La  doppia  di  Parma  —  La  doppia  di  Savoia  —  I  Tal- 
leri d'Austria  —  I  Francesconi  di  Toscana  —  I  Ducati 
di  vari  paesi  specialmente  di  Milano  -—  Ducato  di  banco 
eguale  a  ducato  d'argento,  cioè  piccola  lira  1  e  soldi  12 
del  piccolo  Ducato,  io  di  banco  sino  ducati  12  d'argento, 
cioè  piccole  lire  96  —  Soldo  grosso  di  banco  vale  8  soldi 
del  piccolo  —  Lira  di  banco  è  eguale  alla  lira  grossa. 

PESI    E    MISURE 

in.    «so    et.    Brescia    nel    X^TOO    (2) 

Se  disordinato,  e  variabile  da  tempo  a  tempo,  da  luogo 
a  luogo  era  il  valore  delle  monete  altrettanto  si  può  dire 


(1)  Agli  ji  Ottobre  1458  furono  banditi  ptr  comando  del  Veneto 
Senato,  con  grave  danno  dei  Bresciani,  i  denari  di  rame  minuti  altri- 
menti detti  planetti. 

(2)  Ragguaglio  delle  misure  e  pesi  Bresciani  col  sistema  metrico 
decimale.  Brescia  presso  Stefano  Malaguzzi  libraio,  1879. 


262 

del  valore  de'  pesi  e  delle  misure,  colla  differenza  che 
quest'ultimo  durò  più  a  lungo  verso  i  tempi  nostri,  anzi 
l'antico  modo  del  misurare  e  del  pesare  non  è  forse  af- 
fatto scomparso,  almeno  platealmente,  dalla  Provincia. 
Trattandosi  perciò  di  notizie  generalmente  note  avrei  po- 
tuto ometterle,  senonchè  considero  che  la  storia  non  è 
fatta  solo  pei  contemporanei,  ma  altresì  per  i  venturi  che 
in  un  giorno  più  o  meno  lontano  avranno  dimenticato 
nome  e  valore  dei  vecchi  pesi  e  misure,  come  è  già  pas- 
sato in  oblìo  per  noi  il  nome  ed  il  valore  delle  monete 
che  gli  avi  nostri  riceveano  e  spendevano  sulla  fine  del 
secolo  XVIII. 

Il  sistema  metrico  di  quei  giorni  non  era  decimale 
come  quello  d'oggidì  ma  dodecimale  ;  prototipo  o  cam- 
pione era  il  braccio  bresciano  dal  quale  traevansi  tutte  le 
altre  misure  lineari,  superficiali  e  di  volume,  ed  anche  i  pesi 
usuali,  esclusi  però  quelli  dei  partiti,  che  traevano  la  loro 
origine  dal  sistema  di  Venezia,  e  quello  dell'  oro  e  del- 
l'argento che  si  uniformava  al  sistema  di  Milano. 

Il  braccio  bresciano  adunque  equivalente  a  47  cent. 
5  mill.  era  diviso  in  12  onde  e  queste  in  12  punti,  di- 
visi in  12  minuti,  formati  da  12  atomi  ciascuno  de'  quali 
composto  di  12  momenti;  parti  tanto  minute  nelle  lineari 
misure  che  non  si  possono  distinguere  se  non  mentalmente 
perchè  a  formare  il  braccio  bresciano  doveano  concorrere 
248832  momenti. 

Sei  braccia  formavano  il  cavezzo  o  pertica  bresciana 
misuratrice  della  terra.  Due  cavezzi  cioè  braccia  12  di 
lunohezza  ed  altrettante  di  larghezza  formavano  una  ta- 
vola  di  terra,  e  cento  tavole  formavatu  un  piò,  che  ora 
col  sistema  metrico  decimale  corrisponde  a  32  are,  5  centim. 
5   mill.  e  3   decimillimetri  quadrati. 

In  alcuni  luoghi  della  nostra  Provincia,  massime  mon- 
tani o  confinanti   col    Bergamasco,  colla    stessa    misura  si 


263 

formavano  le  pertiche  superficiali  di  terra,  onde  io  cavezzi 
per  ogni  verso  facevano  una  pertica  di  terra,  quattro  delle 
quali  facevano  un  piò.  La  tavola  poi  si  ripartiva  in  piedi  i  2 
di  superficie,  ognuno  dei  quali  conteneva  ?2  onde,  che  in 
punti,  minuti,  atomi  e  momenti  a  12  a  1 2  si  suddivide- 
vano. I  pavimenti,  i  solari,  i  tetti  e  le  altre  cose  che  an- 
cora adesso  si  misurano  in  sola  superfìcie  si  misuravano 
col  braccio  e  si  formava  il  quadretto.  Nelle  escavazioni  che 
si  misurano  cubicamente  colle  tre  dimensioni  di  lunghezza, 
larghezza  e  grossezza  od  altezza,  per  formare  un  quadretto 
si  misurava  col   braccio  in  osmi   dimensione. 

o 

Gli  statuti  Bresciani,  allora  vigenti  con  forza  di  legge, 
prescrivevano  che  ogni  fabbricato  dovesse  erigersi  ad  un 
piede  entro  il  proprio  confine.  L'antichità  però  di  questo 
statuto  fece  dimenticare  in  parte  il  valore  del  piede  sta- 
tutario in  confronto  del  prototipo  misuratore  bresciano. 
Da  ciò  avvenne  che  in  tutto  il  secolo  scorso  si  questionò 
dai  tecnici  (1)  se  gli  statuti  avessero  inteso  riferirsi  al  piede 
Longobardo  di  Liutprando  (Fé  de  Brand  come  lo  chia- 
mano i  nostri  muratori)  od  a  quello  romano,  oppure  ad 
un  piede  di  antico  conio  bresciano.  Chi  lo  diceva  eguale 
ad  oncie  16  del  braccio  nostro,  chi  ad  un  braccio  pure 
bresciano  corrispondente  al  piede  romano. 

Il  lettore  troverà  qui  di  seguito  un  prospetto  comple- 
mentare ed  illustrativo  sui  vecchi  pesi  e  misure  e  così 
meglio  vedrà  come  la  disordinata  varietà  dei  valori  e  di- 
visioni metriche  d' allora  dovessero  portare  instabilità  e 
confusione  nel  commercio  interno  ed  esterno. 

Misure  lineari  e  di  superficie. 

Braccio  lungo  o  di  tela  eguale  a  m.  0.6741237. 
Braccio  corto  o  della  seta  eguale  a  m.  0.6403828. 


(1)  Faustino  Fedrighini  -  Ricerca  sul  piede  statutario  di  Brescia. 
Ivi  pel  Bossini   1752,    in-8. 


264 

Braccio  da  muratore  detto  anche  piede  di  fabbrica  e- 
guale  a  ni.  0.4974275. 

Braccio  quadrato  di  144  oncie  quadr.  eguale  a  2  decìm. 
quadr.,  60  centim.   quadr. ,  69   mill.   quadr. 

Oncia  quadr.  bresciana  eguale  a  5  centim.  quadr.,  70  mill. 
quadr.;  si  divide  in    12  punti. 

Ca vezzo  quadr.  di  36  braccia  quadr.  eguale  a  8  centiare. 

Tavola  quadr.  di  4  cavezzi  eguale  a  32  centiare,  55  de- 
cimi, quadr.,   3$  mill.   quadr. 

77  Tiò  è  100  tavole  quadrate  cioè  32  are,  55  centim., 
39   decim.  quadr.,  37  centim.  quadr.,   54  mill.  quadr. 

La    Tornitura  di  3   piò  (1). 

Misure  di  capacità. 

'Per  i  Grani. 

La  soma  eguale  1  ettolitro,  5  decal.,  o  litri,  6  decilitri, 
2  centilitri.  Quella  di   Riviera  era  alquanto  più  capace. 

La  carici  eguale  7  decalitri,  4  litri,  11  decilitri,  7  cen- 
tilitri e    14  centilitri  di   centilitro. 


(1)  Il  braccio  da  misurare  la  terra,  il  quale  si  adopera  ancora  per 
misurare  le  fabbriche  ed  i  legnami,  è  la  misura  principale  della  Pro- 
vincia Bresciana  e  da  questa  si  ricavavano  tutte  le  altre  misure  li- 
neari superficiali  antiche  ed  ancora  i  pesi  usuali  e  comuni  esclusi 
quelli  dei  partiti  che  si  uniformavano  alla  Dominante  di  Venezia,  e 
quelli  dell'oro  e  dell'argento  che  traevano  l'origine  dall'antica  me- 
tropoli di  Milano.  Il  braccio  bresciano  adunque  si  riparte  in  oncie  12 
e  queste  in  12  punti,  divisi  da  12  minuti,  formati  da  12  atomi 
ciascuno  de'  quali  è  composto  di  12  momenti,  parti  tanto  minute  nelle 
lineari  misure  che  non  si  possono  distinguere  se  non  mentalmente 
poiché  a  formar  il  braccio  concorrer  vi  debbono  2,48832  momenti. 
Sei  di  queste  braccia  formano  il  cavezzo  o  pertica  con  cui  si  misura 
la  terra.  Due  cave/zi  ossia  braccia  12  di  lunghezza  ed  altrettante  di 
larghezza  formano  una  tavola  di  terra  e  cento  tavole  formano  un  piò, 
sicché  20  cavezzi  ossia  120  braccia  per  ogni  verso  compongono  il  no- 
stro piò. 


265 

La  carga  eguale  ettolitri   1.626 122 

La  quarta  (pei  grani)  (1)  eguale  1  decalitro,  2  litri, 
5   decilitri,   5   ccntilitri  e   18  centilitri  di  ccntilitro. 

Il  coppo  eguale  3  litri,  1  decilitro,  3  centilitri  e  79  cen- 
tilitri di  ccntilitro. 

Lo  stopello  eguale  7  decilitri,  8  centilitri  e  61  centi- 
litri   di  centi  litro. 

Per   il  Fino. 

La  ^crla  eguale  4  decalitri,  9  litri,  7  decilitri.  -  La  zerla 
di  Cellatica  era  di  ^6  pinte,  la  pinta  di  8  tazze,  72  boc 
cali,  cioè  eguale  8  litri  0.4880415.  -  Quella  di  Riviera 
era  alquanto  meno  capace. 

Il  secchio  eguale  1  decalitro,  2  litri,  4  decilitri,  4  cen- 
tilitri. 

La  pinta  eguale   1   litro,   3   decilitri,  8  centilitri. 

//  boccale  eguale  6  decilitri,  9  centilitri. 

Il  medino  eguale   3   decilitri  e  5   centilitri. 

La  tana  eguale  4  centilitri  e  25  centilitri  di  ccntilitro. 

Il  carro  di    12  zerle  (2). 


(  1)  La  soma  era  12  quarte,  la  quarta  4  coppi,  il  coppo  4  stoppelli, 
lo  stoppello  4  quartini.  —  La  soma  di  Valcamonica  si  divideva  in  6 
quartari,  il  quartaro  in  2  quarte,  la  quarta  in  8  sedesini,  il  sedesino 
in  2  minali.  —  Il  sacco  di  Pisogne  si  divideva  in  14  quarte  bresciane. 

(2)  La  soma  di  vino  è  di  187  boccali,  il  boccale  è  due  mezzi, 
e  due  boccali  fanno  una  pinta. 

Per  1'  olio  valevano  le  seguenti  misure  :  Il  moggio  equivalente 
a  pesi  9  d'olio  raffinato  —  La  galeda  era  1/8  parte  del  moggio  e  si 
divideva  in  quattro  bande  —  La  bazzetta  o  bazeda,  come  ancor  si 
chiama  in  Riviera,  era  la  1/30  parte  del  moggio  —  La  1/2  bazzetta 
detto  quartirone  e  1/4  bazzetta  detto  1/2  quartirone  —  Il  moggio  di 
miele  eguale  a  (2  pesi  —  Il  moggio  del  pattume  eguale  a  13  pesi. 
—  Pel  fieno  valeva,  come  vale  in  Provincia  nostra,  quale  misura  di 
capacità  il  carro  che  è  eguale  a  io  me,  7  ce.  4  me.  8  dmc.  —  Per 
la  legna  la  meda  eguale  a  7111:.,  7  ce.  3  me.  4  dmc.  (La  Ragione 
de'  pubblici  dazi  stampato  dal  Zambelli  nel  1670). 


266 


Misure  pel  Carbone. 

Sacco  di  Gardone  eguale  ettolitri  4.279543 


» 

Bovegno 

» 

» 

6.0193)0 

)) 

Iseo 

)> 

» 

4.836978 

» 

Breno 

» 

)) 

4.992532 

)) 

Edolo 

» 

» 

6.232715 

)) 

Salò 

)) 

» 

5.105698 

)) 

Brescia 

)) 

» 

3.224652 

)) 

Valsa  bbia 

» 

» 

5-374419 

» 

Bagolino 

» 

» 

4.299536 

Pesi.  (1) 

La  libra  eguale  3  ettogr.,6  grammi,  7  decigr.,  3  centu  r., 
4  milligr.  -  Quella  di  Valcamonica  alquanto  minore J  era 
di   18  oncie. 

L'oncia  eguale  2  decagr.,  6  grammi,  7  decigr.,  3  cen- 
tigr.,  4  milligr. 

La  dramma  eguale  1  grammo,  6  decigr.,  7  centigr., 
1    milligr. 

lì  denaro  eguale    1    decigr.,  3   centigr.,  9   milligr. 

Pesi  Farmaceutici: 

Nell'uso  farmaceutico  la  libbra  di  12  oncie  divideasi 
in  8  dramme  divisa  ognuna  in  tre  scrupoli  e  lo  scrupolo 
in  24  grani.  Solo  che  come  la  moneta  così  anche  il  braccio 
e  la  libbra  si  differenziavano  in  più  0  iti  meno  nel  valore 
onciale  da  un  circondario  all'  altro  della  nostra  Provincia 
o  da  ometto  ad  oggetto  contrattabile. 


(1)  lì  sistema  era  anche  qui  dodecimale  ed  il  tipo  ne  era  la  libbra 
di  dodici  oncie,  dal  quale  tipo  con  strano  conteggio  derivarono  gli  altri 
pesi  ascendenti  e  discendenti,  cioè  cominciando  dall'alto,  il  peso  pro- 
priamente detto  che  equivaleva  a  25  libbre  e,  cominciando  dal  basso 
il  quarto  di  cui  ne  occorrevano  4  per  formare  la  dramma,  16  delle 
quali  formavano  Vanda. 


ERRAT  ACCORRI  GÈ 


Pag 

•    3* 

-  Almor 

Almorò 

» 

36 

-  dovevono 

— 

dovevano 

» 

38 

-  laura 

— 

Laurea 

» 

49 

-  Semaschi 

— 

Somaschi 

» 

56 

-   1696 

— 

1796 

» 

62 

-   1949 

— 

1849 

» 

83 

-  incolandole 

— 

incollandole 

» 

97 

-  Clanezzo 

— 

Pianezzzo  in  Piemonte 

» 

» 

-  Bagnoli-Medune 

— 

Bagnolo-Meduna 

» 

99 

-  Bagnoli 

— 

Bagnolo 

» 

101 

-  Stendal 

— 

Stendhal 

» 

102 

-  perpetrato 

— 

preparato 

» 

118 

-  longanime 

— 

longanime 

» 

» 

-  genecologiche 

— 

genealogiche 

» 

170 

-  Licier 

— 

Officier 

Mons.  LUIGI  F.  FÉ  D'OSTIANI 


BRESCIA 


NEL   1796 


BRESCIA 

PREMIATA    STAMPERIA    F.LLI    GEROLDr 
1908